[Dal libro che sto leggendo] La prossima volta


Fonte: Il Post

Quando ho scelto di leggere questo libro non avevo ben guardato la copertina, o meglio avevo guardato l’aspetto complessivo e mi piaceva molto. Non avevo notato invece la scritta che campeggia nella pagina superiore, proprio sopra l’immagine, che recita:

“Un libro che piacerà a chi ha amato Twin Peacks
Ecco, confesso di averlo sempre trovato noioso quel telefilm tanto da averne visto il minimo indispensabile, ma, probabilmente, se avesse avuto la struttura di questa storia mi sarebbe piaciuto molto di più.

L’atmosfera è tetra e su questo è perfettamente in linea con il telefilm ma il giro che si fa per capire che c’è un caso da seguire e successivamente per risolverlo rendono questo libro tutt’altro che noioso. I personaggi sono ben caratterizzati e anche l’ambiente è vicino a quella che è la nostra percezione, la mia forse in questo caso, della provincia americana. Non quella tutta ordinata e perfetta, bensì quella un po’ dannata e oscura, un luogo dove i giovani sono pochi come i divertimenti, dove i luoghi di ritrovo si trovano oltre il confine dello stato e solitamente sono definibili come postacci. In questo luogo molto anonimo che è Roma vive la nostra protagonista, la signora Mitchell, insegnante alla scuola media di zona. Emily una studentessa di Susanna, ed è una ragazzina che non riesce ad integrarsi nel gruppo e nel suo girovagare pomeridiano tra i boschi ha scoperto un cadavere. Una donna sepolta, non completamente, in un dirupo nascosto rispetto alle grandi vie. Quel cadavere la affascina e l’attira. Dirlo o no ai suoi genitori? Chiaramente non posso essere io a dirvelo, mi sembra ovvio!

Ha un buon ritmo, la storia scorre velocemente su due fronti paralleli per poi diventare scoperta e ricerca della soluzione. È credibile e anche ben congegnato e a me è veramente piaciuto un sacco. Credo che non sia necessario essere amanti del genere Twin Peacks per apprezzarlo. Consigliatissimo!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Capitolo uno 1  

Emily Houchens guardò Christopher Shelton, seduto alla sua destra nel banco due file davanti a lei. Lo vide appoggiarsi allo schienale della sedia e far scivolare con un movimento fluido il quaderno sopra la spalla, per mostrare cosa c’era scritto al ragazzo dietro di lui. Il ragazzo, Monty, cominciò a tremare, scosso da una risata repressa. Il quaderno sparì, e al suo posto comparve una mano tesa in un gesto di aspettativa. Monty gli diede un cinque: Questa è buona! La signora Mitchell, che, mentre gli studenti scrivevano, passeggiava lungo i corridoi tra i banchi con la sua andatura prevedibile, si era persa quello scambio, ed Emily chinò il mento sul petto per nascondere un sorriso. Christopher era dotato della fortuna e della disinvoltura di un eroe da film d’azione. Gli andava sempre tutto bene.«Ancora cinque minuti», annunciò la signora Mitchell, ed Emily riportò l’attenzione al foglio posato sul banco e alle poche righe striminzite che aveva scritto per rispondere alla traccia. Era venerdì, e quel giorno la lezione di inglese era dedicata alle simulazioni dei test d’esame, che tutti odiavano. Emily sospettava che perfino la signora Mitchell li odiasse. La traccia diceva: Come gli scrittori, anche i pittori si servono di immagini, tonalità e perfino personaggi per esprimere nella propria opera un tema o un’emozione. A. Scegliete un’emozione o un’immagine importante espressa nel romanzo A Separate Peace. B. Immaginate in che modo un pittore potrebbe rendere la stessa emozione, o immagine, su tela. Descrivete l’ipotetico quadro, spiegando come e perché gli stati d’animo o il simbolo che avete scelto vengano comunicati grazie a una serie di scelte in termini di spazi, colori, pennellate e forme. «Sono tutte stronzate», era la frase che un giorno Emily aveva sentito dire da Christopher agli amici a pranzo. Si era seduta al solito posto – non al tavolo degli studenti più popolari, ma a un altro lì vicino, per poter mangiare voltando le spalle al gruppo e ascoltare le conversazioni senza dare nell’occhio, e senza essere disturbata. La pausa pranzo seguiva immediatamente l’ora di inglese, perciò spesso l’argomento delle invettive di Christopher era la signora Mitchell, forse l’unica insegnante dell’ala della scuola che ospitava gli studenti della settima e ottava classe ad apparire indifferente di fronte al bel ragazzo affascinante trasferitosi l’anno prima dal Michigan a Roma, Kentucky. «Non ho mai preso un B ad Ann Arbor. Ed era Ann Arbor. Come si permette un’insegnante d’inglese di una scuola in culo ai lupi di darmi un B? Non parlate nemmeno inglese qui». Gli altri ragazzi al tavolo avevano riso in segno di approvazione. In quel momento, quando la signora Mitchell riprese a passeggiare per la classe, Emily si affrettò a concludere il paragrafo e posò la penna. Le prudevano le ascelle per il caldo, e un grumo d’ansia le si formò in gola. Stupida, stupida a lasciarsi distrarre un’altra volta da Christopher. Le domande a risposta aperta facevano media. «Rileggete prima di consegnare», disse la signora Mitchell. Gli studenti si agitarono facendo cigolare le sedie, e si udì un coro di sospiri. «Oggi leggeremo ad alta voce qualche risposta, e le commenteremo insieme. C’è un volontario?». Emily si tirò i capelli davanti alla faccia. Non io, non io, non io, pregò. Sentì una risatina, e sbirciò tra le ciocche. Monty stava pungolando Christopher tra le scapole con la gomma all’estremità della matita, e Christopher si dimenò sulla sedia. Alzò di scatto la mano.La signora Mitchell lo guardò con aria circospetta. «Sì, Christopher?». «Leggo io la mia», disse lui, lanciando un’occhiata soddisfatta verso Monty, che chinò la testa sul banco. Emily lo sentì sbuffare per lo sforzo di trattenersi dal ridere. «Leggi pure», rispose la signora Mitchell. Christopher si alzò, tenendo il quaderno di fronte a sé come un oratore. «In A Separate Peace, Finny decide di mettersi una camicia rosa. Alcuni sostengono che si tratti di un’espressione di individualismo, ma secondo me vuol dire che è gay. Camicia rosa equivale a gay. Anche il nome, Finny, fa molto gay. Perciò il mio pittore dipingerebbe un gay con la camicia rosa, che è un simbolo gay al cento per cento». Ci fu un silenzio sbigottito. Gli studenti si scambiarono occhiate incredule e divertite, poi riportarono l’attenzione sulla signora Mitchell, pronti per l’inevitabile esplosione. L’insegnante aveva il volto violentemente arrossato, come sempre quando era agitata, e le tremavano le mani. Emily si sentì male di riflesso per l’imbarazzo. «Va’ in fondo all’aula e siediti», disse la signora Mitchell, con voce tremante. «Resta lì. Non uscire quando suona la campanella». All’improvviso anche il collo di Christopher cominciò a brillare in una vampata di rossore. Fece il gesto di chinarsi a raccogliere i libri sotto il banco. «Vai», disse la signora Mitchell. «Lascia lì i libri». «Ok. Uffa». Con la bocca contratta in un sogghigno, Christopher fece un baldanzoso dietrofront e infilò le dita nelle tasche anteriori dei jeans, posando i pollici sui fianchi stretti. Si avviò senza fretta lungo il corridoio tra la sua fila e quella di Emily, e lei non poté fare a meno di guardarlo. La sua pelle, che non aveva ancora perso l’abbronzatura estiva, risaltava dorata contro i polsini bianchi della camicia Oxford, e una ciocca di folti capelli castano scuro gli ricadde su un occhio, costringendolo a chinare la testa per scuoterla via. Era sempre stato gentile con lei – ovvero, a differenza di altri ragazzi in classe, non era mai stato crudele. Erano stati compagni di banco per un semestre, durante le lezioni di scienze della settima classe: tutti e due abbastanza intelligenti e coscienziosi da completare in anticipo i compiti assegnati dal signor Wieland, e avere ancora tempo a disposizione per mettersi in pari con quelli per l’ora dopo. Christopher l’aveva perfino aiutata con la sua tesina di scienze, “Gli effetti della radiazione ultravioletta sui girini”: qualche volta, dopo la fine delle lezioni, si era fermato con lei a osservare il comportamento degli animaletti esposti ai raggi delle lampade UV, e a scambiare battute sulla fricassea di girini e sui girini abbronzati, aiutandola a spargere nell’acqua mangime per pesci e a prendere appunti sul diario degli esperimenti. Alla fine Emily era arrivata seconda alla gara regionale di scienze. Christopher aveva gli occhi di un azzurro vivido. Emily non ne aveva mai visti di così azzurri. Lui si fermò accanto al suo banco, con il lieve sogghigno che ancora gli indugiava sulle labbra, e si chinò verso di lei. Il cuore le batteva forte, e aveva la bocca secca. Cercò di inumidirsi le labbra, ma aveva la lingua intorpidita e insensibile, e pregò di riuscire a rispondergli, nel caso le avesse rivolto la parola; di riuscire a dire la cosa giusta. «Piantala di guardarmi, ritardata», le sussurrò Christopher, a voce abbastanza alta da farsi sentire dai compagni più vicini. Si udì qualche altra risatina soffocata. «Che cosa c’è?», chiese la signora Mitchell dall’estremità dell’aula. «Niente», rispose Christopher con aria innocente. Le lacrime traboccarono dagli occhi di Emily prima che riuscisse a fermarle. Appoggiò la testa sul banco, come aveva fatto Monty poco prima, e se le asciugò sugli avambracci. Non è vero. Non sta succedendo davvero. Christopher si lasciò cadere nel banco dietro di lei e infilò bruscamente i piedi nel vano porta oggetti sotto la sedia di Emily. «Potete usare l’ultima parte della lezione per fare i compiti», disse la signora Mitchell. «Chiunque si azzarda a dire una parola finirà in presidenza dal signor Burton insieme a Christopher. Avete capito?». Qualcuno annuì. La signora Mitchell si portò inconsapevolmente una mano alla guancia, ancora chiazzata di rosso. «Consegnate i compiti». Emily strappò dal quaderno il foglio con la risposta e lo tese davanti a sé in un gesto incerto, sfiorando la spalla di Missy Hildabrand, seduta davanti a lei. Missy afferrò il foglio sbuffando, come se Emily non facesse altro che passarle i suoi compiti, al punto che per colpa sua non riusciva a concludere niente. Nel brusio generale Christopher mormorò, questa volta così piano che solo Emily lo sentì: «Piagnona. Va’ a casa a piangere un altro po’, piagnona».




Questo pezzo è tratto da:

La prossima volta 
Holly Goddard Jones
Fazi Editore, Ed. 2015
Traduzione di Silvia Castoldi
Collana “Le strade”
Prezzo 17,50€


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