"La memoria", Giovanni Battista Angioletti – Raccotando il mondo prima che cambi…


Fonte: Senato della Repubblica- Archivio Istituto Luce

Se fossi una di quelle blogger che sono orientate al risultato, oggi staremmo molto più avanti sul percorso dei libri dello Strega, ma io, sebbene abbia ben presente il mio obiettivo, sono ancora a 1949. Da una parte c’è la mia mania di avere libri più vicini alla data di vittoria e, dall’altra, c’è la questione del “percorso”. Questo viaggio non è una facciata per far vedere quanto leggo, ma è la curiosità di una lettrice comune che vuole avere la possibilità di veder scorrere gli anni attraverso i premiati di un concorso che ancora oggi è abbastanza controverso. Dello Strega tutti ne parlano e ne sparlano ma, sono tutti lì ad aspettare la premiazione per poi ricominciare a parlar e sparlare del vincitore. È indubbio che in quel che si dice sia molto spesso vero ma è altrettanto vero che, le bagarre che oggi condividiamo e leggiamo, c’erano anche ieri ma rimanevano chiuse fra le mura di Villa Giulia. 

“La memoria” è decisamente un memoir dell’autore, della sua infanzia vissuta nella operosa Milano della fine dell’ottocento. Non è completamente diverso da quello cardarelliano di Villa Tarantola ma è decisamente più studiato. Nel caso di Cardarelli si erano scelte memorie sparse rappresentative dei luoghi in cui il poeta aveva vissuto e ne usciva una raccolta organizzata a blocchi di racconti che scorrono come la vita del suo autore è stata vissuta. Nel caso di Angioletti è sempre una raccolta di racconti, ma ogni racconto è un capitolo a tema: la fabbrica, le malattie, le feste e via dicendo. Ogni capitolo potrebbe essere pubblicato in maniera autonoma e reggerebbe lo stesso perché non ha riferimenti agli altri se non gli stessi protagonisti. Ne viene fuori un’Italia che sta entrando nel nuovo secolo e che è completamente ignara di quello che i cambiamenti sociali già in atto porteranno insieme all’arrivo delle grandi guerre. L’Italia milanese di Angioletti è frenetica, nel senso in cui la descrive l’autore la “frenesia” è dovuta all’operosità di una città industriale che vive dei ritmi della fabbrica, ma è anche divisa in tre grandi blocchi: l’aristocrazia decadente, la borghesia industriale – ovvero i nuovi ricchi -, la classe operaia.


La questione interessante è che sebbene l’aristocrazia sia un riferimento, come per la nuova classe emergente, la borghesia, per eleganza, bon ton e immagine di vita, in questo libro si sente la sua presenza anche se effettivamente non ci sono rappresentanti. Dall’altro lato, la stessa borghesia, vive dei contrasti relativi alla sua natura, viene dal basso e si è fatta una fortuna e un nome molto spesso grazie al duro lavoro eppure, quando già è prossima a passare lo scettro alla generazione successiva, non riesce ancora a staccarsi dal gruppo della classe operaia. La vita di fabbrica qui raccontata è quella in cui il padrone, il nonno dell’autore, è lui stesso un operaio e non perché faccia il facchino, ma perché la sua partecipazione alla vita dei suoi operai è sì garanzia di proseguimento della produzione ma anche il motivo della sua fortuna. È una “coscienza lavorativa” che cominceremo a perdere dalla generazione successiva che invece vive di falsi miti, che non ha gli strumenti per capire chi è veramente e nemmeno per trovare un riferimento che sia tale per ragioni oggettive e che spesso presta orecchio a chi  millanta teorie solo per dar aria alla bocca. L’autore racconta di cene, con il ragioniere, il contabile e via dicendo. Gente che vive di ovvietà, cercando di ricreare l’aura di un mondo che ha visto da lontano e solo dal di fuori; ne escono fuori signore civettuole e vuote, uomini che cantano canzoni accorati ma che hanno in animo solo il mantenimento dello status quo, ragazzini che vivono con disappunto le contraddizioni dei genitori.


E’ palpabile l’affezione dell’autore verso la figura del nonno che scalza in maniera decisa le figure del padre e della madre. C’è una profonda ammirazione per quest’uomo che sa perfettamente da dove viene e dove deve andare. E’ un leader naturale e per questo seguito anche dai suoi operai come anche da suo nipote. Dall’altro lato le alterne fortune di famiglia tra il pericolo di protesto e quello della riabilitazione agli occhi dei vicini non sono altro, per il nostro giovane autore, che conferme che quelli non sono i riferimenti corretti da imitare in futuro a meno che non si voglia vivere una vita in bilico fra feste e strozzini, fatta solo di apparenza. Apparenza che vive malissimo, l’essere stato separato dagli amici di strada, perché non della sua classe sociale, il vivere ai margini di mondi superficiali si scontrano con quella vita che lui  sembra desiderare. Magari è più povera, il riferimento viene fuori in una uscita per le campagne circostanti, ma ai suoi occhi sicuramente più vera.

In questo quadro generale, intenso sentito, a volte decisamente pertinente – in particolare nella differenza di classe, non solo cittadina, ma anche fra città e campagna – Angioletti è davvero un Premio Strega. Ma probabilmente questo libro io, se non fosse stato per questo percorso e per Paolacheancoranonhaapertounblog che mi segue in questa impresa un po’ strana, probabilmente avrei aperto e poi destinato a data da definirsi. Non tanto per i contenuti, che come vedete mi hanno preso parecchio, ma per la pesante penna di Angioletti. La sua è una narrazione fatta di elenchi, che fa decisamente a cazzotti con il mio gusto di lettrice, è decisamente lenta e in alcuni punti ho faticato a scindere l’autore adulto dal giovinetto. È vero che parliamo degli inizi dell’ottocento, ma questo bambino giovane che racconta una pesantezza “romantica” di vivere quasi del tutto simile a quella di  Foscolo mi ha sfiancata. Ma, tutto sommato è valsa la pena infine. Certo, se avessi scritto questa recensione a caldo, quando ho finito il libro, sarebbe stata una stroncatura, lo confesso. Ma, come sempre, basta lasciare che il libro depositi i suoi racconti e che il lettore prenda le distanze da quello che ha letto per vedere il quadro generale e trarre le conclusioni di quello che ha letto.


Quindi in fondo un libro da conoscere, un altro Premio Strega e proseguiamo verso quello del 1950, ovvero Cesare Pavese.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

La memoria
Giovanni Battista Angioletti
Bompiani Editore, ed 1949
Prezzo tra gli 8,00€ e i 66,00€ a seconda dell’anno di pubblicazione e lo stato del libro.


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