"Divergent", Veronica Roth – Una recensione divergente….


Fonte: Itsfilmedthere



Confesso di aver avuto notizia, più che tempestiva, di questa trilogia dalle recensioni video e dei blog americani (sono un’eterna curiosa, oramai lo sapete!) , ma pure quando, dalla De Agostini, mi è arrivata la comunicazione dell’uscita del libro di “Insurgent”, in concomitanza dell’uscita del film in versione italiana, non sono andata poi così a fondo alla questione; mi sono limitata a pensare che fosse come quei film che finiscono per mancanza di attori, sterminati da tutto il possibile armamentario conosciuto e sconosciuto, e sono passata oltre. Poi a Giugno mi è capitato di vedere il film – l’ho dovuto rivedere due volte perché la prima era già iniziato – e mi sono ritrovata a pensare: “Ma vuoi vedere che è la volta buona che hanno scritto una bella saga?”. In parte sì, leggendola gli elementi di successo anche per gli adulti, e non solo per i giovani che ne sono il pubblico destinatario, ci sono tutti: un bel contesto post-apocalittico, una storia che si muove all’interno di una società con dei limiti definiti e limitanti, una rivoluzione e infine qualche scazzottata, che se non c’è non siamo americani. “In parte sì” perché l’autrice non è che ci abbia creduto fino in fondo e, seppur abbia avuto fra le mani il possibile “contesto perfetto”, ha gestito la storia, a volte, arrampicandosi sugli specchi.

La trilogia si divide in tre libri: Divergent, Insurgent, Allegiant. Nel primo libro una parte abbastanza importante è data dal contesto. Storia e contesto non hanno lo stesso peso ma è questo sbilanciamento che garantisce alla storia di non sembrare come tante altre. Il contesto ci dice che siamo in un’epoca indefinita – informazione, questa, non definitiva ma ne riparleremo con Allegiant-, in una città che è sopravvissuta alle grandi guerre. Beatrice, la protagonista, ci dice che la città è stata protetta dagli antenati con una alta e fitta recinzione per difendere la popolazione da eventuali attacchi esterni di chi, fuori, “non si è mai ripreso dalla guerra” (cit. Four o Quattro nella versione italiana). Sempre gli stessi antenati hanno cercato di organizzare la società, che si è venuta a creare, in modo tale da impedire nuovi conflitti. Quindi hanno creato delle fazioni che fossero tutte dipendenti le une dalle altre, ognuna rappresentata dalla propria attività prevalente: Eruditi (scienza e conoscenza), Abneganti (aiuto dei più deboli), Intrepidi (milizia e protezione) Candidi (verità e giustizia), Pacifici (agricoltura e approvvigionamenti). Chi non rientra in queste categorie è appartenente ad una non-fazione ovvero agli esclusi.

La storia. Beatrice, che è anche colei che racconta in prima persona, ci introduce  nel racconto nel momento in cui, a chiusura delle scuole (eh sì il film questo lo taglia), si ritrova a dover pensare alla “Cerimonia della scelta” che è preceduta da una giornata di test, diciamo attitudinali, che attraverso una simulazione, le suggeriranno quale possa essere la sua possibile destinazione finale. Appartiene fino a questo momento alla fazione degli Abneganti, che però non sente affatto sua, nella quale vive con i suoi genitori – che hanno anche un ruolo di affiancamento di Marcus il capo del governo della città-, e con suo fratello Caleb che, come lei, si trova ad affrontare la stessa scelta. Succede a tutti i ragazzi che siano entrati nel sedicesimo anno di età. Il test risulta inconcludente e lei si ritrova a decidere del suo futuro completamente da sola. Per la società nel momento in cui dichiara la sua “natura” diventa membro effettivo e quindi considerata come un adulto. 

La cosa che mi ha più colpita, sia nella versione libro che nella trasposizione cinematografica, è l’incastro perfetto. Ogni cosa ha un suo naturale posto, proprio perché ciò che la regge in piedi non è una cosa sola ma il sistema di forze che si concentra nei punti nodali dove il tutto si incontra. Così la società rappresentata è come tante ma, in effetti, nel libro assomiglia più ad una comune dove il lavoro del singolo, sommato al quello del gruppo, produce la sopravvivenza degli altri gruppi che lo mantengono attivo. Ma al tempo stesso le fazioni vivono come compartimenti stagni e il valore del singolo è volutamente perso nel valore di gruppo; “la fazione prima del sangue” ripetono spesso i protagonisti e, per fazione, si intende la famiglia allargata dove non c’è un ambiente privato ma si vive, si mangia e si dorme tutti insieme. L’anomalia si presenta solo in alcuni casi, nel film ogni famiglia abnegante, povera e senza beni per definizione, ha assegnata una casa, mentre per i pacifici sono stanze, gli intrepidi preferiscono, a detta dell’autrice, dormire tutti insieme tranne qualche caso e, invece, di candidi ed eruditi si sa veramente poco.

Fin qui gli elementi del romanzo distopico ci sono tutti: società post apocalittica, la necessità di un ordine certo per garantire la pace, una gerarchia definita che si segue ciecamente, l’annullamento dell’individuo. Ma cosa avverrebbe se un individuo non si potesse incasellare in un solo stile di vita? La domanda posta porta anche ad una osservazione differente di questa società. Se da un lato è strutturata come una comune, dall’altro assomiglia a quella che viviamo. Anche il nostro lavoro, sommato a quello degli altri, dovrebbe garantire il funzionamento della vita nel nostro mondo. Eppure noi cambiamo fazione ogni giorno, da quella dei lavoratori, diventiamo persone che si individuano per stile, hobbies, pensiero e credo. E la società moderna e globalizzata funziona nel medesimo modo il lavoro di tutti è indispensabile, il guadagno, però, è raccolto da pochi. Nello stesso tempo, però, per sentirci accettati e realizzati tendiamo al disegno di gruppo, a cercare credo e collaborazioni, creando a nostra volta dei sottogruppi. La vita comunitaria e per un disegno comune ci uniforma, attraverso dei canoni standardizzati che ci fanno sentire sicuri e stranamente liberi.

Cosa distingue il nostro mondo da quello disegnato dalla Roth? Semplicemente l’obiettivo, la visione d’insieme che nel suo mondo si ottiene con una società primitiva, che si costruisce giorno per giorno, mentre, nel nostro mondo, il rumore generato dalla fretta e dalla iperattività – e quindi dalla mancanza dell’istinto primitivo di sopravvivenza – ci distrae dall’elemento concreto e ci fa fare scelte superficiali. La nostra appartenenza diventa quindi simbolica e non consapevole fino in fondo e questo rende il nostro ventaglio di scelte superficiali e prevedibili, programmabili e anche catalogabili. E qui ritorniamo alla domanda precedentemente posta: Ma cosa avverrebbe se un individuo non si potesse incasellare in un solo stile di vita? Secondo la filosofia della Roth ed è quello che succede anche nella nostra società risulterebbe Divergente ovvero non classificabile. Perché fa così paura? Semplice: per i protagonisti della Roth, perché non è dominabile. Per noi, per lo stesso motivo: se ragiona in mille modi diversi e se soprattutto è in grado di porsi domande su quello cui si chiede di credere ciecamente, è pericoloso perché potrebbe mettere in discussione  la fede o gli obiettivi che sono l’elemento fondante del gruppo cui appartiene. In questo senso, ovvero la ricerca e la distruzione di qualsiasi anomalia possa minare lo status quo, stabilito e accettato, e la filosofia della scelta, questo lavoro ricorda molto Matrix, non so se volutamente o no, ma paiono questioni prese da quella serie di film. Ma mentre la “divergenza” diventa lo scopo di distruzione e di vita dei protagonisti, la “scelta” è oggetto di pochi capitoli e non viene mai approfondita (almeno non come anticipa il sottotitolo del libro che cita “Una scelta può cambiare il tuo destino”), bensì presa solo come un dato di fatto. Ed è un vero peccato perché, ad un certo punto salta nuovamente fuori nel finale e, pur potendo portare un valore aggiunto, viene passata sottobanco con riferimenti alla natura umana. La scelta non è oggetto di ponderatezza – in fondo Beatrice ha 16 anni e si pone poco il problema- ma solo scaturita dalla natura della nostra personalità, mentre in Matrix diventa filosofia pura dove, “scelta” e “natura umana” sono scisse completamente e la prima prescinde dalla natura del prescelto perseguendo però il suo destino.

A quadrate l’architettura distopica c’è infine la “paura dell’ignoto”: la città ha una sua milizia e delle fortificazioni che la difendono da quel che non si conosce. L’ignoto, un qualcosa di indefinito e che forse non arriverà mai, che costringe però la città stessa a perseguire comunque lo scopo difensivo. Tale obiettivo non rimane sono aleatorio ma ha anche un ruolo ben definito, quello di tenere insieme il mondo costituito grazie al timore che ne diventa il collante. Come si rompe questo sistema? Con l’individualismo, Jeanine Matthews, capo-fazione degli eruditi, comincia una campagna stampa contro gli abneganti. Il potere non deve andare agli altruisti, per loro natura non votati all’interesse personale, bensì agli eruditi che hanno la conoscenza in mano – notare che gli eruditi della Roth sono solo scienziati e ricercatori, quindi scrittori e filosofi sarebbero degli esclusi! E la scelta, nel contesto di questo libro, non è del tutto sbagliata-. Dopotutto, chi conosce comanda. 
Se si analizza questo concetto potrebbe anche sembrare corretto, chi ha la conoscenza, dovrebbe avere una visione d’insieme migliore di chi ha campi più ristretti. Al tempo stesso, non basta essere altruisti per essere giusti governanti ma, se proprio andiamo a guardare bene, nessuna delle fazioni ha delle caratteristiche necessarie potere governare in maniera giusta. In un mondo idilliaco ogni rappresentante delle varie fazioni dovrebbe poter dire la sua e l’insieme delle caratteristiche, di coloro che sono chiamati a rappresentare la collettività, dovrebbe dare come risultato un sistema democratico e illuminato che permetta alla comunità di avere tutto ciò di cui ha bisogno e al contempo di vivere in una società giusta. Ma cosa avviene in realtà? Che, come dicevo nella recensione de “La fattoria degli animali“, la cessione del potere può essere pericolosa perché “la tentazione di colui che detiene man mano più potere […] (è) vizio connaturato alla natura mortale dell’uomo”. La soluzione qual è? Devo ancora trovare un romanzo distopico che affronti questo tema risolvendolo. Nella cosmologia schmittiana de “La giostra del piacere“, che distopico non è ma descrive quello che succede poco prima dell’apocalissi del singolo individuo, l’unica soluzione è il “baratro” ovvero il reset dello status quo e lo start-up di una nuova società che riparte da zero. Che sia l’unica possibile? Non è dato sapersi, ma forse prima o poi lo scopriremo.

Detto questo, dopo tutte queste riflessioni altolocate, ci sarebbe da dire pure sulla storia che si muove dentro questa architettura perfetta e che ha dei punti vincenti. Beatrice si trova non solo a dover affrontare l’iniziazione della fazione cui appartiene ma anche a combattere per idee che in fondo non erano sue. La sua natura umana, che la tiene legata alla famiglia, le fa capire il pericolo e sa perfettamente di non essere uniformabile e quindi ad un certo punto si trova a dover accettare un aiuto, anzi più di uno, che piovono come elementi di salvataggio quando la trama si potrebbe risolvere in un nulla di fatto. Quindi libro bello bellissimo? Ni, come dicevo a cappello di questa recensione, in parte sì, per me che sono un’amante del genere, in parte no perché molte di queste informazioni vengono da riflessioni da adulti e l’autrice non tende mai a far riflettere i propri personaggi sul contesto che li circonda. Aggiungiamo a questo anche il gran numero di cliché che fanno parecchio sorridere o di spiegazioni rimaste sospese come ad esempio:

  • i pacifici, che siccome vogliono vivere in armonia, si vestono come Hippies;
  • il fatto che ogni fazione coltivi comunque l’individualità, come le case per gli abneganti, i capifazione quindi una struttura verticale, il benefit (la macchina di Jeanine ad esempio) e via dicendo;
  • che per ogni problema c’è un siero, quando non si sa come svoltare la situazione c’è sempre un siero in agguato;
  • Beatrice è fondamentalmente una una persona instabile più che divergente, prende decisioni e cambia idea nel raggio di pochi secondi ed è al contempo una bimba e un terminator;
  • “la mia mamma e il mio papà”, temo sia una questione di traduzione, ma il fatto che qualcuno, che sta sparando all’impazzata, pensi “la mia mamma e il mio papà” mi fa decisamente strano – pensare poi che un adolescente che secondo le mode, apostrofa i suoi genitori nei modi più disparati, di cui il più gentile è mà e pà o mamma e papà senza altri ammennicoli, me lo fa sembrare meno reale- [Aggiornamento del 4/8/2015- Grazie ad Irene (Librangolo Acuto) che lo sta leggendo in lingua originale, la traduzione letterale sarebbe “mia madre” o “mio padre” niente mamma e papà];
  • è lampante che a scriverlo sia stata una donna, visto che i maschi, persino degli intrepidi, sembrano più delle adolescenti che degli adolescenti;
  • il gioco del rubabandiera, descritto in pratica come tale dai Four ed Erick, che qui viene definito “strappabandiera”[Aggiornamento del 4/8/2015- Grazie ad Irene (Librangolo Acuto) che lo sta leggendo in lingua originale la traduzione è comunque errata perché in americano è scritto “capture the flag”];
  • le pessime descrizioni dei combattimenti, talmente affollate di gesti che non si riesce mai a capire “chi colpisce chi” se non rileggendo il passo almeno tre volte.
Perché piace tanto ai ragazzi? Semplice, mettendo da parte quel che fin qui vi ho detto, l’identificazione è molto semplice. A sedici anni si è grandicelli ma non ancora adulti, pensare di poter vivere in un mondo che finalmente ti ascolta è un bel sogno, come anche quello di fare parte di un gruppo ed esserne membri effettivi. In più colpiscono anche messaggi che, invece, potrebbero essere meno evidenti come per esempio, l’unirsi per un reale obiettivo concreto e scegliere per che cosa valga veramente di combattere o contestare e l’impegno per raggiungere uno “status quo” ed essere accettati dagli altri. Elementi che fanno da compendio al mondo bellissimo che qui si rappresenta. La storia d’amore, in questo libro, non è così presente, perché l’interesse è tutto incentrato sullo scopo di difesa ma ci sta, anche se, devo ammettere, di non avr mai visto un diciottenne che, con una bella ragazza fra le mani, si sente dire “Non voglio andar di fretta”, che risponde “va bene, me ne ritorno a dormire sul pavimento”. Ma ne capisco l’intento educativo. 


Per questo continuerò a sostenere che questa saga poteva veramente porsi sullo stesso piano che ricopre quella di Harry Potter, fatta per i ragazzini più piccoli ma molto letta dagli adulti. Questo sarebbe successo se l’autrice, l’editor e anche chi l’ha opzionato per l’Italia, ci avessero creduto un po’ di più. Bastava veicolare i temi, far parlare i protagonisti non solo di “mia mamma e mio papà” (mio e mia non li avrei mai messi!) – magari avessero fatto riferimento alla filosofia che poteva esserci dietro tutto questo! – o non farli piagnucolare quando bisogna prendere tempo, e avremmo evitato intermezzi inutili ottenendo un romanzo distopico veramente perfetto e lineare.
Rimane comunque il fatto che è un libro che ho consigliato e consiglierei ancora, sia agli adulti che ai ragazzi.

È una recensione che non vi aspettavate sul tema? Prendetela come divergente, perché per sparlarne bisogna comunque leggerla e io devo ammettere che sono rimasta felicemente sorpresa di non essermi ritrovata di fronte alla porcheria che pensavo che fosse.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Divergent

Veronica Roth
De Agostini Editore, Ed. 2014
Traduttore R.Verde
Prezzo 9,90€ (copertina flessibile)


Fonte: LettureSconclusionate



2 thoughts on “"Divergent", Veronica Roth – Una recensione divergente….

  1. L'ho letta tutta, un vero e proprio “lavoro” 🙂
    Volevo aggiungere, avendo visto solo il primo film (Divergent) e senza aver letto la trilogia, che un espediente che mi ha colpito (nel film), perché diverso da ciò che troviamo in storie simili a queste, è stato l'affronto delle apure dei singoli attraverso la loro proiezione, grazie ad un siero, in quel mondo onirico e parallelo cui si viene proiettati da un siero ed in cui, per sconfiggerle e salvarsi, sembrerebbero bastare presenza di spirito e semplicità.
    Complimenti, comunque, per la recensione.
    Paola C. Sabatini

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  2. In parte succede pure in Matrix. Ma in effetti sì, è una soluzione interessante. Peccato, pure lì si poteva andare oltre attraverso le riflessioni dei protagonisti ma non era nell'interesse della Roth.
    Grazie Paola!

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