[Dal libro che sto leggendo] Un vampiro

L’edizione di MegaUpload scaricata
aveva questa copertina
Fonte: FeedBooks



Mi piace questo [Dal libro…] perché, oggi, parlo di un libro gratuito e anche decisamente spassoso. Non è un bel connubio? Nel diario di Gennaio, parlando di Capuana ho scritto che lo adoro per i dialoghi e un po’ meno per le descrizioni. Oggi avete l’occasione di vedere quale bravura ed ironia sia riuscito a concentrare qui dentro. 

Da un lato c’è Giorgi, sposato con un figlio, e dall’altra Mongeri psicologo. Giorgi sta tentanto di spiegare perché lui e sua moglie vedono un fantasma che li sta minacciando mentre Mongeri è inizialmente scettico. La storia ha un finale a sorpresa. 
Nel secondo racconto “Un fatale influsso” Siamo sempre di fronte ad un dialogo ma in questo caso è un resoconto di qualcosa che è già accaduto. Lo scultore protagonista di questa storia si racconta, quasi in un unico monologo, illustrando al lettore la situazione. Delia, donna bellissima, non solo lo ha amato ma lo ha persino sposato. Ma lui non si sente all’altezza e dubita dell’amore di lei continuandole a chiedere “Mi ami?”. Poi il magnetismo, che oggi si chiama in un altro modo; Prova una volta, prova due e via dicendo e il magnetismo da risposte ma poi… Finale anche qui decisamente a sorpresa.

Come detto, non conoscevo affatto queste due novelle, ma sono veramente felice di segnalarvele perché davvero valgono la lettura. L’incanto del dialogo e della situazione surreale che raccontano diviene un connubio perfetto in un genere, all’epoca in voga, ma che nella vita, a meno che non si cerchi appositamente, è difficile da trovare.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


UN VAMPIRO 

«No, non ridere!», esclamò Lelio Giorgi, interrompendosi.
«Come vuoi che non rida?», rispose Mongeri.
«Io non credo agli spiriti».
«Non ci credevo… e non vorrei crederci neppur io» riprese Giorgi.
«Vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione».
«Fatti?… Allucinazioni vuoi dire. Significa che sei malato e che hai bisogno di curarti. L’allucinazione, sì, è un fatto anch’essa; ma quel che rappresenta non ha riscontro fuori di noi, nella realtà. È, per esprimermi alla meglio, una sensazione che va dall’interno all’esterno; una specie di proiezione del nostro organismo. E così l’occhio vede quel che realmente non vede; l’udito sente quel che realmente non sente. Sensazioni anteriori, accumulate spesso inconsapevolmente, si ridestano dentro di noi, si organizzano come avviene nei sogni. Perché? In che modo? Non lo sappiamo ancora… E sogniamo (è la giusta espressione) a occhi aperti. Bisogna distinguere. Vi sono allucinazioni momentanee, rapidissime che non implicano nessun disordine organico o psichico. Ve ne sono persistenti, e allora… Ma non è questo il tuo caso».
 «Sì; mio e di mia moglie!».
«Non hai capito bene. Noi scienziati chiamiamo persistenti le allucinazioni dei pazzi. Non occorre, credo, che io mi spieghi con qualche esempio… Il fatto poi che siete due a soffrire la stessa allucinazione, e nello stesso momento, è un semplice caso d’induzione. Probabilmente sei tu che influisci sul sistema nervoso della tua signora».
«No; prima è stata lei».
«Allora vuol dire che il tuo sistema nervoso è più debole o ha più facile ricettività… Non arricciare il naso, poeta mio, sentendo questi vocabolacci che i vostri dizionari forse non registrano. Noi li troviamo comodi e ce ne serviamo».
«Se tu mi avessi lasciato parlare…».
«Certe cose è meglio non rimescolarle. Vorresti una spiegazione dalla scienza? Ebbene, in nome di essa, io ti rispondo che, per ora, non ha spiegazioni di sorta alcuna da darti. Siamo nel campo delle ipotesi. Ne facciamo una al giorno; quella di oggi non è quella di ieri; quella di domani non sarà quella di oggi. Siete curiosi voialtri artisti! Quando vi giova, deridete la scienza, non valutate nel loro giusto valore i tentativi, gli studi, le ipotesi che pur servono a farla progredire; poi, se si dà un caso che personalmente v’interessa, pretendete che essa vi dia risposte chiare, precise, categoriche. Ci sono, pur troppo, scienziati che si prestano a questo gioco per convinzione o per vanità. Io non sono di questi. Vuoi che te la dica chiara e tonda? La scienza è la più gran prova della nostra ignoranza. Per tranquillarti, ti ho parlato di allucinazioni, di induzione, di recettività… Parole, caro mio! Più studio e più mi sento preso dalla disperazione di sapere qualcosa di certo. Sembra fatto apposta; quando gli scienziati già si rallegrano di aver constatato una legge, pàffete! ecco un fatto, una scoperta che la butta giù con un manrovescio. Bisogna rassegnarsi. E tu lascia andare, quel che accade a te e alla tua signora è accaduto a tanti altri. Passerà. Che t’importa di sapere perché e come sia avvenuto? T’inquietano forse i sogni?».
«Se tu mi permettessi di parlare…».
«Parla pure, giacché vuoi sfogarti; ma ti dico anticipatamente che fai peggio. L’unico modo di vincere certe impressioni è quello di distrarsi, di sovrapporre ad esse impressioni più forti, allontanandosi dai luoghi che probabilmente han contribuito a produrle. Un diavolo scaccia l’altro: è proverbio sapientissimo».
«Lo abbiamo fatto; è stato inutile. I primi fenomeni, le prime manifestazioni più evidenti sono avvenuti in campagna, nella nostra villa di Foscolara… Siamo scappati via. Ma la stessa sera dell’arrivo in città…».
«È naturale. Che distrazione poteva darvi la vostra casa? Dovevate viaggiare, far vita d’albergo, un giorno qua, un giorno là; andare attorno l’intera giornata per chiese, monumenti, musei, teatri; tornare all’albergo a sera tardi, stanchi morti…».
«Abbiamo fatto anche questo, ma…».
«Voi due soli, m’immagino. Dovevate cercare la compagnia di qualche amico, di una comitiva…».
«Lo abbiamo fatto; non è valso a niente».
«Chi sa che comitiva!».
«Di gente allegra…».
«Gente egoista vuol dire, e vi siete trovati isolatissimi in mezzo ad essa, capisco…».
«Prendevamo anzi molta parte alla loro allegria, sinceramente, spensieratamente. Appena però ci trovavamo soli… Non potevamo mica condurre la comitiva a dormire con noi…».
«Ma dunque dormivate? Ora non capisco più, se tu intendi parlare di allucinazioni o pure di sogni…».
«E picchia con le allucinazioni, coi sogni! Eravamo svegli, con tanto di occhi spalancati, nelle più limpide funzioni dei sensi e dello spirito, come in questo momento che vorrei ragionare con te e tu ti ostini a non volermi concedere..».
«Tutto quel che vuoi».
«Vorrei almeno esporti i fatti».
«Li so, me li figuro; i libri di scienza ne sono pieni zeppi. Potranno esservi diversità insignificanti nei minuti particolari… Non contano. L’essenziale natura del fenomeno non muta per ciò». «Non vuoi darmi neppure la soddisfazione…?».
«Cento, non una, giacché ti fa piacere. Tu sei di coloro che amano di crogiolarsi nei dolori, quasi vogliano centellinarseli… È stupido, scusa!… Ma se ti fa piacere…».
«Francamente, mi sembra che tu abbia paura».
«Paura di che? Sarebbe bella!…».
«Paura di dover mutare opinione. Hai detto: Io non credo agli spiriti. E se, dopo, fossi costretto a crederci?»


Questo pezzo è tratto da:

Un vampiro
Luigi Capuana
Raccolta di racconti
Disponibile gratuitamente in rete.

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