[Dal libro che sto leggendo] The leftovers. Svaniti nel nulla

Fonte: Marta Castaldo


Libro veramente favoloso di cui vi ho parlato venerdì. L’ho preso in fiera a Roma e l’ho letto in tre giorni senza nemmeno fare fatica perché la storia scorre liscia dall’inizio alla fine. È caratteristica di Perrotta fermare lo sguardo più su scelte ed azioni che sullo svolgimento della storia, perché l’intreccio è una scusa per approfondire l’uomo fatto di emozioni e di scelte.

Quello che vi metto oggi è una parte del prologo, che serve a mettere le carte in tavola per sapere quale è il terreno su cui autore e personaggi si muoveranno. Qui siamo a tre anni prima del presente narrativo della storia, quando misteriosamente scompaiono tutta una serie di persone diverse per razza, sesso, età, appartenenza sociale e via dicendo. Chiaramente a queste “sparizioni” gruppi di persone diversi danno spiegazioni differenti e, in una America del tutto verosimile, la spiegazione immediata è che siano anticipazioni della fine del mondo. Tre anni dopo, quando inizia la storia, nulla è ancora dimenticato; è difficile andare oltre per tutti, non perché non si voglia tenere in memoria l’evento ma solo per poter ricominciare a vivere in un clima molto pesante.

Quando comprerete questo libro ricordatevi che la storia è un tramite e che l’importante non è dove vada a parare bensì quello che succede nel percorso. Se riuscirete a staccarvi dalla concezione classica del romanzo, questo libro lo amerete veramente tanto e, se questo avverrà, il consiglio è di leggere la triade di libri che hanno reso famoso Perrotta: L’insegnante di astinenza sessuale, Intrigo scolastico e Bravi bambini.

Buone letture e buone feste,
Simona Scravaglieri

PROLOGO 

Laurie Garvey non era stata educata per credere nel Rapimento. Non era stata educata per credere in niente, eccetto che nella follia di ogni fede.
Siamo agnostici , diceva ai suoi figli quando erano piccoli e avevano bisogno di definirsi di fronte ai loro amici cattolici ed ebrei e unitariani. Non sappiamo se c’è un Dio, e nessun altro lo sa. La gente può anche dire di saperlo, ma in realtà non ne sa niente.
La prima volta che aveva sentito parlare del Rapimento era matricola al college e frequentava un corso chiamato “Introduzione al mondo delle religioni”. Il fenomeno che il professore descrisse le sembrò un’assurdità: orde di cristiani che fluttuavano per aria sgusciando fuori dai loro vestiti, che si libravano attraversando i tetti delle loro case e delle automobili per andare incontro a Gesù in cielo, mentre gli altri restavano a guardare a bocca aperta chiedendosi dove fossero finite tutte le brave persone. La teologia rimaneva qualcosa di oscuro per lei, anche dopo aver letto il capitolo sul “Dispensazionalismo premillenario” sul suo libro di testo: tutte quelle storie astruse sull’Armageddon e l’Anticristo e i quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Era il kitsch applicato alla religione, di cattivo gusto come certi quadri in velluto nero, una fantasia che poteva allettare quel genere di persone che mangiava troppa roba fritta, sculacciava i figli e non si faceva problemi ad accettare la teoria secondo la quale il suo amorevole Dio aveva inventato l’Aids per punire i gay. Negli anni seguenti le era capitato, di tanto in tanto, di imbattersi in qualcuno, in aeroporto o sul treno, intento a leggere uno dei libri della serie Left Behind, cosa che le aveva suscitato un moto di compassione, o persino di tenerezza, per quel povero incapace che non aveva di meglio da leggere e nient’altro da fare che starsene lì seduto a immaginare la fine del mondo.
E poi accadde. La profezia biblica si avverò, se non del tutto, almeno in parte. Le persone cominciarono a sparire, a milioni, tutte nello stesso momento e in tutto il mondo. Non si trattava di un’antica diceria un uomo defunto che tornava in vita ai tempi dell’Impero Romano né di un’ammuffita leggenda casalinga come quella di Joseph Smith che dissotterra qualche tavola d’oro nel nord dello Stato di New York, obbedendo alle istruzioni di un angelo. Era reale. Il Rapimento era accaduto nella sua città, coinvolgendo, fra gli altri, la figlia della sua migliore amica, proprio mentre Laurie si trovava a casa sua. L’irruzione di Dio nella sua vita non avrebbe potuto essere più chiara se Egli si fosse manifestato a lei parlandole da un’azalea rosso fuoco.
O almeno è quello che chiunque avrebbe pensato. Eppure lei aveva cercato di negare l’evidenza per settimane e mesi da quell’evento, aggrappandosi ai suoi dubbi come a un salvagente, facendo eco agli scienziati e agli esperti e ai politici che insistevano nel dire che la causa di ciò che chiamavano l’“Improvvisa Dipartita” rimaneva sconosciuta e avvertivano la popolazione di non saltare a conclusioni affrettate fino a quando l’imparziale commissione governativa, che stava indagando sulla faccenda, non avesse divulgato un rapporto ufficiale.
«È accaduto qualcosa di tragico» continuavano a ripetere gli esperti. «Un fenomeno che può ricordare il Rapimento biblico, ma che non può essere definito tale».
Un particolare interessante: le voci che sostenevano tali argomentazioni con maggior veemenza erano proprio quelle dei cristiani, costretti a riconoscere che molte delle persone scomparse il 14 di ottobre induisti e buddhisti e musulmani ed ebrei e atei e animisti e omosessuali ed eschimesi e mormoni e zoroastriani e qualunque altra diavolo di cosa fossero non avevano accettato Gesù Cristo come loro Salvatore. Da quanto si poteva arguire, si trattava di una mietitura del tutto casuale e se c’era una cosa che il Rapimento non poteva essere era proprio quello. Lo scopo era separare il grano dalla pula, ricompensare i veri credenti e mettere in allerta il resto del mondo. Un Rapimento indiscriminato non era un Rapimento.
Così era molto facile sentirsi confusi, alzare le mani e affermare di non sapere cosa stesse accadendo. Ma Laurie lo sapeva. Subito dopo l’accaduto, nel profondo del suo cuore, sapeva . Lei era rimasta. Tutti loro erano rimasti. Il fatto che Dio non avesse attribuito alla religione l’onere delle Sue decisioni non contava; anzi questo rendeva la faccenda persino peggiore, dandole tutti i connotati di un rifiuto personale. Eppure aveva deciso di ignorare quest’idea, di ricacciarla in qualche oscuro recesso della sua mente- la cantina dove si ripongono tutte quelle cose a cui è meglio non pensare – lo stesso posto dove nascondiamo la consapevolezza che siamo destinati a morire, in modo da poter vivere la nostra vita senza sentirci depressi ogni minuto della giornata.
In più, quei primi mesi dopo il Rapimento erano stati un periodo frenetico, con la scuola di Mapleton chiusa, sua figlia a casa tutto il giorno e suo figlio tornato dal college. C’erano di nuovo la spesa e il bucato da fare, proprio come un tempo, pasti da cucinare e piatti da lavare. C’erano state anche diverse cerimonie di commemorazione a cui partecipare, diapositive da catalogare, lacrime da asciugare, tante, estenuanti conversazioni. Aveva trascorso parecchio tempo con la povera Rosalie Sussman, era andata a trovarla quasi tutti i giorni, cercando di alleviare il suo insondabile dolore. A volte parlavano di Jen, la figlia scomparsa – di quanto fosse dolce, sempre con il sorriso sulle labbra ecc. – ma per la maggior parte del tempo se ne stavano sedute senza dire una parola. Laurie sentiva quel silenzio profondo e giusto, come se nessuna delle due avesse nulla da dire, nulla per cui valesse la pena romperlo.


Questo pezzo è tratto da:

The LeftOvers. Svaniti nel nulla.
Tom Perrotta
E/O Edizioni, Ed. 2015 (Prec. 2012)
Traduzione di C. De Caro
Collana “Tascabili E/O”
Prezzo 12,00€


– Posted using BlogPress from my iPad

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