[Tic tac Toe] "Wool", Hug Howey – Quando una pulizia può cambiare il mondo…


Fonte: Mike Sudal

Pubblica di lunedì?? E non è il diario? No, non è il Diario ma ho pensato che, visto che le saghe sono sempre da tre libri in su, passare un mese intero a fare recensioni su queste storie non sarebbe produttivo per tutti e, d’altronde, non posso prendervi uno a uno, come faccio con gli amici, per raccontarvi che questa è una trilogia fantastica e quella magari è una sòla. Così ho deciso di iniziare a pubblicare una rubrica dedicata perché ognuno possa scegliere se leggerla o no. Tic tac Toe è il nome scelto da Massimo, l’amico che per primo – secondo me ogni tanto se ne pente – mi ha iniziata al mondo distopico e a Ballard. Da quel giorno ogni volta che mi capita un libro, che possa essere anche lontanamente riconducibile a loro, mi trasformo in una “piattola letteraria” che racconta e declina situazioni, condendole delle riflessioni in merito, a chiunque mi capiti a tiro. Quindi consolatevi di non essere miei vicini di casa! Il nome è quello del gioco del “Tris” che, come mi ricorda Wikipedia, era quello cui stava giocando il ragazzino hacker di War Games con il computer che controllava il sistema missilistico americano rischiando di innescare una guerra missilistica con la Russia. E’ un film degli anni ottanta e fu, se ricordo bene, un vero successo. Tutto sommato ci sta bene, non credete?
Visto che nuova rubrica è, inizio con una trilogia bella, almeno speriamo che le porti fortuna.
Buone letture,
Simona

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Come vi avevo accennato nel Diario di Agosto, la trilogia del silo, è stata una vera rivelazione. Oggi parliamo del primo della serie ovvero Wool – la sequenza dei libri (cosa che ho scoperto che spesso è difficile trovare) è Wool, Shift e Dust-. Howey ha concepito inizialmente la serie in 9 libri, di cui 5 sono stati inizialmente autopubblicati. Il successo, dovuto ai riscontri sempre più entusiastici dei lettori, del suo lavoro è stato talmente eclatante che una casa editrice americana si è proposta di pubblicarli in maniera tradizionale (Simon & Shuster) e 20th Century Fox ha acquisito i diritti per poterne realizzare dei film. Lui comunque ha contrattato i propri diritti in maniera non convenzionale – forse solo per la distribuzione internazionale – tant’è che, nella versione Fabbri, questi sono intestati direttamente a lui.

Siamo in un tempo che non vi dirò ma posso dirvi che all’interno della trilogia ci muoveremo nell’arco di 500-600 anni. La terra è stata contaminata e gli uomini che sono sopravvissuti e che noi incontriamo in questo libro, sono gli eredi degli scampati al disastro. Vivono dentro un silo interrato – quello che vedete nella foto -, che ricorda lontanamente una versione aggiornata e corretta de “Il condominio” di Ballard, suddiviso in tre settori: amministrativo, tecnico informatico, meccanico. Ogni settore è autonomo, ha una sezione di coltivazione, scuola, ospedale, appartamenti e tutto il silo è collegato da un’unica scala a chiocciola che unisce gli oltre 144 piani che sotto terminano nelle miniere e sopra in una specie di struttura esterna, un bar panoramico, da dove si può guardare fuori quel che è rimasto del mondo, almeno fin dove si riesce a vedere. Chi non risiede nei piani alti può guardare  da appositi monitor distribuiti fra i piani nelle mense e nei luoghi di ritrovo. Appositi proiettori registrano e rimandano le immagini perché vengano mandate in onda 24h su 24. Per un’unica regola vige la pena di morte ed è il desiderio espresso di uscire. Chi lo ammette. e viene colto in flagrante o denunciato, rischia la pulitura ovvero di essere messo agli arresti, vestito per uscire dal silos in maniera permanente – la vestizione con una tutta adatta a farlo sopravvivere almeno per mezz’ora è un rito stabilito -. Nessuno è mai sopravvissuto però, come ultimo compito, al condannato, viene assegnato quello di pulire le lenti delle telecamere. E chissà perché, nonostante i condannati sappiano di andare verso morte certa, tutti, nessuno escluso lo fanno, anche chi non ci si sarebbe mai immaginato lo facesse. Tutti, tranne una. Juliette.

Vi basti questo, non perché non voglia farlo, stavolta mi piacerebbe da morire lo confesso. Ma, per quanto mi riguarda, è già abbastanza a stuzzicare l’appetito di chiunque. E’ decisamente appartenente al genere distopico, non solo per un aspetto ma per molti. Tutto però si dipana da un tema che è solo in parte caro alla distopia ed è la sociologia. Il silo in tutto e per tutto assomiglia a “Il condominio” di Ballard, la cui organizzazione statica è necessaria non solo per il suo funzionamento ma anche per contenere quelle che potrebbero essere le sacche di insurrezione. L’uomo  finché è occupato non ha tempo di pensare a quello che fanno o non fanno gli altri – causa scatenante nel Condominio in cui il luogo di riposo diventa anche il luogo di rivolta – e Howey lo ha studiato bene questo sistema perché ogni appartenente al silo è impegnato a turni e quindi una vita scandita da una ricorrenza di attività che impediscono qualsiasi momento di stasi.
Contestualmente il silo è organizzato anche nei tre grandi settori che lo compongono, ogni settore è indipendente nelle funzioni di base (alimentazione, servizi, appartamenti) ma dipende dagli altri per altre funzioni di base tipo acqua, luce, comunicazioni, gestione, posta. Quindi l’interdipendenza garantisce che possano sopravvivere solo in parte senza gli altri settori. L’ordine in cui vivono gli abitanti del silo è recente perché, come spiega Howey, ci sono comunque state le rivolte in passato e il sedarle ha comportato il reset della memoria collettiva, quindi anche chi è protagonista della storia raccontata in Wool ha una “memoria limitata” alle “leggende” riguardo il passato che riguarda i propri antenati.

L’ordine è tutto per il silo, regola la vita dei suoi occupanti e anche la morte. Nessuna donna può procreare senza aver vinto alla lotteria visto che vive con un impianto che le impedisce di farlo. Impianto che verrà rimosso solo dopo la vittoria e la lotteria si tiene solo dopo la condanna a morte di un abitante o la sua morte naturale. Questa contrapposizione è veramente interessante. Siamo abituati a sentire luoghi comuni in occasione di circostante luttuose come “La vita va comunque avanti” e qui ne troviamo una possibile declinazione pratica. Al dolore della perdita di uno si contrappone l’eccitazione di coloro che potrebbero essere candidati alla possibilità di riprodursi. Una contrapposizione drastica, lo ammetto, ma che fa parte di “quell’ordine stabilito” di cui sopra: da una parte c’è la necessità di garantire che il silo non sia sovraffollato e dall’altro permette una gestione dell’istruzione e successiva formazione delle giovani leve in funzione delle disponibilità di lavoro. Non c’è pensione e nemmeno riposo, chi viene a mancare deve essere sostituito e per questo le giovani leve affiancano chi ha esperienza e ne prendono il posto una volta che non ci sono più.

In questo ecosistema perfetto salta all’occhio anche la dedizione al riutilizzo e la limitazione delle comunicazioni elettroniche a favore di quelle cartacee. Ogni abitante guadagna dei crediti per le attività che svolge e ogni mail spedita costa quanto un telegramma. Di qui il ricorso alle comunicazioni postali con la conservazione di un bene poco riproducibile in settori non amministrativi: la carta. Potrebbe sembrare che io vi faccia notare solo dei particolari e, invece questi, messi tutti insieme, andranno a comporre un mega puzzle di una storia che, per la prima volta – almeno per me – apre ad una opportunità differente ovvero a costruire un panorama appartenente al genere distopico che nasce da una situazione sociologicamente simile a quella che noi viviamo giornalmente come avvenne per Ballard. Per far questo Howey, pur partendo da un ecosistema perfetto che si dichiara post-atomico, ma per sua stessa ammissione non sa cosa sia realmente accaduto in precedenza, subisce uno sconvolgimento dello status quo non a partire da un potere che tiranneggia, ma da un caso “politico” di cattiva gestione della giustizia. Quindi, strano a dirsi, ma tutto questo assomiglia più ad un thriller che ad un vero e classico distopico. E’ questo molto probabilmente il segreto del suo successo, la tensione è sempre costante e crescente e i colpi di scena che si susseguono sono ben distribuiti durante la trama in maniera da evitare l’effetto “Dan Brown” – ovvero una trama articolatissima e un finale farlocco -. C’è anche da dire che l’ecosistema ricostruito del silo interrato è descritto in maniera verosimile e plausibile ed è anche per questo che è più facile muoversi per le scale che collegano questi 144 piani sbirciando nelle vite dei protagonisti. Per assurdo che possa sembrare la loro vita è molto simile a quella che facciamo noi (meno le code sul G.R.A:). Il complotto scatenante non è quindi una rivolta totale ad un sistema gerarchizzato, come detto ma scatena molto più di quello che, per questo motivo, i rivoltosi si aspettavano di ottenere – ecco perché è più ballardiano che riferibile ad un autore prettamente distopico -. La distopia è un “di cui” che, per essere completa ha bisogno di tutti i pezzi del puzzle e vi assicuro che alla fine di Dust avrete un panorama completo.

Come per i piccoli particolari che compongono i pezzi del genere distopico, anche le storie che si concatenano in questo libro, trattato in 5 macro capitoli che però sono collegati indissolubilmente fra loro dai vari personaggi che vengono a mano a mano presentati. Ce ne sono tanti, non ve lo nascondo, ma ad un certo punto della lettura si entra talmente tanto nella vita del silo che alla fine non ci si accorge più del numero anche perché di macro-area in macro-area vengono selezionati quelli che poi diverranno parte integrante dello svolgimento nei capitoli successivi della saga. Quindi quando pensate a questa trilogia fatelo come un insieme di puzzle diversi che messi tutti insieme restituiscono un grande disegno o una grande mappa.

Pur essendo una trilogia, i tre libri potrebbero anche essere fra loro non dipendenti, ognuno ha di fatto un inizio e una fine. Il collegamento è garantito ai rimandi fra macroaree e dalla visione d’insieme della mappa temporale della trama di cui ogni libro ne racconta una parte. L’effetto thriller è solo una delle componenti che garantiscono che alla fine non vi basterà leggere solo questo libro, ma vorrete capire come si evolve la storia, anche se, vi anticipo già, Howey vi spiazzerà con un inizio di Shift completamente inaspettato. Howey, a quanto pare va letto così, lasciando che mano a mano ci disveli la realtà che ha concepito, alzando volta per volta un pezzo della coperta che ci nasconde l’insieme. Non c’è verso di anticipare le sue mosse; anche quando la conseguenza è già preannunciata lo svolgimento coglie impreparati e sottende a conseguenze che non sempre sono anticipabili.

E’ moderno, è veramente appassionate e ben tradotto. E’ curato in ogni su punto e riesce anche ad essere in un certo senso completo. 
Credo che, attualmente, sia la migliore saga che io abbia mai letto – non ne ho lette tante lo so – e chi l’ha presa, più che altro incuriosito dalla mia frenesia di finirlo per vedere come andava a finire e dalle mie continue chiacchiere in materia,  ha ammesso che è veramente coinvolgente.
Preciso per i più riottosi che, questa, non è una saga per ragazzi, o meglio, non è scritta né con i toni e né con l’organizzazione delle tipiche saghe young adult. Potrebbe essere una vera sorpresa per voi!

Buone letture,
Simona Scravaglieri 


Wool
Hug Howey
Fabbri Editori, ed. 2013
Traduzione Giulio Lupieri
Prezzo 14,90


Fonte: LettureSconclusionate

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