[Dal libro che sto leggendo] Divergent


I protagonisti della serie cinematografica
Shailene Woodley e Theodore Peter James Kinnaird Taptiklis
Fonte: Daily Entertainment News

La saga di cui parliamo oggi è diretta ad un pubblico giovane e segue di qualche anno una, altrettanto famosa e distopica, che si chiama “Hunger Games”. Giusto per precisione Hunger Games è composta di tre libri pubblicati fra il 2008 e il 2010, scritta da Suzanne Collins, mentre Divergent è opera di Veronica Roth ed è stata scritta e pubblicata fra il 2012 e il 2014.


Le somiglianze non finiscono qui, ma non saprei esplicitarvele tutte perché devo ancora leggere la saga precedente. Una cosa però è certa ho cominciato a leggere questa saga dopo aver visto il film un paio di volte (santo Sky!) e la cosa che mi ha incuriosito è che la struttura di questo romanzo mi sembrava troppo intelligente per essere uno lavoro scritto completamente per i ragazzi. Ecco non son tutte rose e fiori, nel senso che, forse, lo sceneggiatore è stato più bravo dell’autrice, ma sicuramente trovo che ci siano spunti per parlarne.

E visto che, come al mio solito, non mi sono accontentata del solo libro primo ma sono andata oltre leggendo la trilogia e in questo momento ho in lettura un quarto volume aggiuntivo, dopo essermi lungamente domandata come raccontare questa storia ho deciso di commentare libro per libro e poi di fare un post unico per la saga nel suo insieme. Chiaramente essendoci forte probabilità di spoiler lo pubblicherò in giorni diversi da quelli di programmazione in modo da evitare a chi vuole leggerlo senza anticipazioni di poterlo fare in tutta tranquillità.

Il pezzo di oggi è comunque indicativo del fatto che romanzo e film si discostano non poco fra di loro, Beatrice, è una sedicenne che si appresta ad affrontare il giorno della scelta e si presenta ai suoi lettori, narrando la storia in prima persona. Domani ci saranno i test per capire come orientarsi nella scelta della fazione che sarà la sua famiglia per la vita. Il test, ma c’è un intoppo, la scelta, completamente inaspettata, la voglia di libertà e comincia la storia.

Dopo aver rotto le scatole a chiunque mi sia capitato a tiro, Santo Federico (il mio collega) e Santa Librangolo Acuto, nonché Fatina della lettura (il nome non ve lo dirò mai!) e tutti quelli che mi leggono normalmente nei social, penso di aver capito perché piace tanto ai giovani e, tutto sommato, tranne qualche sbavatura nel testo – tra traduzioni un po’ troppo semplicistiche e correzioni di bozze ogni tanto un po’ superficiali-, non mi sento di dar loro torto. Ma ne ripaleremo in recensione.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Capitolo 

uno 

C’è solo uno specchio a casa mia, dietro un pannello scorrevole nel corridoio al piano di sopra. Secondo le regole della nostra fazione, mi è permesso starci davanti una volta ogni tre mesi, il secondo giorno del mese, quello in cui mia madre mi taglia i capelli. 

Mi siedo su uno sgabello e mamma, in piedi dietro di me, li accorcia con le forbici. Le ciocche cadono a terra formando un anello biondo cenere. 

Quando finisce, mi raccoglie i capelli dietro la testa e li avvolge formando un nodo. La osservo: appare calma e concentrata. È molto esperta nell’arte di dimenticarsi di sé. Non posso dire lo stesso di me. 

Mi guardo furtivamente nello specchio, di sfuggita, quando lei non mi vede. Non per vanità, ma per curiosità: l’aspetto di una persona può cambiare molto in tre mesi. Nel riflesso vedo un viso affilato, occhi grandi e rotondi e un lungo naso sottile. Sembro ancora una bambina, anche se in non so quale giorno delle ultime settimane ho compiuto sedici anni. Le altre fazioni celebrano i compleanni, noi no. Sarebbe autocompiacimento. 

«Ecco» esclama fermando lo chignon con una forcina. I suoi occhi incontrano i miei nello specchio: è troppo tardi per spostare lo sguardo, ma invece di rimproverarmi, lei sorride al nostro riflesso. Aggrotto la fronte. Perché non mi riprende? 

«Così oggi è il gran giorno» mormora. 

«Sì.» 

«Sei nervosa?» Mi guardo negli occhi per un momento. Oggi è il giorno del test attitudinale che mi rivelerà a quale delle cinque fazioni appartengo. E domani, alla Cerimonia della Scelta, deciderò per una fazione: deciderò per il resto della mia vita, deciderò se restare con la mia famiglia o abbandonarla. 

«No» rispondo «il test non deve necessariamente modificare la nostra scelta.» 

«Giusto.» Sorride. «Andiamo a fare colazione.» 

«Grazie per avermi tagliato i capelli.» 

Lei mi dà un bacio sulla guancia e fa scorrere il pannello sopra lo specchio. Penso che mia madre potrebbe essere bella, in un mondo diverso. Il suo corpo è esile sotto l’abito grigio. Ha gli zigomi alti e lunghe ciglia, e quando si scioglie i capelli, la sera, le cadono in ciocche ondulate sulle spalle. Ma tra gli Abneganti deve nascondere la sua bellezza. 

Entriamo insieme in cucina. È in mattine come queste – in cui mio fratello prepara la colazione, mio padre mi sfiora la testa con la mano mentre legge il giornale e mia madre canticchia sgomberando il tavolo – è in mattine come queste che mi sento più in colpa perché me ne voglio andare.

❄︎ ❄︎ ❄︎ ❄︎ 

L’autobus puzza di gas di scarico. Ogni volta che prende una buca nell’asfalto accidentato mi scaraventa di qua e di là, nonostante stia aggrappata al sedile per tenermi ferma. 

Mio fratello maggiore, Caleb, è nel corridoio e stringe il sostegno sopra la sua testa per non perdere l’equilibrio. Non ci assomigliamo per niente. Lui ha i capelli neri e il naso adunco di mio padre, e gli occhi verdi e le fossette sulle guance come mia madre. Quando era più piccolo, questa mescolanza di caratteri sembrava strana, ma ora gli dona. Se non fosse un Abnegante, sono sicura che le ragazze a scuola lo fisserebbero in continuazione. 

Da mia madre ha ereditato anche il talento per l’altruismo. Ha ceduto il suo posto sull’autobus a un tipo scorbutico dei Candidi senza pensarci due volte. 

L’uomo indossa un abito nero con cravatta bianca, l’uniforme tradizionale della sua fazione. I Candidi perseguono l’onestà e vedono la verità in bianco e nero, per questo si vestono così.

Man mano che ci avviciniamo al cuore della città gli spazi tra gli edifici si riducono e le strade si livellano. Il palazzo che una volta era chiamato Sears Tower – noi lo chiamiamo il Centro – emerge dalla nebbia, un pilastro nero contro l’orizzonte. L’autobus passa sotto i binari sopraelevati. Non sono mai stata su un treno, anche se non smettono mai di andare avanti e indietro e ci sono rotaie dappertutto. Solo gli Intrepidi li usano. 

Cinque anni fa, alcuni lavoratori edili Abneganti si offrirono volontari per ripavimentare le strade. Cominciarono dal centro della città, spostandosi verso le periferie finché non finirono i materiali. Le strade del mio quartiere sono ancora dissestate e rappezzate, e guidarci non è sicuro. A ogni modo, noi non abbiamo l’automobile. 

L’espressione di Caleb è serena mentre l’autobus dondola e sobbalza sulla strada. L’abito grigio gli cade dal braccio mentre stringe il palo per tenersi in piedi. Capisco dai continui movimenti dei suoi occhi che sta guardando le persone intorno a noi, nello sforzo di vedere solo loro e dimenticarsi di se stesso. I Candidi coltivano l’onestà; la nostra fazione, quella degli Abneganti, coltiva l’altruismo. L’autobus si ferma davanti alla scuola e io mi alzo. Supero di corsa l’uomo dei Candidi, ma inciampo nelle sue scarpe e devo aggrapparmi al braccio di Caleb. Ho i pantaloni troppo lunghi e non sono mai stata molto aggraziata.

La sede dei Livelli Superiori è la più vecchia delle tre scuole della città: Livelli Inferiori, Livelli Medi e Livelli Superiori. Come tutti gli altri edifici intorno, è fatta di vetro e acciaio. Di fronte c’è una grande scultura di metallo su cui si arrampicano gli Intrepidi dopo le lezioni, sfidandosi l’un l’altro a salire sempre più su. L’anno scorso una di loro è caduta e si è rotta una gamba. Sono stata io a correre a chiamare l’infermiera. 

«Test attitudinale, oggi» dico. Caleb è più grande di me solo di qualche mese, per cui frequentiamo lo stesso anno a scuola.

Lui annuisce mentre varchiamo le porte d’ingresso. Sento la tensione nei muscoli nel momento stesso in cui entriamo. C’è un che di famelico nell’aria, come se ogni sedicenne stesse cercando di fagocitare quanto più possibile di quest’ultimo giorno. Probabilmente non percorreremo mai più questi corridoi, dopo la Cerimonia della Scelta: dopo che avremo deciso, starà alle nostre nuove fazioni provvedere al completamento della nostra educazione. Oggi, la durata delle lezioni è dimezzata per permetterci di frequentarle tutte prima dei test attitudinali, che si svolgeranno dopo pranzo. Il mio battito cardiaco è già accelerato. 

«Non sei per niente preoccupato di quello che ti diranno?» chiedo a Caleb. 

Ci fermiamo alla biforcazione del corridoio dove lui andrà da una parte, verso matematica avanzata, e io dall’altra, verso storia delle fazioni. 

Lui mi guarda inarcando un sopracciglio. 

«Tu sì?» 

Potrei dirgli che sono settimane che mi arrovello su cosa mi dirà il test attitudinale: Abneganti, Candidi, Eruditi, Pacifici o Intrepidi? 

Invece sorrido e rispondo: «Non proprio». 

Lui sorride a sua volta. «Be’… buona giornata.» 

Cammino verso storia delle fazioni mordendomi il labbro. Non ha risposto alla mia domanda.

I corridoi sono angusti, anche se la luce che entra dalle finestre crea un’illusione di spazio. Sono gli unici luoghi in cui le fazioni si mischiano, alla nostra età. Oggi c’è un nuovo tipo di energia tra gli studenti, la frenesia dell’ultimo giorno. 

Una ragazza con lunghi capelli ricci mi urla: «Ehi!» quasi nell’orecchio, gesticolando verso un amico distante. La manica di un giubbino mi colpisce la guancia. Poi un ragazzo degli Eruditi con la maglia azzurra mi spintona. Perdo l’equilibrio e cado pesantemente a terra. «Levati dai piedi, Rigida» abbaia lui in tono sgarbato prima di proseguire lungo il corridoio. Arrossisco. Mi alzo e mi spazzolo i vestiti. Alcune persone si sono fermate quando sono caduta, ma nessuna si è offerta di aiutarmi. I loro sguardi mi seguono fino in fondo al corridoio. Sono mesi ormai che accadono cose del genere ai membri della mia fazione; gli Eruditi hanno pubblicato articoli velenosi contro gli Abneganti e questo ha cominciato a ripercuotersi sul modo in cui ci rapportiamo a scuola. I nostri abiti grigi, le pettinature semplici, l’umiltà negli atteggiamenti dovrebbero aiutarmi a dimenticarmi di me stessa, e aiutare anche tutti gli altri a dimenticarsi di me. Invece ora mi hanno trasformata in un bersaglio. 

Mi fermo accanto a una finestra del Settore E e aspetto che arrivino gli Intrepidi. Lo faccio tutte le mattine. Alle 07: 25 esatte gli Intrepidi mettono in mostra il loro coraggio saltando da un treno in corsa. 

Mio padre li chiama “teppisti”. Hanno piercing e tatuaggi e vestono di nero. Il loro compito principale è proteggere la recinzione che circonda la città. Da cosa, non lo so. 

Dovrebbero sconcertarmi. Dovrei domandarmi che cosa abbia a che fare il coraggio, la virtù che li contraddistingue, con un anello di metallo infilato nel naso. Invece i miei occhi ne sono calamitati, li seguono ovunque vadano. 

Il fischio del treno risuona squillante e mi riverbera nel petto. La luce anteriore della locomotiva lampeggia mentre i vagoni sfrecciano accanto alla scuola, stridendo sulle rotaie di ferro. Quando passano le ultime carrozze, una massa di ragazzi e ragazze vestiti di scuro si lancia giù; alcuni cadono e rotolano, altri barcollano per qualche passo prima di riacquistare l’equilibrio. Uno dei ragazzi passa il braccio intorno alle spalle di una ragazza, ridendo.

Guardarli è un’abitudine stupida. Mi allontano dalla finestra e mi faccio strada tra la calca verso l’aula di storia delle fazioni.

Questo pezzo è tratto da:

Divergent
Veronica Roth
De Agostini Editore, ed. 2014
Prezzo 9,90€ (copertina flessibile)

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