"Anime Baltiche", Jan Brokken – Questioni di foto di gruppo…


Fonte: Non solo Proust



Ho aspettato parecchio a scrivere questa recensione, prima perché ne dovevamo parlare al gruppo di lettura a Torino, poi perché mi sono resa conto di non essermi affatto affezionata a questo lavoro. Non fraintendetemi, non è un brutto libro, è solo la raccolta che fa un po’ a cazzotti. Siamo di fronte ad un gruppo di biografie di vite che si svolgono dalla seconda metà dell’ottocento fino ai giorni nostri e che hanno per protagonisti artisti che sono nati, o sono vissuti per la gran parte della loro vita, nelle regioni baltiche e che erano di fede ebrea. Il difetto sta nel fatto che sono stati scritti probabilmente in tempi diversi, quindi la voce narrante, l’organizzazione del testo, la scelta del momento da cui partire a raccontare e anche le descrizioni sono tutte diverse racconto per racconto. Ne esce fuori un potpourri di storie che, non solo sono effettivamente troppo diverse fra loro, ma risultano disarticolate, mettendo  in dubbio il lettore sul reale motivo per il quale vengono inserite tutte insieme in una raccolta.  

Se fossero stati tutti scrittori, baltici, ebrei, che hanno vissuto la seconda guerra mondiale e la deportazione, il nesso sarebbe stato chiaro, netto e indiscutibile. Se invece avesse scelto la strada della Cohen sarebbe stato omogeneo, perché le storie sarebbero state correlate da incontri e il libro avrebbe avuto un fil rouge ad indicare al proprio lettore la strada che si sta percorrendo. Invece i personaggi, architetto, libraio, violinista, scrittore, filosofo e via dicendo, non hanno null’altro in comune, a volte manco la regione baltica o la città, che la triade baltica geografica. Sono solo ebrei e hanno fatto della loro arte, non necessariamente legata al luogo dove vivono o dove sono nati, un lavoro che magari, come nel caso di Rothko non si è sviluppata in madre patria ma in quella adottiva.

Una storia che rispecchia perfettamente quello che penso su questo libro è forse quella più conosciuta: quella di Anna Arendt. Storia affascinante peccato che nel raccontare, l’autore, nomina ogni tanto una donna che ha conosciuto nel presente. Se non vado errata, ma potrei sbagliarmi visto che l’ho finito agli inizi di Maggio, insieme alla storia del libraio quella della Arendt è una delle storie più lunghe della raccolta e come nella storia del libraio, perdonate la ripetizione, la formula scelta è quella del parallelo fra chi oggi c’è ancora e chi non c’è più. Ora, nel caso appunto della libreria, che esiste ancora – almeno al momento della narrazione-, chi parla al presente è un discendente da un lato e dall’altro chi lavorava lì dentro anche quando il negozio fu requisito. Nel caso della Arendt, suppongo perché non lo dichiara apertamente, che il parallelo sia solo che ha incontrato questa donna su un treno e sono finiti a parlare della scrittrice e filosofa e degli impatti che la sua storia hanno avuto nelle loro vite. Tenendo conto però che questo impatto non è analizzato a fondo ma accennato qui e lì, annegato dentro il grande spazio concesso invece alla protagonista.

Quindi in sostanza ti ritrovi a leggere e a domandarti quale sia il collegamento e quando lo finisci rimani anche un po’ interdetto. Ecco diciamo che, se invece di metterli insieme come fosse una grande foto di gruppo, fosse stata fatta una scelta diversa, ovvero per esempio una pubblicazione separata o anche una di gruppo ma con “resoconti cuscinetto”, a correlare, laddove possibile, le storie probabilmente il risultato finale dell’opera non sarebbe stato così poco chiaro. Quello che mi è piaciuto, prendendo invece in considerazione i singoli racconti, è ritrovare quelle atmosfere da “Vologda”  che tanto mi hanno ricordato i racconti della gioventù scritti da Salamov prima che il declino mentale, prima, e la morte, poi, spegnessero questa bella voce. I tratti russi dei paesi in cui si viene confinati con la speranza di essere riammessi in patria sono decisamente evidenti. L’amore per l’oratoria, la natura, l’arte, la lettura, i cori ricordano tantissimo i racconti salomoviani in cui raccontava di una città dove il confinamento era così noioso che l’arte era una forma di svago ma di arte stessa. L’arte di fare arte, di prendere ciò che è considerato come “per pochi” e farlo diventare invece per tutti, attraverso la disciplina, l’applicazione, lo studio e la cesellatura del proprio modo di approcciarvisi. Belle le descrizioni dell’impatto dell’emigrazione dei russi e degli ebrei che sono rese in maniera tangibile e senza fronzoli.

Prendetele così queste storie e gustatevele pensandole davvero separate. Prendetele come esperienze uniche non correlate, a parte un paio di racconti di cui capisco poco il nesso , il resto è, preso nella sua unicità, decisamente interessante. Diciamo che in questo caso quello che ha rovinato i racconti è una foto di gruppo troppo poco studiata.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Anime Baltiche
Jan Brokken
Iperborea, ed. 2014
Traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Collana “Narrativa”
Prezzo 19,50€




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