[Dal libro che sto leggendo] Gli anni della leggerezza.

Fonte:VintagEs



Ve lo avevo anticipato a Settembre che avrei letto questo libro, come infatti sto facendo e credo che se a pagina 200 non ha deluso le aspettative, non lo farà nemmeno dopo. L’avevo definito uno di quei libro che cominci ad odiare dopo un po’ e che poi, una volta finiti, ti mancano. Detta in maniera più semplice più che essere storie sono esperienze. Di solito la caratteristica è che la trama principale è un “di cui” delle storie secondarie che generano la situazione che inizia la storia. Per cui può succedere che il lettore ad un certo punto si innervosisca perché non riesce a capire dove l’autore voglia andare a parare; se avrete pazienza alla fine lo scoprirete, perché a quel punto non dovrete avere il pensiero di perdere la storia nella memoria perché la struttura e la narrazione che si accompagnano a questo genere di libri diventano “esperienze”.

Siamo in Inghilterra e sia nella prima metà del 1900 Tre figli maschi si preparano con rispettive mogli e figli a fare rientro alla casa di famiglia in campagna dove li aspetta la madre, la Duchessa, e un’estate in famiglia alla ricerca del refrigerio. I due più grandi non rimarranno per molto perché dovranno fa ritorno al lavoro in città, nella ditta del padre e il più piccolo si troverà, molto probabilmente a dover gestire i capricci della nuova moglie, quelli della figlia e la mancanza di accettazione della madre di questo nuovo matrimonio. Quella ragazza è troppo diversa da quel che si conviene e poco importa che suo figlio se la sia sposata, per quanto potrà fare non diverrà mai degna sostituta della compianta nuora morta troppo giovane.

Vi lascio parte del primo capitolo della saga che già così si annuncia scorrevole e accattivante, certa che, se vi vorrete fidare e intraprendere l’impresa, non rimarrete delusi.
Ne riparleremo in recensione,
buone letture,
Simona Scravaglieri

Lansdowne Road

1937

La giornata cominciò alle sette meno cinque: la sveglia (sua madre gliel’aveva regalata quando era andata a servizio) si mise a suonare e continuò imperterrita finché Phyllis non la ridusse al silenzio. Sul cigolante letto di ferro sopra il suo, Edna gemette e si girò, rannicchiandosi contro la parete; perfino d’estate odiava alzarsi, e d’inverno capitava che Phyllis dovesse strapparle di dosso le lenzuola. Si mise seduta, si sciolse la retina e cominciò a togliersi i bigodini. Quel giorno aveva il pomeriggio libero, si sarebbe lavata i capelli. Scese dal letto, raccolse la trapunta che era finita in terra durante la notte e aprì le tende. La luce del sole ingentilì di colpo la stanza, trasformando il linoleum in caramello e donando una tonalità blu ardesia alle scheggiature del catino lavamani di smalto bianco. Si sbottonò la camicia da notte di flanella leggera e si lavò alla maniera che le aveva insegnato sua madre: il viso, le mani e poi – ma con circospezione – le ascelle, con un panno imbevuto d’acqua fredda.
«Muoviti», disse a Edna. Buttò l’acqua sporca nel secchio e cominciò a vestirsi. Si tolse la camicia da notte restando con la sola biancheria e si infilò il vestito di cotone verde scuro che usava la mattina. Sistemò la cuffia sui boccoli grossi come salsicce – non li aveva spazzolati – e si legò il grembiule attorno alla vita. Edna, che al mattino si lavava appena, riuscì a vestirsi mentre era ancora a letto: un retaggio dell’inverno (la stanza non era riscaldata e per nessun motivo al mondo avrebbero aperto la finestra). Alle sette e dieci erano entrambe pronte a scendere con passo lieve nella casa ancora immersa nel sonno. Phyllis si fermò al primo piano e aprì la porta di una delle camere. Tirò le tende e udì il pappagallo fremere impaziente nella sua gabbietta.
«Miss Louise! Sono le sette e un quarto».
«Oh, Phyllis!».
«Mi ha chiesto lei di svegliarla».
«È una bella giornata?».
«C’è sempre un bel sole».
«Togli il panno dalla gabbia di Ferdie».
«Se non lo faccio, si alzerà prima».
In cucina (giù nel seminterrato) Edna aveva già messo a bollire l’acqua e stava sistemando le tazze sul tavolo tirato a lucido. Dovevano preparare due teiere: quella marrone scuro a strisce per le domestiche, da cui Edna versava una tazza per Emily, la cuoca, e la teiera di porcellana Minton, già pronta sul vassoio insieme a tazze e piattini, bricco del latte e zuccheriera abbinati, destinata al piano di sopra. Il tè mattutino dei coniugi Cazalet era compito di Phyllis. Dopo, avrebbe raccolto tazzine e bicchieri dal salotto, che era compito di Edna arieggiare e pulire. Prima, però, era il loro turno di bere due belle tazze bollenti di tè indiano forte. Quello riservato al piano di sopra era cinese; Emily diceva che non ne sopportava neppure l’odore, figuriamoci berlo. Lo bevvero in piedi, prima ancora di mescolare lo zucchero.
«Come va il foruncolo?».
Phyllis si tastò con cautela un lato del naso.
«Mi pare stia passando. Per fortuna non l’ho schiacciato».
«Te l’avevo detto». Edna, pur non avendone, era un’autorità in fatto di foruncoli; i suoi consigli, forniti con prodigalità e con un certo piglio polemico, erano se non altro confortanti: Phyllis li vedeva come una premura nei suoi confronti.
«Be’, questo non ci renderà milionarie».
Niente lo farà, rimuginò cupamente Edna. Seppur debole di costituzione, Phyllis aveva tutte le fortune. Edna pensava che Mr Cazalet fosse davvero affascinante, ma lei non lo aveva mai visto in pigiama, come a Phyllis capitava tutte le mattine.


Questo pezzo è tratto da:

Gli anni della leggerezza. La saga dei Cazalet
Fazi Editore, Ed. 2015
Traduzione di Manuela Francescon
Collana “Le strade”
Prezzo 18,50€

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