"Ruggine", Anna Luisa Pignatelli – Tutta questione di peso specifico…


Fonte: Costellazione Eu


Come dicevo stamattina sulla pagina fan, il caldo mi sta annientando e l’umidità eccessiva di Roma – sopratutto la zona dove lavoro – annienta qualsiasi atto di buona volontà. Risultato: ho saltato due recensioni del venerdì e quindi mi tocca recuperare, pena la perdita dello scaffale dei “da recensire” che presto si romperà per il grande numero di libri che attendono pazientemente il loro momento. Per cui oggi recensione e cominciamo dal libro che non è male ma che ha, a mio avviso, qualche cosa che non va. Oggi parliamo di “Ruggine”, libro che tra i blogger e i lettori che frequento ha ricevuto parecchi consensi, uscito il 28 Gennaio scorso (con il mio amato Armadale) e pubblicato da Fazi Editore.
La storia non è affatto malvagia, ha un suo senso e anche un suo peso specifico che però, almeno quest’ultimo, è un po’ sbilanciato e, nel suo essere così ingombrante, garantisce il risultato certo che si sarebbe potuto raggiungere in una maniera meno “pesante”. Frase estremamente complicata, ma la chiariamo dopo aver capito di che si parla in questo libro.

Siamo in una cittadina di montagna e la storia si svolge, nel suo presente narrativo, tutta sulla strada principale del paese che è in salita e culmina con la piazza con la chiesa. Nelle adiacenze della strada e della piazza in uno dei palazzi arroccati c’è un ingresso anonimo che porta ad una serie di appartamenti: due al primo piano e uno in mansarda. Gina, la nostra protagonista, vive in quello più piccolo, fra i due appartamenti del primo piano, che fu ricavato separando da quello principale due stanze. Gina è  vedova, ha un figlio che non vive con lei ma di cui si dicono un sacco di cose, ma ha un gatto che ha scelto di vivere con lei e che lei chiama Ferro. L’autrice dice che, in fondo, Ferro vive con “Ruggine” (il soprannome che il paese di rimando ha dato a Gina che usa girare con lui per le strade fin da quando è piccino) perché lo ha scelto lui; per quanto mi riguarda Ruggine e Ferro si sono riconosciuti nell’essere soli e al limite del baratro entrambi. Un baratro diverso, ma i gatti e gli uomini sentono comunque quando si avvicina il loro. Questa è la storia della vita di Gina ottantenne e del  suo gatto, una signora schiva e solitaria e per questo, e per altre dicerie sul suo passato, oggetto di chiacchiere e di emarginazione da parte della comunità da cui in fondo le piacerebbe invece ricevere un atto di partecipazione.

Come detto la storia non è male, il gatto è in fondo l’animale giusto da affiancare ad una protagonista e ad una storia del genere perché per sua natura il felino è cacciatore e quindi solitario, ma all’occorrenza amante della compagnia e capisce al volo quando le sue esigenze si sposano con quelle di un umano. Noi diciamo che ci scelgono ma sarebbe più corretto dire che ci “selezionano”. Loro lo sentono. E infatti Ferro sa perfettamente a chi si sta accodando: una vecchia signora piegata dall’età e dagli affanni passati e presenti che è sola quanto lui.
Sin qui il concetto della storia, qualsiasi finale le si fosse inserito, sarebbe stato perfetto. C’è la situazione, c’è ancora di più il passato che ben si correla con le vicende del presente narrativo e c’è il contorno del luogo perfetto che serve come metafora: la donna piegata e stanca, che combatte l’età che avanza e i dolori, che viene contrastata dalla vita e dalla “strada”, ad esempio. Ce ne sono molte altre ma sicuramente meno rilevanti di questa. Il parallelo fra lo sbilanciamento fisico, quello di una vita che non perdona negli anni in cui si è più attaccabili e quello del contesto è decisamente azzeccata e in un certo senso anche raffinata perché viene costruito mano a mano, mattone per mattone dove, il mattone, rappresenta l’insieme di presenze e di situazioni presenti e passate. Gina, ogni volta che cammina, è come se si portasse tutto dietro e il fardello è così articolato da dover essere necessariamente svolto in una storia.

E in questo, la maestria della Pignatelli è premiante perché, da un centro nevralgico del peso che attanaglia la protagonista, riesce a distribuire le spiegazioni in maniera organica lungo tutta la trama così da non creare spazi vuoti nella fitta tessitura che andrà a costituire il quadro totale della vita di Gina e che si rivelerà in maniera completa solo a libro finito. Anche il finale, in questo libro, è esso stesso un tassello di storia importante e contribuisce a apporre una firma indelebile di quello che è il lascito della nostra vecchina. Non c’è perdono per il mondo crudele, ma non c’è solitudine per un cuore che ha già imparato ad essere solo, c’è solo la serenità degli ultimi che alla fine, nonostante la vita li abbia battuti, sono sempre in grado di trovare nei silenzi aneliti di vita. E questa la lezione che sembra darci la Pignatelli e questo in fondo mi è piaciuto molto. 

Ora, io so che mi farò un sacco di nemici, ma ribadisco, la storia c’è e va benissimo, ma è pesante, non tanto la narrazione ma la scelta descrittiva della storia stessa. Buia, attufata, asfissiante, pesante, in alcuni punti ripetitiva, in altri lenta. Tutto questo dona un’aura di “vecchiume” (leggi non come prosa desueta o stantia ma come se si stesse raccontando di un mondo di vecchi che vivono in una casa di riposo e sono tutti prossimi alla morte!) alla storia e ne mina la bellezza, regalando la facile commozione alla fine, perché dopo tutta questa sofferenza, la chiusa è una liberazione ma non è questo l’effetto cui si dovrebbe mirare. Se l’insieme fosse stato alleggerito un po’, il finale ad effetto sarebbe stato simile ma il sospiro sarebbe stato di partecipazione alle vicende di Gina e non di sollievo.
E’ ripetitivo in alcuni punti perché, tenendo con che non è la protagonista a parlare in prima persona della sua storia, in alcuni punti vengono ripetuti concetti che fanno pensare ai pensieri che fanno gli anziani smemorati anche se, come detto, non sono raccontati da Gina. E’ pervasa di “vecchiume” perché è talmente pensate il “pensiero e la situazione” dell’età che, i pochi personaggi chiave che ci sono, annegano e perdono il loro smalto proprio perché il senso di solitudine che pervade e attufa la storia non permette loro di emergere. Quindi compaiono e scompaiono, non sono risolutivi ma nemmeno punti di svolta, sono solo diversi.

Quindi in fondo, guardandola “da storia”, nella sua totalità, non posso dire che sia una “brutta storia” e potrei anche spingermi a consigliarla a chi ama i libri un po’ tetri e magari quelli con i quali entrare in empatia con il protagonista che subisce la vita più che contrastarla. E’ sicuramente un libro da non leggere se si sta giù di morale, perché a me ha regalato il magone in un tranquillo pomeriggio di un fine settimana estivo e devo ammettere di aver interrotto più volte la lettura per il senso di oppressione. Però ora capisco tutti i consensi che ha avuto e mi sarebbe piaciuto essere fra coloro che lodano questa storia invece di ritrovarmi dall’altro lato della barricata. Mi sarebbe davvero piaciuto trovare più storia che tecnica, me l’avrebbe resa più simpatica e, forse, anche io avrei empatizzato fino in fondo con Gina. Invece, il “peso specifico” dato dalla tecnica, che tende a rendere una situazione eccessivamente tangibile, mi ha reso difficile non tirare quel sospiro di sollievo che non è, a mio avviso, il risultato a cui puntare di ottenere dai propri lettori.
Sarei curiosa di leggere altro di questa autrice e quindi attenderò ulteriori uscite se ce ne saranno.
Per ora non odiatemi,
buone letture,
Simona Scravaglieri


Ruggine
Anna Luisa Pignatelli
Fazi Editore, ed. 2016
Collana “Le strade”
Prezzo 16,00€



Fonte: LettureSconclusionate


2 thoughts on “"Ruggine", Anna Luisa Pignatelli – Tutta questione di peso specifico…

  1. su facebook ti dicevo che questo libro non mi era piaciuto, ne approfitto qui per spiegarti meglio perché.
    esattamente come dici tu, la storia non è malvagissima, ma è raccontata davvero in modo troppo pesante, asfissiante, ripetitivo, disperato e disperante. non c'è una boccata d'aria per tutto il tempo, senti addosso solo dolore, frustrazione, il peso dei torti e delle ingiustizie subite.
    perché? a che serve tutto questo?
    a nulla. ma proprio a nulla. non dico che una lettura debba per forza essere sempre e solo leggera ed evasiva, ma l'eccesso in negativo, come in questo caso, risulta vuoto esattamente tanto quanto lo sarebbe un romanzetto rosa di poco valore.
    non mi ha lasciato nulla ruggine se non la voglia di non averlo mai letto. nessuna frase che mi abbia in qualche modo colpita, nessun personaggio che abbia amato, se non ferro, e anche per lui, alla fine, sono stata male.
    ecco perché non mi è piaciuto questo romanzo. mi ha lasciato un pizzico di vuoto in più, e io ho sempre creduto che le storie dovrebbero riempirti invece.

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  2. Alla fine ce l'ho fatta a rientrare a casa e, prima di sciogliermi definitivamente dal caldo, provo a risponderti. Secondo me, non si è regolata, tutto qui. Il problema è che quando la finisci, la metafora, la storia in generale e il sospiro di sollievo finale non hanno fatto considerare il lato oscuro di questo libro nella giusta prospettiva; se invece avessero alleggerito la storia sarebbe stata un'ottima idea. Per il perché posso dare una risposta impopolare il “lato oscuro” spesso fa “culturalmente impegnato” proprio come dici tu e non è che non si possa fare letteratura in altro modo, ce ne sono tanti di libri che hanno fatto la storia – magari strappandoti anche un sorriso – ma pare che la moda moderna se li sia completamente dimenticati. In fondo noi facciamo anche questo no? Dire alla gente: “Guarda c'è questo, ma c'è anche quest'altro. Perchè non provi?” io la vedo così 🙂
    Comunque sono contenta di essere stata l'unica a sentire questo peso a leggerlo 🙂

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