[Dal libro che sto leggendo] Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Fonte: all Posters

Oggi parliamo in pratica di un racconto. L’avevo un po’ snobbato questo libro quando è uscito, tutti ne parlavano e quando questo avviene non sempre si parla di libri belli. Quando invece mi è capitato di leggere un altro libro di Schmitt, “La giostra del piacere”, non avevo nemmeno associato l’autore a questo titolo l’ho scoperto solo dopo aver deciso di recuperare quello che aveva scritto sino ad oggi. Quando nel diario di Marzo, riguardo un altro titolo “Il lottatore di Sumo che non diventava grosso”, avevo detto che i due libri si somigliavano, in maniera del tutto incosciente, non sono andata tanto lontana dalla verità. È probabile che i due racconti facciano parte di un progetto schmittiano che analizza la convivenza pacifica di religioni differenti.

Mosè, detto Momo, è rimasto da solo con suo padre da quando la madre se n’è andata via. Il padre è un uomo triste e un po’ rigido che sta tutto il giorno al lavoro e così, a Momo, spetta l’incombenza della gestione della casa. Momo vive a Parigi nel quartiere ebraico, è ebreo come suo padre anche se non sa esattamente cosa comporti il fatto di esserlo. Poi un giorno, in un negozio dove va giornalmente a fare la spesa il proprietario, Monsieur Ibrahim gli pone una domanda, il giorno dopo Momo risponde, e piano piano il ragazzino ebreo diventa amico dell’arabo del quartiere. L’innocenza permette a Momo di poter fare delle domande che solitamente non si farebbero, la saggezza dell’età permette ad Ibrahim di dare delle risposte che indirizzino una giovane vita verso un modello diverso da quello cui sembra destinato.

La storia è molto bella e toccante, anche se io mi aspettavo un  romanzo e non un racconto con una lunga postfazione. Ne riparleremo in recensione, 
buone letture e buona giornata,
Simona Scravaglieri



Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano 

A undici anni ho rotto il porcellino e sono andato a puttane. 

Il porcellino era un salvadanaio di ceramica lucida color vomito, con una fessura che permetteva alle monete di entrare ma non di uscire. L’aveva scelto mio padre, quel salvadanaio a senso unico, perché corrispondeva alla sua concezione della vita: il denaro è fatto per essere conservato, mica speso. 

Nelle viscere del porcellino c’erano duecento franchi. Quattro mesi di lavoro. 

Una mattina, prima di scuola, mio padre m’aveva detto: 

«Mosè, c’è qualcosa che non torna… Mancano dei soldi… D’ora in poi scriverai sul quaderno di cucina tutto quello che spendi per fare la spesa». 

E così non bastava che mi maltrattassero a scuola e a casa, che mi toccasse pulire, studiare, cucinare, fare le commissioni, non bastava che vivessi solo in un enorme appartamento buio, vuoto e senza amore, che fossi lo schiavo, più che il figlio, di un avvocato senza affari e senza moglie. Dovevo pure passare per ladro! Tanto valeva rubare per davvero, visto che ero già sospettato. 

Insomma, nelle viscere del porcellino c’erano duecento franchi. Il prezzo di una ragazza, a rue de Paradis. Il prezzo per diventare uomo. 

Le prime m’hanno chiesto la carta d’identità. Nonostante la voce, nonostante il peso –ero grosso come un sacco di patate –avevano seri dubbi sui sedici anni che dichiaravo. Forse perché era una vita che mi vedevano passare aggrappato alla borsa della spesa, e crescere. 

In fondo alla via, in un androne, ce n’era una nuova. Piena di curve, bella come un quadro. Le ho fatto vedere i soldi. Lei ha sorriso. 

«Ce l’hai sedici anni?». 

«Certo. Da stamattina». 

Siamo saliti. Non riuscivo a crederci, aveva ventidue anni, era una vecchia, ed era tutta per me. Mi ha spiegato come dovevo lavarmi, poi come si faceva l’amore… 

Naturalmente lo sapevo già, però la lasciavo parlare per farla sentire più a suo agio, e poi mi piaceva la sua voce un po’ scontrosa, un po’ triste. Mentre lo facevamo, ho rischiato di svenire. Alla fine, mi ha carezzato i capelli con dolcezza e ha detto:

 «Farai bene a tornare, e la prossima volta dovrai portarmi un regalino». 

Per poco non mi rovinava il momento: avevo dimenticato il regalino. Ecco qua, ero un uomo, ero stato battezzato tra le cosce di una donna, riuscivo a malapena a reggermi in piedi da quanto mi tremavano ancora le gambe, e già cominciavano le seccature: mi ero scordato il famoso regalino. 

Sono tornato di corsa a casa, mi sono precipitato in camera mia guardandomi in giro alla ricerca della cosa più preziosa che potessi offrirle, poi sono tornato in fretta e furia a Rue de Paradis. La ragazza era ancora nell’androne. Le ho dato il mio orsetto di peluche.

Più o meno nello stesso periodo ho conosciuto monsieur Ibrahim. 

Monsieur Ibrahim era sempre stato vecchio. Tutti, a Rue Bleue e a rue du Faubourg-Poissonnière, avevano sempre visto monsieur Ibrahim dentro la sua drogheria dalle otto del mattino a notte inoltrata, incuneato tra la cassa e i detersivi, una gamba verso l’ingresso e l’altra sulle confezioni di fiammiferi, grembiule grigio sopra una camicia bianca, denti d’avorio sotto baffi ispidi e occhi pistacchio, verdi e marroni, più chiari della sua pelle scura segnata dalla saggezza. 

Il fatto è che monsieur Ibrahim, a detta di tutti, era un saggio. Sicuramente perché da almeno quarant’anni era “l’arabo” di una via ebrea. Sicuramente perché parlava poco e sorrideva tanto. Sicuramente perché sembrava sfuggire all’agitazione dei comuni mortali –soprattutto dei comuni mortali parigini –non muovendosi mai da quel panchetto a cui sembrava incollato, non rimettendo mai in ordine il banco di fronte a chicchessia, e sparendo chissà dove tra mezzanotte e le otto del mattino. 

Insomma, tutti i giorni facevo la spesa e preparavo da mangiare. Compravo solo roba in scatola. E se compravo scatolette ogni giorno non era perché fossero più fresche, ma perché mio padre mi dava i soldi solo per la spesa della giornata. E poi erano più facili da cucinare!


Questo pezzo è tratto da:

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano
Eric-Emmanuèl Schmitt
Edizioni e/o, Ed. 2003
Traduzione Alberto Bracci Testasecca
Collana “Dal Mondo”
Prezzo 9,00€

– Posted using BlogPress from my iPad

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