[Dal libro che sto leggendo] In cerca di Transwonderland


Noo Saro-Wiwa
Fonte: CNTV English



Come vi avevo accennato nel Diario di un mese di libri di Agosto, sto leggendo questo bel libro da circa una settimana (non è così lungo, ma sto cercando di terminare Wallace e quindi non ho potuto dedicargli il tempo dovuto!). Come vi avevo detto, nella letteratura di genere, è un caso raro avere una scrittrice che riesce a raccontare le sue origini da un punto di vista che, in questo caso, è a metà fra Africa e occidente. E’ un resoconto di viaggio. 

Noo, dopo la morte del padre non è più tornata in Nigeria eppure, dopo tanti anni e dopo aver visto tanti paesi come scrittrice di viaggi, decide di tornare alle sue origini non per dovere ma per curiosità. Ed è questo mondo che racconta e con la scusa del reportage di viaggio riesce a vedere i suoi connazionali sotto una luce che un tempo, bambina, non poteva soppesare e nemmeno apprezzare. Questo rientro in patria è anche l’occasione per riconoscersi in una cultura che da tempo ha rifiutato e questi passi di conoscenza ci permettono di fare lo stesso percorso.

Non è affatto facile leggere gli scritti del padre senza rimanerne particolarmente colpiti, ma Noo, vuoi perché è cresciuta in Inghilterra e vuoi perché attraversa una Nigeria diversa da quella che aveva visto da piccina, nei primi anni ’90, riesce a renderci la strada sicuramente più semplice. L’unico modo per apprezzarla totalmente è spogliarsi dei preconcetti e delle sovrastrutture e intraprendere il viaggio con la stessa curiosità dell’autrice. Resterete senza acqua corrente e senza elettricità, ma non importa.

Giovedì 10 settembre Noo Saro-Wiwa sarà ospite al Festival della Letteratura di Mantova 

  • alle ore 9.00 Evento “Le pagine della cultura” in Piazza Leon Battista Alberti con Alberto Notarbartolo e Piero Zardo 
  • alle ore 17.00 Evento “Il ritorno” al Conservatorio di musica “Campiani”con Francesco Abate 

Se vi capita di essere nei paraggi, vi consiglio di andarla a sentire anche per me!

Buone letture,

Simona Scravaglieri

Rif. I libri del padre recensiti in questo blog:
La foresta di fiori

Prologo 


Le voci rimbombavano profonde, così forti che mi sono svegliata di soprassalto dal sonnellino di metà mattina. Ho aperto gli occhi su una folla di nigeriani, perlopiù uomini, assembrati vicino al banco informazioni, al centro dell’area partenze dell’aeroporto di Gatwick. Gesticolavano con rabbia. 
«Ci trattate come animali!» ha inveito un tipo contro il funzionario biondo dell’aeroporto, che ha incassato la raffica di parole con un sorrisetto passivo, vagamente sconcertato. «Siamo o non siamo esseri umani come voi?». Un guasto meccanico aveva causato un ritardo ancora imprecisato sul nostro volo per Lagos e ad alcuni passeggeri nigeriani –sempre pronti a subodorare un complotto –la cosa puzzava. Si sono raccolti in cerchio attorno a un passeggero che si era autonominato portavoce dei loro sospetti. Con la testa inclinata verso il mezzanino, questo oga predicava a gran voce contro la strategia adottata da Gatwick per umiliarci e la tirchieria della Virgin, che non metteva a disposizione un altro apparecchio. 
Altri sventolavano sotto il naso del personale al banco informazioni i buoni pasto ricevuti a titolo di rimborso, sbraitando in faccia agli impiegati che la scelta di Gatwick di non fornire notizie era deliberata. Protestavano e pontificavano, offrendo ciascuno la propria teoria sul perché tenessero a terra l’aereo. Gradualmente hanno trasformato la tranquillità dell’area partenze nel tumulto di una rabbiosa curva da stadio. 
Ma inviare la polizia armata a monitorare la situazione era una precauzione inutile. Avrei voluto dire a chiunque aveva preso quella decisione di non allarmarsi: a noi nigeriani piace urlare a squarciagola, sia che raccontiamo una barzelletta, preghiamo in chiesa o culliamo un bebè per farlo addormentare. Avrei anche voluto dirgli che non siamo fuori di testa –anni e anni di corruzione a livello politico ci hanno reso estremamente diffidenti nei confronti delle autorità –, ma non c’era nessuno con cui discuterne, così non ho potuto fare altro che starmene seduta a guardare mentre la reputazione del nostro paese sprofondava sempre di più agli occhi del mondo. 
Ad un certo punto sono passati due italiani, uno ha ridacchiato e battendosi le dita sulla fronte ha detto all’amico la parola «pazzi», per poi girarsi e rivolgere a quello spettacolo un ultimo sguardo di scherno. I viaggiatori inglesi, più controllati nel manifestare le loro emozioni, si stringevano nelle spalle sorridendo con gli occhi, mentre nel negozio di elettronica lì accanto due commessi con i capelli sparati chiacchieravano condannando a gesti il comportamento della folla. Un’ora dopo, la responsabile dell’ufficio informazioni ha acceso l’altoparlante per annunciare ai passeggeri nigeriani uno sconto del cinquanta percento sul volo di ritorno. 
«Ci scusiamo per il ritardo» ha esordito, ma le sue parole sono state soffocate dallo scontento della folla che ora reclamava a gran voce altri buoni pasto. Ha provato di nuovo, stavolta quasi gridando nel microfono. «Per favore, state calmi. Sto solo cercando di aiutarvi!». L’area partenze è stata percorsa da un sussulto di sorpresa. «Ci manca la disciplina» ha mormorato rivolta a me una signora nigeriana di una certa età, scuotendo il capo per la vergogna. Noi due, insieme alla maggioranza dei passeggeri diretti a Lagos rimasti in silenzio, ce ne stavamo in disparte a guardare, incerte se ridere o piangere. 
Essere nigeriani può trasformarsi nel più imbarazzante dei fardelli. Tremiamo alla vista di certi compatrioti votati a farci passare per una nazione di furfanti. I loro sforzi vengono ampiamente ripagati negli aeroporti, luoghi che per loro stessa natura garantiscono alla nostra nomea di gente turbolenta un’ampia diffusione su scala globale. Proprio per questo motivo temo da sempre gli aeroporti. Inoltre sono posti in cui, da nigeriana cresciuta in Inghilterra, mi trovo costretta a osservare come la mentalità europea cozzi con quella africana e mi sento divisa tra la lealtà e lo sdegno che provo per entrambe: avrei voluto prendere a schiaffi l’italiano che aveva frainteso il nostro comportamento crogiolandosi nel suo senso di superiorità; allo stesso tempo avrei voluto sotterrarmi per il chiasso prodotto dai nigeriani, paranoici e indisciplinati, incuranti delle norme civili britanniche. 
Ma l’imbarazzo e quel senso di straniamento culturale non erano affatto nuovi per me. Tutto ebbe inizio nel lontano 1983 quando, in una situazione analoga, la mia famiglia e altri trecento passeggeri imbufaliti della Nigeria Airways furono stipati su un pullman e trasportati come bestiame di seconda scelta fino a un albergo fuorimano di Brighton, in attesa che il volo fosse pronto. Ero troppo piccola per comprendere le circostanze che avevano causato quel ritardo, eppure ricordo con chiarezza viscerale le urla, il caos e un sentimento di vergogna nei confronti del mio paese. Da quel giorno il volo dall’Inghilterra alla Nigeria è sempre stato fonte di ansia per me, un viaggio che ripetevo solo perché costretta. Da adolescente, all’inizio delle vacanze estive, in pratica dovevo essere scortata a vista fin sull’aereo della Nigeria Airways, e questo non solo perché volevo evitare l’incubo dell’aeroporto, ma soprattutto perché non volevo raggiungere la destinazione finale. Dover trascorrere quei due mesi in patria, un posto dimenticato da Dio, così poco attraente con la sua predilezione per il frastuono e il disordine, equivaleva a una punizione. Volevo una vacanza vera, volevo correre su uno di quei gonfiabili a forma di banana nel mare delle Barbados o mangiare pizza sulla scalinata di piazza di Spagna, proprio come i miei compagni di scuola. Ma i miei genitori non avevano i soldi né la propensione per quel genere di cose. 
«Si va a casa» insistevano con la fermezza di chi non è così sciocco da sprecare viaggi esotici con dei ragazzini al seguito. Arrivava luglio e io, quasi ogni anno, facevo le valigie e mi preparavo a scontare la mia condanna in un paese dove l’unico «sviluppo» cui assistevo era il progredire delle crepe e delle ragnatele sui muri, e dove «crescita» significava semplicemente macchie di muffa più grosse sul soffitto. Sembrava che niente dovesse mai cambiare in meglio nella politica o nell’economia della Nigeria degli anni Ottanta. 
Atterravo in un aeroporto che non veniva ristrutturato da due decenni. L’aria umida e viscosa, smossa invano da sonnacchiosi ventilatori a soffitto, mi soffocava come un cuscino, dandomi un assaggio del disfacimento e dei disagi che mi attendevano. All’epoca, quando i voli internazionali erano considerati chic, molti genitori vestivano i bambini come se dovessero prendere parte a un gala. Le figliolette erano tutte pizzi e falpalà; i ragazzini sudavano l’anima in smoking e papillon, mentre alla dogana ladri armati (altrimenti noti come soldati governativi) rovistavano nei bagagli di ogni passeggero. Solo in Nigeria potevi vedere mitra, smoking, uniformi dell’esercito e abiti da sera tutti insieme in un aeroporto. Quel folle senso estetico riassumeva meglio di qualunque altra cosa la vanità e lo scadimento tipici del mio paese, e ciò mi deprimeva. Volevo fuggire. 
Volevo tornarmene nel posto che io chiamavo casa: il Surrey, così pieno di verde, un paradiso traboccante di Twix, cartoni animati in tv e cipressi di Leyland, lontano anni luce dalla calura e dal caos della Nigeria. Camminavo appena quando la mia famiglia si trasferì lì nel 1978. Eravamo in pieno boom petrolifero, la moneta nigeriana, il naira, godeva di un cambio quasi alla pari con la sterlina e per la nostra classe media era facile trapiantare il proprio stile di vita in Inghilterra. Con l’intento di farci frequentare scuole inglesi, mio padre sistemò la famiglia nel Regno Unito pur continuando a lavorare in Nigeria come imprenditore immobiliare, scrittore e uomo d’affari. Per mesi e mesi mia madre, nonostante la nostalgia di casa, si sobbarcava il ruolo di capofamiglia. Cucinava plantano e lottava con il riscaldamento centralizzato e le altre novità della vita inglese. Noi guardavamo il Muppet Show e, disobbedienti, scarabocchiavamo i muri, quando non eravamo impegnati a setacciare il frigo in cerca di merendine. 
Ma non era per i lussi di questa vita che mio padre aveva portato i figli in Inghilterra. Eravamo lì per ricevere un’istruzione ed era terrorizzato all’idea che ci rammollissimo, motivo per cui il soggiorno estivo in Nigeria a volte prevedeva quindici giorni di brutale acculturazione nel nostro villaggio. L’esperienza era di quelle che «formano il carattere»: eravamo costretti a vivere senza elettricità, acqua corrente e –la più terribile delle privazioni –senza tv. Era un gulag tropicale. Zie e zii senza un nome ci afferravano amorevolmente il viso affondando le dita come artigli e ci prendevano in giro perché non parlavamo bene la nostra lingua. «O bee kruawa?» ci chiedevano apposta, e sghignazzavano quando non rispondevamo. A cena ci nutrivano con piatti dal sapore intenso, come farina riso e zuppa di okro, che mangiavamo alla luce della lampade al kerosene e innaffiavamo con Coca-Cola a temperatura ambiente. Poi, quando era ora di andare a letto, toccava a noi fungere da pasto per un esercito di zanzare e pappataci, invisibile ma spaventosamente rumoroso. All’alba avevamo le braccia coperte da ponfi pruriginosi simili a fragole, solo più grossi, e le unghie nere per aver passato la notte a scorticarci la pelle sudata.


Questo pezzo è tratto da:

In cerca di Transwonderland
Noo Saro-Wiwa, ed. 2015
Traduzione Caterina Barboni
66THAND2ND
Collana “Bazar!
Prezzo 18,00€

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