"Il circolo Pickwick", Charles Dickens – Un classico che diverte…

Fonte: LettureSconclusionate



Eravamo rimasti a “Vita da lettore” con due certezze: dovevo verificare se davvero quel che si dice di Collins, ovvero che è il padre del poliziesco moderno, fosse vero e che, forse, avrei dovuto rivalutare anche Dickens. Ora stante il fatto che Hornby è bravissimo a parlare di tecniche di scrittura e che, nel famoso articolo a cui facevo riferimento in “Vita da lettore”, si parlava di “David Copperfield”, io ho un po’ imbrogliato. Non ho così tanto trascurato in questi anni Dickens! Non che l’abbia fatta così grossa ma, vista la mia simpatica insonnia, prima naturale, poi da cortisone e ora naturale – anche dovuta certe volte allo stress o ai bei libri-che-devi-per-forza-finire-, io ascolto audio libri ogni sera da circa il 2011 (L’insonnia della lettrice e… Le vecchie traduzioni dei classici!) e tra questi ho sentito anche, nel corso degli anni, Jerome, Austen, Tolstoj, le sorelle Brönte, Machiavelli e anche Dante e Boccaccio. Riparto ogni sera dall’ultima cosa che ho sentito prima di dormire e piano piano; ci metto dei mesi, ma mi da grande soddisfazione. Quindi, tra gli altri, mi è capitato di sentire tutte le avventure di “Nicholas Nickleby” e anche “Grandi speranze”. C’era anche un “Il circolo  Pickwick” ma la lettrice aveva una voce così stridente da farmi passare il sonno per l’orrore (naturalmente cancellato dai miei possedimenti). 
Ma rimane il fatto che del libro di oggi non avevo un gran ricordo, o meglio, lo avevo catalogato come un “senza infamia e senza lode” nel 1999 quando lo avevo letto. Quindi quando l’ho ripreso in mano, qualche remora c’era. E invece non mi sono mai divertita così tanto, sghignazzando qui e lì, come in questo mese.

La storia narra delle avventure di Mr Pickwick e dei suoi tre amici fedeli Winkle, Tupman e Snodgrass che, a fine di ricerca scientifica per il circolo cui sono iscritti, e che porta il nome di Mr Pickwick stesso, decidono di girare l’Inghilterra. L’osservazione punta su vari aspetti della vita inglese del periodo e passa dalla partecipazione politica, ai rapporti familiari, alle gerarchie e ai doveri di madri, padri e figli. Si parla di truffe, di giustizia e di prigione e anche dell’amministrazione, di giustizia sociale e rapporti di classi. C’è veramente un quadro completo e nitido del tempo e del tipo di umorismo che ci si poteva far sopra. Winkle è un sportivo ma solo a parole, Tupman l’eterno innamorato e Snodgrass il poeta troppo stupito per poterne trarre le parole giuste. A metterli in riga c’è sempre l’allegro, gioviale e, a volte, molto cocciuto Mr Pickwick che si sente, e molto spesso agisce, come il padre putativo dei tre uomini che lo accompagnano.

E’ un romanzo per questo motivo caleidoscopico, da un lato per il tipo completo di rappresentazione che restituisce del periodo e dall’altro per l’alto numero di personaggi che si incontrano. Tutti hanno almeno lo spazio di un capitolo per presentarsi e, quelli che non sono presenti fisicamente nella storia per poter interagire con i protagonisti, godono di capitoli dedicati per essere raccontati sotto forma di storie o leggende di paese, memorie o anche resoconti di avventure. Quando prenderete in mano questo libro ricordate che è stato raccontato a puntate settimanale dal Marzo del 1836 all’Ottobre del 1837, quindi bisognava sempre creare una “puntata completa” e, al tempo stesso, qualcosa che invitasse ad aspettare quella successiva. Questa è la prima grande opera di Dickens e qui, l’ho notato in questa rilettura, non solo si trovano tutte quelle particolarità che caratterizzeranno anche i grandi capolavori successivi ma anche altro. C’è ad esempio una delle storie che ricorda molto quel racconto che lo ha reso famoso, anche per i film e i cartoni animati che sono stati realizzati nel tempo, “Canto di Natale”. In questo caso il protagonista è un becchino che odia la felicità e il Natale e che si ritrova guardare le vite altrui grazie agli elfi e a capire che la magia non si nasconde nel regalo o nei dolci ma dalla vicinanza di persone.  Troviamo anche una parte quasi autobiografica, di un padre che viene imprigionato per debiti e che, a differenza del padre di Charles, utilizza questa sua situazione per rivendicare le sofferenze della moglie e del figlio e, sempre per questa sua precedente esperienza di famiglia, dopo la metà del libro c’è un’accurata descrizione del carcere dei debitori in cui Dickens si prende il tempo di approfondire l’argomento nei minimi particolari, portando in luce la gestione degli istituti di detenzione e i vari tipi di incarcerazione a seconda di quale classe sociale sia colui che deve scontare la pena.

Nulla sfugge all’occhio del giornalista e viene riversato e utilizzato per creare storie su storie che si sommano e si dipanano per tutta la trama del libro e, per evitare che i personaggi principali si perdano nella marea delle varie figure-comparse che si incontrano, eccoli che spuntano qui e lì, a ricordare che sono punti di riferimento da non perdere mai d’occhio. Il fil rouge che all’apparenza sembra  solo il personaggio di Mr Pickwick ma quando lo finisci ti rendi conto che invece è più un sentimento o una morale: “a far del bene non si fa mai male”. E infatti per ogni cattivo c’è sempre il suo antagonista giusto e buono o, laddove non si trovi l’opportunità di averne uno a disposizione, ci pensa la discreta provvidenza, che non è mai troppo presente in maniera evidente come ci si potrebbe attendere. I tempi sono scanditi dagli incontri, come succede sempre nei lavori dikensiani, e diluiti nella loro intensità dai racconti o dai resoconti che si avvicendano nei momenti di quiete fra una situazione chiave e l’altra. Resta comunque sempre evidente la vena umoristica per la quale situazioni, che potrebbero rivelarsi troppo forti o potrebbero risolversi con un nulla di fatto, vengono, diciamo, interrotte da personaggi buffi o da momenti comici per permettono un’uscita onorevole ai personaggi coinvolti. Così nella pausa della parata, quando i pickwickiani si ritrovano a pranzo con l’amico del loro presidente circondati da donne, la cui conversazione potrebbe essere solo un trionfo di amenità, ecco comparire Joe, il ragazzo che, se non mangia, dorme. Così il continuo rimbrottarlo da parte di Wardle, il suo padrone, diventa una ripetizione che da ritmo alla discussione e un tono divertente a tutta la situazione.

Ecco, le donne, a parte qualcuna, sono decisamente buone di cuore ma anche altrettanto inconsistenti. Sono donne che per la maggior parte sono di una classe borghese mentre le altre, che la miseria dovrebbe aver cambiato e forse reso sagge, spesso sono presenze eteree, quasi fantasmi, che passano distraendo per un attimo l’occhio del lettore; la distrazione è questione veramente di un momento, prendetela come una fotografia che attira un veloce sguardo per poi andare oltre. Devo ammettere che un po’ mi dispiace, perché si sofferma su donne la cui preoccupazione vitale è la virtù di nipoti nate nella bambagia, o le rende innamorate, morenti e, in alcuni casi, ne ride sulle scelte isteriche, ma non lascia loro spazio di espressione. Le tiene in considerazione come fossero angeli del focolari, qui e lì nicchia al fatto che le donne del popolino sono più pratiche e smaliziate delle corrispettive ricche, ma a parte concludere che che sono sempre buone o vittime della situazioni non fa. Una tra le tante che mi ha colpito è la storia della moglie del macellaio, cui non dava pace mai, un giorno dopo l’ennesimo attacco isterico, di lei, lui le dice: “Non mi vedrai più!”. Lei torna a casa pensando ad una minaccia farlocca e invece lui davvero non torna, salvo poi scoprire che per incidente il marito è caduto nella macchina per far salsicce. Ecco, la storia rimane un aneddoto che Sam, il fedele servitore di Pickwick racconta durante una passeggiata per smorzare il momento di tensione; non va oltre a la donna protagonista di questa storia, passa da essere un’isterica ad una vedova inconsolabile senza che lei possa aver fatto nulla per cambiare la situazione. Insomma per Dickens, qui sembra che la donna sia solo il ruolo che la società le assegna e che, questo, possa variare a seconda di situazioni esterne ma non per azioni personali. Ed è una riflessione interessante da fare e magari verificare se cambia nel corso dei suoi lavori successivi.

Però è innegabile che, quando chiudi questo libro,  che i personaggi ti mancheranno e ti sembrerà di essere stato in giro per l’Inghilterra dell’epoca a osservare, con i pickwickiani, come gira il mondo. Ed è particolarmente interessante vedere, con l’occhio ironico di Dickens quel sentimento di condanna che si cela nel suo animo. Dickens, dopo i disastri di famiglia che avevano condotto il padre, e tutta la famiglia perché allora si usava fare così, in una prigione per debitori era stato mandato a lavorare dalla madre in fabbrica. E’ in situazioni come queste che, il giovane Charles comincia a notare le differenze e i particolari della vita del periodo delle classi meno fortunate. E, in alcuni punti di questo lavoro, questo suo sguardo, di condanna e di approfondimento si nota in molte delle caricature grottesche dei personaggi che si incontrano, la truffatore ben vestito all’avvocato con senza senza collo della camicia e senza polsini ma con la parrucca che vive in mezzo a scartoffie compilate che non verranno mai lavorate nell’attesa di spillare fino all’ultimo soldi al malcapitato.

È veramente un bel libro, magari lungo, articolato e che pretende un po’ di attenzione a leggerlo per non perdersi. Se lo si legge in un periodo favorevole, magari diluendolo un po’ nel tempo, si riesce ad apprezzarlo  proprio per il suo essere decisamente irresistibile. Basta lasciarsi coinvolgere.

E anche questo mese, contro ogni mia previsione #unclassicoalmese, è stato portato a casa. Libro di Apirle “Le opinioni e la vita di Tristram Shandy, gentiluomo”.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il Circolo Pickwick
Charles Dickens
Adelphi, Ed. 1997
Traduttore Ludovico Terzi
Collana “gli Adelphi”
Prezzo 16,00€



Fonte: LettureSconclusionate

2 thoughts on “"Il circolo Pickwick", Charles Dickens – Un classico che diverte…

  1. Guarda davvero, sarà che ora sono un po' più navigata, sarà per gli spunti hornbiani o perché con Collins mi sono acclimatata nel periodo, ma davvero sono riuscita a guardarlo con altri occhi! E' stato una vera rivelazione! Fammi sapere!

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