"La melodia di Vienna", Ernst Lothar Müller – Passaggi secolari e generazionali…


Fonte: Habsburger



Il titolo lascerebbe presagire male invece questa lettura si è rivelata veramente una bella esperienza. Come successe ad Agosto per “La prossima volta“, anche in questo caso c’è una frase in copertina che, all’acquisto del libro, non avevo notato:

Una perla ritrovata della grande epopea mitteleuropea: il Downton Abbey di Vienna

E anche in questo caso, come allora, sull’argomento non faccio testo visto che, non solo non ho letto il libro di Neri Pozza, ma ogni volta che provavo a vedere la serie televisiva mi addormentavo nei primi dieci minuti di programmazione! Ma relativamente a questo libro posso dirvi che vale veramente la pena leggerlo: è accattivante, mai noioso e con molti colpi di scena.

Siamo alla fine dell’800 a Vienna e nella ormai famosa casa degli Arlt si discute del desiderio di Franz, ultimo di 4 fratelli figli di Carl Arlt, di costruire un quarto piano che sia degno di ospitare lui e la sua futura sposa. Il problema non è solo la sopraelevazione, ma anche la sposa. Henriette Stein, figlia dell’illustre professor Stein, ma ebrea per parte di padre. Figlia di una donna morta giovane e dal discutibile passato. Non è accettabile che la famiglia borghese degli Arlt, oltre a passare sopra a questo, debba anche digerire che la sposa, che Franz si è scelto, sia conosciuta in società per le sue “famose” frequentazioni tra cui il principe Rodolfo, erede al trono d’Austria, anche se nessuno ha potuto dimostrare che siano amanti. Gli Arlt sono, da quasi mezzo secolo, famosi per i pianoforti che producono e la cui fabbrica viene definita “la melodia di Vienna”, tra coloro che hanno suonato i pianoforti da loro prodotti c’è anche Morzat che qualche giorno prima di morire suonò il pianoforte che è situato in uno dei due saloni di rappresentanza dell’attuale condominio al terzo piano.
Franz non vorrà sentir ragioni, e a nulla serviranno le prove che gli verranno date dal fratello maggiore Otto, prefetto di Vienna.

Questo viaggio di circa 150 anni è la cronaca fedele e romanzata, non della Storia, ma di come questa si deve o non si deve vivere; è un po’ come avere un compendio per trovare una serie di suggerimenti per affrontare i cambiamenti. Il mondo qui descritto declina vertiginosamente dall’età aurea a quella delle due guerre e non è semplice interpretare i cambiamenti per gli appartenenti alla famiglia Arlt. Prima siamo giovani e vorremmo essere grandi, cerchiamo risposte ed approvazione da chiunque ci sembri giusto per quel ruolo. Poi diventiamo grandicelli e le risposte le cerchiamo nei libri, nelle teorie che studiamo a scuola; quelle risposte ci sono vitali, anche per capire chi siamo e che strada intraprendere e, chiunque si metta in mezzo e ci imponga una scelta diventa nostro nemico. Poi entriamo nell’età adulta e lo scontro con un mondo che non sembrava così “duro” è un vero shock. Mano a mano cresciamo, ma la nostra anima non invecchia come il nostro corpo e la somma delle nostre esperienze non viene analizzata come dovrebbe per permetterci di vedere le cose in un’altra prospettiva. Quando diveniamo vecchi pensiamo che sia troppo tardi, ci attacchiamo al passato perché quello che c’è fuori ci pare ostile e perché troviamo che chi ci sta accanto non dipende più da noi e questo fa male.

È la vita di Henriette, divisa fra quello che avrebbe potuto essere e quello che effettivamente è. Il “passaggio” si nutre di tutta l’angoscia che potrebbe esserci in un caso come questo, ovvero quello di una donna che vive la sua scelta di vita come un ripiego, una soluzione ma che, non ha tenuto conto, è reale e come tale va vissuta. Eppure Henriette scoprirà di sé più di quanto possa immaginare grazie proprio alle vicende che la vita le imporrà di affrontare. Viene da un mondo dove le donne sono considerate belle e basta, vive in un ambiente privilegiato, non conosce la fatica e il lavoro e alla soglia dei quarant’anni si ritrova a doversi confrontare con giovani che hanno ricevuto un’istruzione completa e che si affacciano al mondo del lavoro con tutt’altro cipiglio. Il ‘900 è l’epoca in cui le donne cominciano a partecipare in prima persona alla vita sociale e produttiva della società, anzi lo facevano pure prima ma, essendo relegate a ruoli marginali, questo ruolo era sempre stato loro negato.  Il confronto è deprimente, come lo è il dualismo dell’approccio di Henriette nei confronti dei figli due dei quali tenuti a casa e gli altri due mandati in collegio. Una disparità che segnerà profondamente le loro vite e i rapporti complicati anche dall’approccio di Franz, molto più grande della moglie, in apparenza completamente anaffettivo. Henriette nel menage familiare del civico 10 è entrata come una rivoluzionaria e nel giro di vent’anni si ritrova a non essere né più tale, come continuano a vederla i parenti acquisiti e nemmeno più giovane come i suoi figli e quindi pronta ad affrontare tutte le novità con curiosità e coraggio.

Questa storia non ha solo un crescendo negli avvenimenti che si susseguono ma, come è accennato nella post fazione, nasce per un motivo e finisce per servire ad un altro. Nasce per far conoscere Vienna e l’approccio dei viennesi al cambio di secolo e alle guerre e diventa un piccolo miracolo. Improvvisamente diventa un compendio per chi è austriaco per capire chi si è e che rapporto si vive con la nazione di origine. Ecco, io amplierei il concetto. Nel corso delle seicento pagine crescono sia l’autore che i suoi lettori, partecipando alle vicende degli Arlt impariamo a scoprirci e a guardare oltre e ci si rivela una vita diversa da come pensiamo di averla vissuta. Non significa che abbiamo sbagliato, ma solo che abbiamo perso l’ingenuità che Hans attribuisce agli americani, della gioia quotidiana. La felicità e la gioia sono concetti che noi solitamente riconduciamo a momenti ben specifici della vita e ad altrettanti specifici sentimenti. Tutto il resto è abitudine e noia che spesso si tramutano in angoscia e stress, nonché in incomprensioni. Imparare a ricavarsi il momento di gioia dai piccoli momenti è una cosa difficile, me ne sono accorta anche io seguendo la sfida 2015 di UnaLettrice dei #100happydaysItalia, ma come dice Hans ci vuole l’ingenuità dell’abitante del villaggio, inserita nei contesti urbani per restituire al singolo quell’unico momento giornaliero in cui l’uomo è felice di appartenere a quella collettività e a quello Stato.

Cresce anche l’autore, nel suo percorso di conoscenza dei suoi protagonisti e il crescendo della storia corrisponde alla scoperta dell’io e del rapporto uomo società. EÈ un po’ come se Hans e Ernst fossero la stessa persona che scopre la formula di una vita che vale la pena vivere. Per fare questo Hans toccherà il fondo dell’angoscia e da questo con il suo autore mano a mano risalirà la china del dolore, dell’uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale e del radicale declino del mondo e della sua famiglia che fino allora pensava di conoscere, scoprendo finalmente il suo ruolo e il mondo che vorrebbe vivere. Ogni protagonista di questa storia si riscopre in un ruolo che non si sarebbe aspettato di ricoprire, ogni personaggio ha una sua formula della felicità, urlata o sommessa. Ogni uomo è soddisfatto e realizzato nella misura in cui riesce a rispecchiarsi in una collettività coerente e in una vita privata appagante. A questo si aggiunge la comunicazione e il gesto nel volge del 1900. Crollano i muri del silenzio e del non detto in virtù dei nuovi ruoli che ricoprono sia le donne che gli uomini. E quello che ieri era disdicevole oggi si rende necessario per sopravvivere al mondo in continua corsa verso nuovi miti, veri o falsi che siano. La comunicazione diventa necessaria per capirsi e per costruire quell’ambito di fiducia che ieri era imposta e oggi si guadagna, per farsi comprende e apprezzare. L’autorevolezza non viene dal ruolo ricoperto ma dalla coerenza di rapporto e di pensiero espresso vero gli altri. 

È interessante scoprire che quanto sin’ora detto sia straordinariamente attuale per chi, come noi appena entrati negli anni 2000, ci ritroviamo nella medesima situazione e nella necessità di adeguarci al nuovo corso delle nuove generazioni. Stupisce ancor di più che i parametri per ottenere l’effimera accettazione plenaria di effimeri obiettivi, come quelli di guerra, ieri come oggi siano dati dal grado di diffusione del dissenso e della condanna dei fatti e quindi dalla comunicazione, a conferma che il ‘900 è stato il secolo della scoperta del potere dei media. Conforta invece sapere che può esserci salvezza come ieri, fermo restando che il singolo comprenda che, per cambiare il mondo, deve partire dal cambiare sé stesso anche se questo significa abbandonare, non dimenticandolo, un passato sicuro solo perché lo conosce meglio del suo presente.
Un libro veramente interessante che non pensavo fosse così coinvolgente, non ne rimarrete delusi.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


La melodia di Vienna
Ernst Lothar Müller
Edizioni E/O, Ed. 2014
Traduzione di Marina Bistolfi
Collana “Gli intramontabili”
Prezzo 18,00€  

Fonte: LettureSconclusionate


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