[Dal libro che sto leggendo] La donna in bianco


Fonte: Mezzo Pieno


Se dovessi definire questo libro in breve potrei dire: strabiliante, scorrevole e decisamente interessante. Wilkie Collins è da parecchio che gira. È stato ristampato più e più volte da Fazi e io avevo una copia in ebook da parecchio tempo che attendeva di essere letta. Eppure c’è voluto il libro fisico e Hornby (Una vita da lettore, Nick Hornby – Guanda, trad. M. Bocchiola) per affrontare questo piccolo tomo di 783 pagine – ho provato un paio di volte a scriverlo a parole ma mi sembra di compilare un assegno, accontentatevi!-. Quel che mi frenava è che questa storia, seppur una di quelle che hanno consacrato Collins come il “padre del genere poliziesco odierno”, è stata pubblicata per la prima volta a puntate sul settimanale di Dickens per circa un anno. 

Avevo già avuto un’esperienza, disastrosa allora, con un romanzo pubblicato a puntate su una rivista, questa volta contemporaneo (Miss S., Cathleen Schine – Mondadori Editore, trad. S. Bortolussi) e il problema era dato da fatto che, dovendo tenere in piedi l’attenzione del lettore per un numero di settimane ben precise, sembrava che l’autrice avesse molto allungato il brodo. Quindi da giallo, che doveva richiamare “I sette piccoli indiani”, era divenuto un romanzo anche un po’ noioso. Io sono circa a pagina 250, la formula scelta da Collins, almeno fino ad ora, è quello di far raccontare la storia dai vari testimoni, come se stessimo ascoltando un vero e proprio processo. Le descrizioni dei personaggi non sono dirette dall’autore ma da quello che è, momento per momento, il narratore e quindi anche se la sventurata Laura viene presentata tre volte non ci sono effettive ripetizioni, perché a raffigurarla ci sono persone diverse che la percepiscono tutte diversamente. E trovo questa soluzione veramente geniale.

Siamo in un Luglio di un anno non specificato e uno dei protagonisti di questa vicenda, colui che apre le danze, è il giovane maestro di disegno Walter Hartright, aiutato da suo amico il professor Pesca, trova lavoro in una casa fuori Londra come insegnante per due giovani ragazze. La sera prima di partire di ritorno da casa della madre e non sopportando il caldo decide di percorrere la strada più lunga visto che è anche quella più ariosa ma mentre supera un incrocio una mano pallida si poggia sulla spalla. Dopo essersi ripreso dallo spavento HartRight si volta e scopre che la mano che lo ha fatto sussultare è quella di una giovane donna completamente vestita di bianco. È agitata e cerca indicazioni per arrivare in centro e non sembra conoscere quei luoghi. Sembra stia fuggendo da qualcuno, ma chi?

Sto leggendo due libri contemporaneamente e sto anche soffrendo perché, invece, vorrei dedicarmi solo a questo che è incredibilmente scorrevole e accattivante. Questa è veramente una bella scoperta che vi raccomando di fare.
Buone letture,
Simona Scravaglieri



Era l’ultimo giorno di luglio. La lunga estate calda volgeva al termine, e noi, stremati pellegrini del selciato di Londra, cominciavamo a pensare all’ombra delle nuvole sui campi di grano, e alle brezze d’autunno in riva al mare. 
Quanto a me, quel che restava dell’estate mi lasciava senza forze, senza allegria, e, a dire il vero, anche senza soldi. Nel corso di quell’anno non avevo amministrato i miei guadagni con la solita attenzione; e la mia prodigalità ora mi condannava a un autunno da trascorrere all’insegna del risparmio, dividendomi tra il villino di mia madre a Hampstead e il mio modesto appartamento in città. 
La sera, ricordo, era immobile e nuvolosa; l’aria di Londra era pesante più che mai, e il ronzio del traffico, che proveniva in lontananza dalla strada, pareva invece più debole del solito; quel po’ di vita che batteva timido dentro di me e il grande cuore della città che mi pulsava intorno sembravano affondare all’unisono, sempre più languidi, insieme al sole che calava all’orizzonte. Mi sollevai dal libro su cui, dimentico della lettura, stavo sognando, e lasciai il mio appartamento per andare incontro all’aria fredda della notte, nei sobborghi. Quella era infatti una delle due sere a settimana che avevo l’abitudine di trascorrere assieme a mia madre e mia sorella. Così mi diressi verso nord, in direzione di Hampstead. 
Alcuni avvenimenti, cui non ho ancora accennato, rendono a questo punto necessaria una precisazione da parte mia: a quel tempo mio padre era già morto da alcuni anni; e mia sorella Sarah e io eravamo gli unici sopravvissuti di una famiglia di cinque figli. Anche mio padre, come me, era stato insegnante di disegno. Aveva faticato molto, ed era riuscito a ottenere grandi soddisfazioni professionali; e il suo affetto, la sua ansia di provvedere al futuro di quanti dipendevano dal suo lavoro l’avevano indotto, fin dai primi anni di matrimonio, a investire in un’assicurazione sulla vita una parte dei suoi guadagni assai più consistente di quella che in genere un padre di famiglia ritiene necessario risparmiare a tale scopo. Grazie alla sua ammirevole prudenza e abnegazione mia madre e mia sorella, dopo la sua morte, poterono contare solo sui loro risparmi, senza dover chiedere aiuto a nessuno. Io ereditai la sua clientela, e potei dirmi davvero grato per le prospettive che mi si aprivano davanti alla mia giovane età. 
Il placido crepuscolo tremava ancora sulle creste più alte della brughiera, e sotto di me Londra pareva sprofondata in un golfo di tenebre nell’ombra di quella notte nuvolosa, quando arrivai davanti al cancello del villino di mia madre. Non avevo ancora suonato il campanello che la porta di casa si spalancò con violenza; al posto del cameriere comparve il mio caro amico italiano, il professor Pesca, che si precipitò gioiosamente a ricevermi, con la sua garrula parodia di un tipico benvenuto all’inglese. 
Per rendere giustizia al suo ruolo in questa vicenda e, mi sia concesso aggiungere, anche al mio, il professore merita l’onore di una presentazione formale. Un caso del destino aveva voluto che fosse proprio lui il punto di partenza della strana vicenda familiare che queste pagine hanno lo scopo di rivelare. 
Avevo incontrato per la prima volta il mio amico italiano in casa di una famiglia piuttosto in vista, dove egli insegnava la sua lingua e io il disegno. Tutto ciò che sapevo allora sulla sua storia personale era che un tempo aveva goduto di un certo prestigio presso l’Università di Padova; che aveva lasciato l’Italia per motivi politici (la natura dei quali egli si asteneva con chiunque dal rivelare); e che da molti anni s’era rispettabilmente sistemato a Londra come insegnante di lingue. 
Pur non essendo un vero e proprio nano –giacché era perfettamente proporzionato dalla testa ai piedi –Pesca era, credo, il più piccolo essere umano che io abbia mai incontrato fuori da una fiera. Già di per sé appariscente, a causa del suo aspetto fisico, egli si distingueva ulteriormente tra i ranghi e le file del genere umano per via dell’innocua eccentricità del suo carattere. Una sola idea sembrava dominare la sua vita: sentiva di dover dimostrare la sua gratitudine al paese che gli aveva offerto asilo e mezzi di sussistenza facendo tutto il possibile per trasformarsi in un perfetto gentiluomo inglese. Non contento di pagare il suo tributo alla nazione portando sempre sottobraccio un ombrello e indossando invariabilmente ghette e cappello bianco, il professore ambiva a diventare inglese anche nelle abitudini e negli svaghi, oltre che nell’aspetto fisico. Considerandoci del tutto eccezionali, come nazione, in virtù della nostra passione per l’esercizio fisico, quest’omettino dal cuore tanto ingenuo, ogni volta che ne aveva l’occasione, si votava con entusiasmo a tutti i nostri sport e passatempi inglesi: fermamente convinto di poter adottare l’intera varietà dei nostri svaghi nazionali con un semplice sforzo di volontà, proprio come aveva adottato le nostre ghette nazionali e il nostro nazional cappello bianco. 
L’avevo visto rischiare botte e lividi buttandosi alla cieca in una caccia alla volpe o in un campo di cricket; e poco dopo lo vidi rischiare la vita, sempre alla cieca, in mezzo al mare al largo di Brighton. 
C’eravamo incontrati lì per caso e stavamo facendo il bagno insieme. Se fossimo stati alle prese con qualche esercizio tipico della mia nazione avrei dovuto, naturalmente, tenerlo d’occhio con grande attenzione; ma poiché in genere, nell’acqua, gli stranieri sono in grado di badare a se stessi né più né meno di noi inglesi, non mi passò neppure per la testa che l’arte del nuoto potesse costituire semplicemente una variante in più sulla lista dei virili esercizi che il professore riteneva di poter apprendere all’impronta. Appena ci fummo entrambi allontanati dalla riva, vedendo che il mio amico non era più accanto a me, mi fermai, e mi guardai intorno per cercarlo. Con mio grande orrore e stupore, non vidi altro, tra la spiaggia e me, che due minuscole braccine bianche che lottavano per un istante sulla superficie dell’acqua, per poi sparire subito nel nulla. Quando mi tuffai sott’acqua per salvarlo, il poveretto giaceva buono buono sul fondo, raggomitolato in un avvallamento del greto, e mi parve di gran lunga più piccolo del solito. In quei pochi minuti che trascorsero mentre lo riportavo a riva, l’aria lo fece rinvenire, ed egli riuscì a salire i gradini del trampolino con il mio aiuto. Mentre a poco a poco recuperava le forze, lentamente tornò a farsi strada in lui lo splendido miraggio del nuoto. Non appena smise di battere i denti, e fu in grado di parlare, sorrise debolmente, e disse che doveva essersi trattato di un crampo. 
Quando si fu ripreso del tutto mi raggiunse sulla spiaggia, e la sua calda indole mediterranea spazzò via in un momento ogni britannico contegno. Mi travolse con le più selvagge manifestazioni d’affetto –esclamò entusiasta, con quel suo modo di fare esagerato, tipicamente italiano, che da quel momento la sua vita era a mia disposizione –e dichiarò che non sarebbe mai più stato felice finché non avesse trovato il modo di provarmi la sua gratitudine, rendendomi qualche servigio che non avrei più dimenticato fino alla fine dei miei giorni. 
Feci del mio meglio per arginare quel fiume di lacrime e proteste, insistendo nel voler considerare tutta quell’avventura soltanto come un buon argomento per qualche risata tra amici; e alla fine riuscii, come avevo immaginato, a ridimensionare l’eccessiva gratitudine di Pesca nei miei confronti. Mai avrei potuto pensare, allora –e anche dopo, quando la nostra piacevole vacanza volse al termine –che quell’opportunità di sdebitarsi, tanto ardentemente auspicata dal mio amico, si sarebbe presentata di lì a poco: che egli l’avrebbe afferrata all’istante; e che così facendo avrebbe convogliato l’intera corrente della mia esistenza verso un corso assolutamente nuovo, rendendomi quasi irriconoscibile a me stesso. 
Eppure così fu. Se non mi fossi tuffato a salvare il professor Pesca quando giaceva sott’acqua nel suo letto di ghiaia, con ogni probabilità non sarei mai stato coinvolto nella storia che queste pagine stanno per raccontare –e forse non avrei neppure sentito nominare quella donna che ha popolato ogni mio pensiero, che si è impossessata di tutte le mie energie e che ormai è diventata l’unica guida, e l’unico scopo, della mia esistenza.


Questo pezzo è tratto da:

La donna in bianco
Wilkie Collins
Fazi Editore, Ed. 2006
Traduzione di Stefano Tummolini
Collana “Le Porte”
Prezzo 18,50€


– Posted using BlogPress from my iPad

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