"Infinite Jest", David Foster Wallace – Guernica…

Guernica, 1937
Fonte: PabloPicasso.org


Me l’hanno chiesta in molti questa recensione anche se, a dire la verità, io non avevo intenzione di scriverla. Non perché non abbia nulla da dire, vi avrei voluto far vedere la faccia di Librangolo Acuto mentre le stavo “accennando a modo mio” ( leggi sono partita con una disamina formato polpettone) qualcosa in merito, ma perché quello che ho da segnalare non è altro che la punta dell’iceberg. Il formato di Infinite Jest non solo è “tomico” visivamente ma anche concettualmente e si muove fra passato e futuro senza soluzione di continuità, sottolineando uno spazio-narrativo non solo fisico-geografico ma anche temporale,  assumendo in alcuni punti caratteristiche di vero “delirio verbale” in cui, il “metodo di scrittura”, asserve in maniera endemica la “comprensione empatica e fisica” della situazione che va descrivendo. Tranquilli è più semplice di quanto i paroloni non facciano presagire!

Ma andiamo per gradi. Visualizzate mentalmente la cartina geografica dell’America del Nord (Usa- Canada e Quebec) – e siccome sono brava vi ho messo anche la cartina, contenti? -; ora, nel “presente della storia” ci viene raccontato che c’è stata una grossa emergenza che ha fatto sì che Canada ed Usa, dopo vari fattacci, abbiano deciso che una parte della zona del Quebec divenisse un’enorme cloaca per raccogliere i rifiuti dei due stati. Rifiuti che, per la loro tossicità, devono essere addirittura lanciati con grandi catapulte. Chiaramente i quebechiani hanno visto questa scelta come un sopruso e hanno cominciato a reagire con azioni di rivolta sempre più spericolate tra cui, quella che mi piace di più, è mettere degli specchi sulle autostrade perché la gente pensi che c’è una macchina che sta andando contromano e si fermi di botto o sterzi di lato, provocando immensi incidenti. Ha del geniale il ragazzuolo vero?


La storia principale, invece, si svolge nei sobborghi di Boston dove è stata fondata un’accademia per giovani promesse del tennis che ha un vero e proprio programma, “militare” potremmo definirlo, orientato a far dare il massimo ai futuri campioni. Ma, sempre nel presente della narrazione, c’è un caso che sconvolge la nazione, ovvero una cartuccia (tenete a mente il termine che ne riparliamo più giù), che quando viene inserita nel visore TP (in pratica un televisione con un lettore di video) è talmente coinvolgente da semplicemente inebetire perdutamente chiunque la guardi, tant’è che è impossibile poi, una volta liberate le vittime, sapere di che cosa parli.
Nei pressi dell’accademia, in terreni che ha comunque dovuto comprare per beghe legali, ci sono diversi caseggiati che riuniscono un gruppo di strutture di recupero di cui, la focalizzazione di Wallace, punta in particolare su quella che si occupa del recupero dei tossicodipendenti e degli alcolizzati. Per riassumere la trama sinteticamente, dopo aver dato queste indicazioni minime, possiamo dire che:
L’America e il Canada stanno cercando chi abbia messo in circolazione la cartuccia che porta alla follia chi la vede, che potrebbe rivelarsi una débâcle per gli organi al potere, e che, dopo varie indagini, sembra essere stata realizzata da qualcuno che è correlato con un’accademia tennistica di cui si conosce poco e che ha relazioni anche con la Ennet House (la casa di recupero). Ecco tutto qui. Riusciranno i nostri eroi a trovare chi, cosa e dove? Ma vi ho mai raccontato la fine di un libro? Ecco, non comincerò ora.

Detto questo, in questo caso parliamo di una recensione “aperta”, ovvero che ce ne sarà una successiva per ogni volta che rileggerò questo libro – tranquilli, per quest’anno ho dato! -, perché, per arrivare alla sintesi di cui sopra, bisogna attraversare mari in tempesta di parole e di situazioni che non è facile né tenere a mente e nemmeno circoscrivere tutte la prima volta per poterne parlare in maniera completa. In più il gran numero di personaggi e delle loro storie personali frammentate in maniera apparentemente disomogenea nella trama non permette sempre di scoprire al primo sguardo a quale personaggio, presentato in precedenza o che ricomparirà successivamente, faccia riferimento ogni riquadro di trama che si legge.
Tanto per fare un esempio ho scoperto solo alla fine che il Jim bambino di un racconto sito fra le prime 600 pagine, è il fondatore dell’accademia! 
Per rendere l’idea di come sia la struttura di Infinite Jest è necessario trovare un’immagine che possa, almeno in minima parte, racchiudere i concetti spaziali e temporali e l’unica che mi è venuta in mente è Guernica di Picasso. Guernica rappresenta gli orrori della guerra cristallizzati in un attimo, in cui il pathos derivato dalla sofferenza del gruppo che è stato colpito, è rappresentato, attraverso la scomposizione degli elementi tipica del cubismo, con la resa visuale di più angolazioni della stessa scena. Quindi potremmo dire che lo spazio è frammentato ma rappresentato attraverso più viste ricomposte dall’autore in maniera tale che sia evidente e palpabile l’orrore che rappresenta.

Stessa cosa succede con Infinite Jest: Wallace rappresenta attraverso le parole non solo lo spazio geografico in cui si muovono tutte le pedine di questo grande gioco di incastri, ma anche il tempo. Mentre la collocazione geografica trova in una annotazione, abbastanza lunga ma decisamente esplicativa, un suo spazio facilmente individuabile, per lo spazio temporale, procede come Picasso costruì Guernica. Ogni personaggio è unico nel suo genere, nelle sue mancanze o debolezze e nei suoi desideri, nonché nelle sue solitudini. Ogni rappresentazione del personaggio è differente, passato e presente vengono mescolati alle storie degli altri senza un’apparente organizzazione che invece c’è e asserve la necessità di dare una definizione spaziale del tempo che passa tra le esperienze passate e le conseguenze presenti. Per saggiare quale sia l’entità fisica per ogni scelta o ogni azione e per sottolineare questo invito, ogni capitolo salta bruscamente dalla vita di un personaggio a quella di un altro, dal presente al passato, dall’azione al ricordo spiazzando ogni volta il lettore che si abitua ad una voce o ad un tipo di narrazione e alla pagina successiva, senza alcun preavviso, si trova il registro narrativo completamente sconvolto. Inizialmente mi era stato suggerito di far riferimento alla corrispondenza fra gli anni resocontati, fra le varie storie, da Wallace e quelli reali. L’ho fatto inizialmente e poi ho lasciato perdere perché mi sono resa conto che è uno sforzo poco produttivo. Ogni concetto è temporalmente inserito come si è svolto nella realtà, ma solo per consequenzialità e non perché è avvenuto in un anno o in un altro. Se affrontiamo il tema del tempo partendo dal presupposto che il “presente narrativo” è quello in cui si scrive e che il fine ultimo è quello di mappare lo “spazio fisico di tempo” che serve per produrre una reazione ad una azione o recuperare un errore, il parallelo con lo scorrere reale degli anni non è più necessario. E devo dire che dopo questa decisione, me lo sono goduto veramente di più.  

Quindi, qualora vogliate tentare l’impresa, non “approcciate al tomo” con il piglio di un libro normale, perché ne verrete respinti come non “eletti”, se invece lo avvicinate con la curiosità del lettore di saggi – io lo chiamo così, ovvero è l’approccio di colui che non capisce di che si parla al primo capitolo ma è certo che ci sarà un punto in cui la questione viene sicuramente spiegata -, alla fine riuscirete a completarlo, stremati ma contenti.  Pertanto quello che ci diremo in questo pezzo è ciò che probabilmente è più evidente, da un lato la visione tecnologica e la sua evoluzione e storia e dall’altro il “perché a cappello ci sian una nota in cui Wallace ci tiene a far sapere ai lettori – tramite i traduttori – che non è interessato a far loro una spiegazione delle varie droghe” anche se il libro è costellato di tutto ciò che può creare dipendenza. Il tennis? La passione e l’attenzione di Wallace per questo sport è evidente ma, soppesando tutte le informazioni, non è altro che un “di cui” delle dipendenze.

Dipendenze e droghe.
Smarchiamo prima questa parte che è la più contorta. Non ho mai letto e ne conosciuto nemmeno la minima parte di ciò che è citato qui, vero o no, e tra parentesi, dopo anni di malattia, so a malapena che fanno i medicinali che prendo io ma, oggi, so perfettamente che effetto fanno quelli citati da Wallace. Vi aspettavate un altro finale di frase vero? Però è così! La dipendenza da droghe, dall’alcol, dal gioco, dal sesso, dalla compulsione e anche, pare strano a dirlo, la dipendenza dal rifiuto di se stessi, sono ampiamente descritti qui, ognuno ha il suo spazio così come anche il tennis. Ma la descrizione delle partite comincia ad avere un senso solo quando una delle tante match descritti viene commentato. Il giocatore che è più forte e maturo è quello che nella propria compulsione interiore, nella menomazione e nei limiti riesce a svuotarsi da se stesso e concentrarsi su quelli dell’avversario. Così anche nella dipendenza è necessario trascendere da se stessi conoscere i limiti del proprio avversario (l’oggetto di dipendenza che viene spiegato da chiunque intervenga come oratore nelle riunioni) e deve essere battuto con le armi che si hanno a disposizione. Così se nel campo un pallonetto può essere il colpo che batte un avversario forte alla rete così nella dipendenza è consigliabile non scappare dalla tentazione (quindi non rinunciare ad una risposta che sembra impossibile in campo) ma, come dice Wallace, “farsi attraversare da essa” ( o diventare la palla stessa come dice l’allenatore dell’accademia) senza permettere che il suo passaggio abbia in te un punto di arresto (quindi non rincorrere per riprendere una palla che è decisamente fuori!) perché se la prendi in considerazione seriamente tornerai alla dipendenza stessa (e magari riprendendo la palla che stava andando fuori, perderai tu stesso punti!). Quindi è chiaro che, nonostante l’60% delle note riguardi medicinali, droghe e varie del mondo della dipendenza, non sia questo che vuole trasmetterci.

Il mare di parole inserito ogni volta che si parla di stati di alterazione o delle riunioni dei dipendenti da qualunque cosa, servono al lettore a trascendere da se stesso ed entrare proprio nel “mood”. La nenia, la cantilena, le cose ripetute, il luogo lontano e inospitale, le stanze fumose e sporche, gli sponsor come profeti sibillini, le visioni, allucinazioni e via dicendo fanno parte tutte di quello che normalmente percorre chi vive nella dipendenza. 
Oltre a questo gioco al massacro si aggiunge una tecnica narrativa che si avvicina molto a quelle che venivano portate avanti da correnti culturali minori americane fra gli anni ’20 e gli anni ’50. A me ha ricordato Barthelme e in particolare in “Questo giornale qui” – non è tutto il racconto! – preso da “Atti innaturali, pratiche innominabili” – Collana “Minimum Classics” della MinimumFax – e trovo interessante questa forma di scrittura che tende a fare l’opposto di quello che faceva Picasso. Secondo Gertrude Stein in “Flirtare ai grandi magazzini” – Archinto Editore – di cui prima o poi vi farò una recensione, promesso! – Picasso aveva solo amici scrittori perché con i suoi quadri non dipingeva, bensì raccontava storie e quindi era lui stesso uno scrittore con segni grafici differenti, più vicini alla rappresentazione  della realtà che dovevano spogliarsi del manierismo della pittura per diventare il ponte fra “scrittura che rappresenta la realtà e la realtà che si racconta attraverso la sua rappresentazione”. Quello che fa Wallace, e anche Barthelme,  è esattamente l’opposto ma ha lo stesso risultato la “rappresentazione della sfaccettatura della realtà” con una “rappresentazione grafica limitata alla parola”. E, strano a dirsi, contrapponendosi alla sintesi grafica di Picasso, per rendere la parola emozione e per fare sì che questa vada oltre la comprensione e diventi parte di noi ci vogliono tante parole, ripetizioni a volte di immagini evocate o, a volte, solo di immagini piatte. Entrambi gli stili arriveranno al loro scopo non solo di far vedere la realtà ma soprattutto di farla diventare un’esperienza, perché la visione rimane tale fino a quando non arriva un qualcosa di altro che attiri la nostra attenzione, l’esperienza rimane endemicamente con noi grazie all’empatia che abbiamo provato scoprendo uno dopo l’altro gli strati che la compongono. E allora perché scegliere “Guernica” invece che il “bue” di Picasso. Semplice! E’ uno dei pochi quadri in cui lo stile wallaciano, di Barthelme e di Picasso si somiglino. E’ assordante ed è pieno di informazioni, cupo, pieno di dolore, di fumo, e odore di morte, proprio come la descrizione della riunione degli Alcolsti Anonimi o dipendenti da droghe varie che descrive Wallace. Provare per credere!

La visione tecnologica.
E qui siamo nel mio campo! Da figlia cresciuta a pane e doppini telefonici, ora anche a fibra e a trasmissioni ad alta velocità, volevate che non mi ci cadesse l’occhio? Occorre comunque fare un minimo il quadro del periodo in cui è stato creato questo libro. Da una serie di citazioni che ho trovato su “Le Howling Fantods” che raccoglie notizie e informazioni sull’autore dal 1997 si legge che Wallace ha cominciato a redigere le prime bozze di questo libro nel 1991. Ecco voi non ve lo ricordate forse, ma io sì, ma alla fine degli anni ’80 per il grande pubblico italiano la rete internet era una cosa fantasmagorica che si vedeva in tv, a Unomattina. In particolare si parlava di un sistema che permetteva, attraverso i pc, all’epoca i video dei computer con lo sfondo scuro con i caratteri verdi, che permettevano la possibilità di parlare con l’altra parte del mondo magari chiedendo un’informazione avendo in maniera immediata una risposta. Perché me lo ricordo così bene? Ricordate che vi ho detto che sono cresciuta a pane e doppini telefonici? Ecco le prime trasmissioni internet in Italia viaggiavano sui cavi , allora, di Italcable (cable non lo leggete in inglese ma come si scrive!) e in quella trasmissione chi rappresentava, dal lato tecnico della società in questione, le immense opportunità della rete era mio padre. Prima di questo momento, negli anni ’80 c’era stato il boom del videotel, “boom” si fa per dire perché quell’apparato non ebbe una gran fortuna visto che a noi piaceva chiacchierare al vecchio telefono di casa.

Invece nel ’91 e fino al ’96, tenendo conto che già al finire degli anni ’80 – questo da fonti di casa ovvero mio padre che aveva spesso rapporti di lavoro con le major di telefonia americane – in America si parlava di “autostrade digitali” e di tv digitale, Wallace descrive, in varie parti di Infinite Jest la nascita della comunicazione e la sua fine (con il confluire delle varie tecnologie) con una semplicità che ha dell’incredibile e va anche oltre arrivando alle conseguenze di molti fenomeni sociali. Ed è proprio nella descrizione, metaforizzata della tecnologia che si riflette la maniacalità e la precisione di questo autore, descritto sempre come “genio e sregolatezza” e che invece aveva un suo metodo, sconclusionato, ma lo aveva. Pertanto partiamo dalle prime descrizioni di quello che noi chiamiamo il videotel, passando per il contestuale rilascio anche delle videocassette e della transizione della tv in digitale per arrivare ad un contesto univoco in cui la tv, o meglio quello che è il suo pronipote il “visore” diventa l’unico elemento attraverso cui passa tutto, conversazioni, internet e intrattenimento. Ma questa evoluzione cosa comporta? La spersonalizzazione dell’io, la solitudine, la noia, l’involuzione dell’umanità, la gerarchizzazione del prodotto di marketing a spese dell’essere umano che smette di essere tale e diventa solo un utente e un prodotto.

Questo noi lo viviamo ora visto che la digitalizzazione massiva ci ha reso schiavi dei mezzi per accedervi. Viviamo in rete, ci rapportiamo alla rete e la subiamo quando non ci sentiamo abbastanza apprezzati in poche parole ne siamo “dipendenti”. Per contro, come anche Wallace raccontava in Infinite Jest, non siamo preparati alla folle corsa tecnologica anche se ne siamo ammaliati. Quindi percorriamo la strada ma ci illudiamo che per mantenere la nostra privacy basti mettere un nome fittizio o una foto fittizia. Ci nascondiamo ma guardiamo famelicamente ciò che vivono o fanno gli altri. Ma la nostra smania di esserci pur nascondendoci diventa esso stesso un valore economico che ci rende numeri di un progetto di marketing cui attingono molti enti economici e che regola la nostra vita futura. E questo in Infinite Jest si traduce in gente che quando comincia ad avere l’opportunità di fare conference call si rende conto di avere invasi i propri spazi, che avendo la possibilità di avere intrattenimenti scelti da lui stesso, non ha bisogno più di uscire e andare al cinema ma, e c’è un ma, Wallace lascia comunque una porta aperta, vincolata sempre da chi vorrebbe veicolarla per i propri profitti, ma comunque una piccola via di uscita verso il passato: la disseminazione spontanea, ovvero la vecchia (per lui) trasmissione digitale con contenuti forniti e non scelti a priori.
In questo si riassume l’immensa dicotomia che vive la nostra epoca tra la scelta individuale e quella collettiva. Andare avanti verso la globalizzazione che ci rende parte di un tutto dove ci annulleremo o tornare indietro rinunciando alle opportunità che il mercato globale ci offre tornando indietro? In fondo quando si parla di comunicazione come mezzo di potere, e sono questioni che vengono fuori tra la prima e la seconda guerra mondiale, qualsiasi mezzo sia stato in grado di comunicare è diventato oggetto di creazione di necessità e di consensi. Sono queste le viti che fanno girare il mondo moderno “necessità” e “consenso” (che si nutrono delle nostre dipendenze), solo che prima non ce ne accorgevamo o non gli davamo troppo peso quanto gliene diamo oggi, ma se ci pensate bene, le dinamiche non sono affatto cambiate come anche Wallace sottintende mettendo alla berlina le stesse fobie di “privacy” nella sua “breve storia delle comunicazioni”.

Due paroline sulle tante note le possiamo anche dire: divertssement, secondo me, il buon vecchio David alla fine si divertiva un sacco anche lui con i suoi lettori. In alcuni punti sembra che in una nota in cui ti potrebbe scrivere due paroline e basta, lui ritenga indispensabile che tu sappia anche quello, e quell’altro e – come dimenticare! – anche questo. Sono pezzi che avrebbe potuto inserire in capitoli a parte? Assolutamente no! E’ un po’ come stare a sentire due comari spettegolare su un fatto. Il fatto è la trama di Infinite jest, le note sono le divagazioni che fanno capire meglio l’oggetto del pettegolezzo. In altri casi invece gioca con i suoi lettori facendo delle note che non servono, se non a farti rimanere di stucco, quasi sembra che lui già senta la tua voce interiore che irritata dice: “mamihaifattointerromperetuttoquelcomplicatissimodiscorsoperquesto?”. Sì, spiace dirlo, perché è troppo poco da letterato, ma lo fa, eccome! Tutti dicono che la nota 24 sulla filmografia di Incandenza (il famoso Jimmi da piccolo) è basilare, per questa lettura che ho fatto io… so di essere eretica, Sabatelli mi verrà a cercare per menarmi, ma anche no, potete sopravvivere anche senza.

Infine, miei prodi,che siete arrivati sino a qui, sappiate che a Infinite Jest si sopravvive (devo ammettere che ho avuto un po’ di vuoto pneumatico dopo averlo finito della serie “e ora che faccio?”) e che nonostante tutta l’altisonante critica o i riferimenti a pila atomica, che ci sono sicuramente ma che io – in questo momento non ho ancora letto -, questo libro è anche divertente. Confermo quanto detto nel “Diario di un mese di libri” di Agosto, che sia per la traduzione o va a capire cosa, le prime 300 pagine, per chi non conosce quello che c’è dietro al muro, sono un tantinello barbose. Confermo altresì che, se non capite di cosa farnetica lì, state tranquilli, dopo, lo capirete e si può anche leggere senza appunti altrui – molti mi hanno detto di farlo e io invece, impunita, non l’ho fatto!- yeah! Ci saranno altre recensioni su questo libro perché magari rileggendolo ci vedrò altre cose a cui questa volta non ho sicuramente dato la dovuta attenzione. Per vostra fortuna, direi…

In ultimo mi corre l’obbligo di scusarmi con il GDL del gruppo di lettura di Scratchbook che prima hanno deciso di leggere insieme Infinite Jest che e poi ho abbandonato durante il percorso, per ragioni di organizzazione di blog, per finirlo in solitaria e in netto ritardo a loro.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Infinite Jest
David Foster Wallace
Einaudi Stile Libero Big, ed. 2006
Traduzione E. Nesi, A. Villoresi, G. Guia
Collana “Sile libero Big”
Prezzo 27,00€
La mia copia, un po’ provata
fonte: LettureSconclusionate

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