[Dal libro che sto leggendo] Wool

Fonte: NerdGate

Teoricamente la ragione avrebbe voluto che vi inserissi il secondo libro di Hunger Games, ma dagli inizi di settembre mi domandavo se valesse la pensa di torturarvi con le saghe oppure no e, alla fine, ho deciso di farlo, ma in un altro giorno della settimana rispetto a quello delle recensioni standard. Quindi, siccome la rubrica non sarà dedicata solo alle saghe degli young adult, ma anche lavori seri ho deciso di iniziare con un signor lavoro.
Oggi invece di Hunger Games, di cui avrei da dire parecchie cose che avrei evitato fossi stata nella Collins, ho deciso di darvi l’opportunità di sbirciare e poi di parlare della “Trilogia del silo” di Hug Howey.

Come detto nel Diario di Agosto, non è una trilogia bella, bensì BELLISSIMA (e sapendo quanto mi stia antipatica la scrittura tutta maiuscola, vi renderete conto di quanto io ne sia entusiasta). E non è una mia fantasia, ma tre contatti di diversa estrazione, formazione, età la stanno leggendo e ne sono tutti e tre estremamente entusiasti. Scritta bene, tradotta ancor meglio, nessuna sbavatura e nemmeno errori evidenti, scorre con facilità e con una tensione sempre rinnovata grazie alle storie dei molteplici personaggi che si intrecciano in un continuo cambio di tempi. Si muove all’incirca in un raggio di tempo di 500-600 anni, ma , che gli scrittori affetti da eccesso di chiacchiera si decidano ad imitare il suo stile, i tre libri non sono pesanti perché non è una storia raccontata minuto per minuto. Insomma non è costruito come “I pilastri della terra” e la prosecuzione “Il mondo senza fine” di Follett, a dimostrazione che se il talento ce l’hai e anche la fantasia, non servono fiumi di parole per rendere un thriller tale.

“Ma è lungo tre volumi!” starete pensando, ma è l’unione di nove libri concepiti come un’unica saga di fondo, ma come storie diverse in realtà, mescolate così bene da non riconoscere dove inizi e finisca l’uno o l’altro, o almeno non dappertutto. Fantascienza, fantapolitica, mistero, thriller, amore (non esagerato), rapporti, distopia, controllo e quant’altro si mescolano in maniera magnifica ed efficace rendendola per me un vero e proprio capolavoro! Provare per credere, sono certa di non essere smentita… e pensare che i primi cinque libri erano usciti in autopubblicazione!

Buone letture,
Simona


1

I bambini stavano giocando mentre Holston saliva incontro alla morte. Li udiva urlare e rincorrersi qualche piano sopra di lui come fanno soltanto i bambini felici. Sentendo tutto il loro impaziente fracasso, se la prese comoda, avanzando sulla scala a chiocciola con un’andatura lenta e metodica che risuonava sui gradini metallici. 
Gli scalini, come i vecchi stivali di suo padre, mostravano segni di usura: della vernice scrostata rimaneva qualche traccia negli angoli e ai lati, dove nessuno posava i piedi. Passi lontani sollevavano piccole nuvole di polvere e Holston percepiva le vibrazioni della ringhiera, dove l’acciaio scintillante aveva perso ogni traccia di smalto. Era una cosa che l’aveva sempre sorpreso: come secoli di palmi di mani e suole di scarpe potessero logorare il metallo. Una molecola alla volta, immaginò. Ogni vita ne erodeva uno strato, allo stesso modo in cui il silo erodeva quella vita. 
Tutti i gradini si erano incurvati sotto il peso di generazioni di passanti, e ormai avevano il bordo smussato all’ingiù come un labbro imbronciato. Al centro, i rilievi a forma di rombo che un tempo li rendevano meno scivolosi erano scomparsi. Restavano soltanto sporgenze piramidali appena accennate e ancora ricoperte da minuscole scaglie di vernice che punteggiavano, come uno schema regolare, la superficie liscia del metallo. 
Holston alzò il suo vecchio scarpone e si issò su un altro vecchio gradino. Si lasciò prendere dal pensiero di ciò che restava di quegli anni lontani e sconosciuti. Molecole e vite cancellate, ridotte in polvere, strato dopo strato. Come gli era già capitato in passato, tornò a riflettere su una cosa: quelle scale, come le loro vite, non erano state create per una esistenza di quel genere. La lunga spirale che si avvolgeva all’interno del silo sotterraneo come una cannuccia in un bicchiere aveva confini troppo angusti per essere destinata a un uso tanto massiccio, pensò. Le scale, così come la loro intera casa cilindrica, sembravano progettate per assolvere ad altri scopi, funzioni dimenticate da tempo. Quella che per migliaia di persone era la strada principale, percorsa giorno dopo giorno in un continuo saliscendi, sembrava più che altro una struttura adatta alle emergenze, a poche decine di uomini. 
Holston superò un altro piano, che ospitava i dormitori disposti a raggiera. Man mano che raggiungeva gli ultimi livelli nell’ultima salita della sua vita, il suono ilare delle voci dei bambini riecheggiava più forte. Era la voce dell’incoscienza, di anime che non avevano ancora capito dove abitavano, che non sentivano la terra premere da tutti i lati, che non avevano la sensazione di essere sepolte, ma vive. Vive e ancora intatte, e lanciavano risate gioiose lungo la tromba delle scale, trilli incompatibili con quello che Holston si apprestava a fare, con la sua ferma decisione di uscire. 
Mentre si avvicinava al livello più alto, una giovane voce sovrastò le altre, risvegliando il ricordo della sua infanzia nel silo, dei banchi di scuola e dei giochi. All’epoca, il soffocante cilindro di cemento, con i suoi interminabili piani di appartamenti, officine, orti e stanze di purificazione dell’acqua attraversati da grovigli di tubi e condotti, gli appariva come un vasto universo, un mondo sterminato che non avrebbe mai potuto esplorare del tutto, un labirinto in cui lui e i suoi compagni si sarebbero potuti perdere per sempre. 
Ma quei giorni si erano conclusi oltre trent’anni prima, e la sua infanzia sembrava infinitamente lontana, come se non gli appartenesse più, come se l’avesse vissuta un altro, non lui. Un’esistenza consacrata al ruolo di sceriffo aveva cancellato i suoi ricordi. E poi c’era stato un altro stadio della sua vita, più recente e noto solo a lui, che aveva ridotto in polvere gli ultimi residui del suo essere: tre lunghi anni durante i quali aveva atteso in silenzio qualcosa che non sarebbe mai arrivato, un periodo in cui i giorni sembravano mesi. 
Giunto in cima, la sua mano non trovò più una ringhiera a cui poggiarsi. Il curvo corrimano d’acciaio consumato finiva lì, nel punto in cui la scala dava accesso alla stanza più grande di tutto il silo: la mensa e la vicina caffetteria. Adesso si trovava al livello da cui provenivano le grida allegre dei bambini, e le loro figure luminose gli sfrecciavano davanti, inseguendosi per gioco tra le sedie sparpagliate. Un gruppo di adulti cercava di contenere quella confusione, e Martha raccoglieva gessetti e colori a pastello dalle piastrelle macchiate del pavimento. Suo marito Clarke, seduto all’altro lato della stanza a un tavolo imbandito con caraffe di succo di frutta e vassoi di biscotti di mais, fece un cenno di saluto a Holston. 
Lui non ricambiò, non ne aveva l’energia né la voglia. Guardò oltre quegli adulti e quei bambini in festa, fissando l’offuscata Vista alle pareti della mensa. Era il più esteso scorcio sul mondo inospitale che li circondava. Una scena mattutina: la fioca luce dell’alba inondava le colline senza vita, rimaste immutate da quando era ragazzino. Erano lì dove erano sempre state, dai tempi in cui anche lui giocava a rincorrersi fra i tavoli della mensa, prima che diventasse la cosa vuota che era oggi. E, al di là della sterminata successione di pendii, un familiare e putrido orizzonte rifletteva i pallidi bagliori del sole nascente. Il vetro e l’acciaio consunti brillavano in lontananza, là dove un tempo, almeno così si credeva, la gente aveva vissuto sopra il livello del suolo. 
Un bambino, lanciato fuori dal gruppo come una cometa, andò a sbattere contro le ginocchia di Holston. Lui abbassò gli occhi e fece per toccarlo, ma il piccolo, il figlio di Susan, fu subito risucchiato nell’orbita dei compagni. 
Holston pensò improvvisamente alla Lotteria che lui e Allison avevano vinto l’anno in cui lei era morta. Conservava ancora il biglietto, lo portava sempre con sé. Uno di quei ragazzini avrebbe potuto essere suo figlio, avrebbe avuto già due anni e avrebbe barcollato dietro ai bimbi più grandi. Come tutti, anche loro avevano sperato di avere due gemelli. E ci avevano provato, naturalmente. Dopo la rimozione dell’Impianto di Allison, avevano cercato notte dopo notte di riscattare quel biglietto, gli altri genitori avevano augurato loro buona fortuna, mentre le coppie senza figli avevano continuato a pregare fiduciose, nell’attesa che il loro ennesimo anno sfortunato passasse in fretta. 
Sapendo di avere a disposizione soltanto dodici mesi, avevano abbracciato persino la superstizione, aggrappandosi a qualunque espediente che, a quanto si diceva, avrebbe aumentato la fertilità: trecce d’aglio appese sopra il letto, due monetine sotto il materasso nella speranza di avere due gemelli, e poi un nastro rosa tra i capelli di lei, sbaffi di blu sotto gli occhi di lui. Erano stati gesti disperati, tanto assurdi da essere quasi divertenti. Ma più folle sarebbe stato non tentare qualsiasi strada, tralasciare anche la più sciocca scaramanzia.
Era stato tutto inutile. Prima che l’anno fosse finito, la Lotteria era passata a un’altra coppia. Non per mancanza di buona volontà, ma per mancanza di tempo. O meglio, per un’improvvisa mancanza di moglie
Holston distolse lo sguardo dalla Vista sfocata e dai giochi dei bambini, e si incamminò verso il suo ufficio, tra la mensa e la camera di decompressione. Attraversando la sala, la sua mente tornò allo scontro che si era svolto lì dentro tre anni prima e, come ogni mattina da allora, rivide i fantasmi del passato. Sapeva che, se si fosse voltato per osservare la grande Vista sulla parete, se fosse riuscito a scrutare al di là delle lenti sporche della telecamera e del pulviscolo che volteggiava nell’aria, e avesse seguito la linea scura sulla collina, oltre la duna fangosa e fino alla città che sorgeva ai suoi piedi, avrebbe potuto scorgere la sagoma di lei, serena. Allison giaceva immobile come un masso, con le braccia piegate sotto la testa, mentre l’aria e le tossine la consumavano. 
Forse. 
Era difficile da vedere, quasi impossibile distinguerla chiaramente, anche prima che l’immagine si offuscasse. E poi, quella Vista era ben poco affidabile. C’erano molti particolari che non quadravano, a dirla tutta. Holston decise di non guardare, superò la sala lugubre, impregnata di spettri, un posto in cui i brutti ricordi avevano messo radici, dove la paranoia di Allison era esplosa all’improvviso, ed entrò nel suo ufficio. 
«Guarda chi c’è così di buon’ora» lo salutò Marnes, il suo vice, sorridendo. Chiuse un vecchio cassetto metallico dell’archivio, che cigolò sui binari arrugginiti. Prese una tazza fumante e poi notò l’espressione solenne di Holston. «Tutto bene, capo?» 
L’altro annuì e indicò la rastrelliera delle chiavi dietro la scrivania. «Cella di custodia» ordinò seccamente. 
Il sorriso di Marnes cedette il posto a uno sguardo accigliato. Posò la tazza e si voltò per cercare la chiave. Mentre era di spalle, Holston strinse per l’ultima volta il freddo, affilato ottone del distintivo a forma di stella nel palmo della mano, e lo appoggiò sulla scrivania. 
Marnes si girò e gli porse la chiave. «Vuoi che passi lo straccio?» chiese. Tranne quando arrestavano qualcuno, entravano in quella cella soltanto per pulirla. 
«No» rispose Holston, facendogli segno di seguirlo. 
La sedia dietro la scrivania scricchiolò quando Marnes fece per alzarsi. Si tirò su e si incamminò dietro di lui. Holston si fermò davanti alla porta e la chiave entrò alla perfezione. Uno scatto secco salì dagli efficienti e oliati ingranaggi della serratura. Il cigolio dei cardini, un passo sicuro, il clangore della porta che si richiudeva, e il peggio era alle spalle. 
«Capo?» 
Holston fece penzolare la chiave tra le sbarre. 
Marnes la guardò, confuso, ma la sua mano si aprì e la prese. 
«Che cosa succede, capo?» 
«Chiama il sindaco» rispose Holston, liberando quel pesante sospiro che aveva trattenuto per tre anni. «Dille che voglio uscire dal silo.»



Questo pezzo è tratto da:

Wool
Hug Howey
Fabbri Editori, ed. 2013
Traduzione Giulio Lupieri
Prezzo 14,90


– Posted using BlogPress from my iPad


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