"C’era una volta la DDR", Anna Funder – Libertà e informazione…

Agosto 1961, la posa dei blocchi del muro di Berlino
Fonte: Wikipedia

Quello di oggi è il libro che ho letto lo scorso fine settimana e, nonostante avessi ben presente perché questo libro si sia aggiunto ai miei To-be-Read da un paio di anni, pensavo fosse più semplice affrontare il tema trattato. Invece mi sono trovata di fronte ad un libro per il quale mi sono serviti due giorni di lettura. Iniziamo con il dire che non c’è alcun problema di traduzione; il libro si legge lentamente perché i temi trattati sono sicuramente di grande impatto emotivo anche perché, nonostante si tratti di un reportage che racconta la vita vissuta dai tedeschi dell’est fino al 1989, non si può non entrare in empatia con le vite che vengono raccontate. E’ un bel libro di cui non avevo mai sentito parlare finché in un saggio, che trattava della nascita delle ideologie e dei metodi di coercizione che modificano la vita e il linguaggio corrente, l’ho trovato citato nella bibliografia così, quando l’ho trovato l’ho preso e messo da parte per il momento giusto e devo ammettere che è valso non solo la spesa ma anche la lettura. 

Come detto si tratta di un reportage. Anna, dice anche la sua biografia, è australiana di nascita ma ha anche studiato a Berlino. Si parte subito con un viaggio che la giornalista fa per andare a trovare, fuori Berlino, Miryam, donna minuta, forte e anche molto sola: a tenerla in vita, dopo una vita di grande dolore, è il desiderio di sapere che cosa è successo a suo marito Charlie, arrestato e incarcerato, senza accuse certe, dalla Stasi e misteriosamente morto in carcere. Miryam sa che, probabilmente, nella bara che le hanno permesso di seppellire, non ci sono i resti mortali di suo marito, ma vuole veramente dimostrare l’inutilità e la mancanza di giustificazioni per accusare, torturare e uccidere il marito. Dopo questo viaggio Anna ci spiega che, quando è tornata a Berlino – dopo il periodo passato lì per studiare all’università -, ha lavorato per un’emittente televisiva che trasmette solo all’estero e nello specifico si occupava della posta dei telespettatori. Questo reportage nasce da una lettera pervenuta in redazione in cui un telespettatore lamentava che le trasmissioni si occupassero di futilità e non di verità, tipo quella sulla reale vita ai tempi della Stasi.

In effetti, leggendolo, mi è venuto poco in mente riguardo la modifica del linguaggio comune perché il libro non scende così tanto nel dettaglio, ma l’impatto di questa ideologia invece è fin troppo evidente: media, delazione, spionaggio e potere dell’informazione sono uguali per tutti i regimi che si rispettino e anche qui non ci sono eccezioni. Nella Germania dell’Est c’erano due poteri, uno di facciata, ovvero quello del presidente Erich Honecker, e quello reale e dittatoriale della STASI ovvero quello che doveva essere il “Ministero della Sicurezza di Stato”. 
Ecco questo libro mi ha fatto venire in mente il viaggio fisico e successivamente interiore fatto da Christa Wolf, prima di morire, quando ha scritto “La città degli angeli“; il quel libro si percepisce tutto il “percorso di dolore” che porta alla scoperta di chi ti ha denunciato e quello che porta al perdono che viene dato quando si capisce che la delazione non è una denuncia di un altro quanto una protezione per se stessi. La Wolf, per gradi, riesce spiegare a se stessa e ai lettori la natura della “delazione” nella Germania dell’Est, ma nel libro della Funder diventa ancora più evidente il meccanismo. Nella macchina infernale della Stasi nessuno sa come finisce quando ti arriva una cartolina che chiede di presentarsi in un certo ufficio ad una certa ora. Pochi sanno che se non ci andavi non ti venivano a prendere a casa altrettanto pochi sapevano che se ti rifiutavi di collaborare non sempre potevano “farti sparire”. Il meccanismo infernale di cui la stasi si nutre è il non detto accoppiato con la strategia dell’intimidazione per sentito dire o nel far sparire qualcuno, perché si dica in giro che puoi anche non far ritorno da un colloquio.

Altrettanto evidente che, per preservare il proprio potere, il ministero utilizzava qualsiasi informazione di cui avesse l’opportunità e si andava da quello che mangiavi alla mattina, finanche all’odore del tuo corpo – rubando gli indumenti – e che in queste classificazioni all’apparenza non c’era nulla di rilevante ai fini di un arresto, ma si faceva perché per la Stasi tutto poteva sempre servire. Storie di ingiustizie inaudite, come i genitori che per anni, non volendo denunciare chi aiutava a scappare i tedeschi dell’Est, non hanno potuto vedere il loro figlio, malato e ricoverato di urgenza all’ospedale di Berlino Ovest o anche quello della ragazza che venne messa al bando dal mondo del lavoro e dello studio per la sua amicizia amorosa con un imprenditore italiano. Storie di ordinaria follia che sembrano lontane nel tempo ma non hanno nemmeno 40 anni. A far da contraltare a questo, le storie e le convinzioni degli ex militanti della stasi, si va da quello che ne voleva uscire e non ci è riuscito fino al portavoce del potere in tv, il cui programma era una vera tortura per i tedeschi che, invece, è ancora convinto che il capitalismo è il male puro.

Da questa contrapposizione di storie, dei due fronti, nasce comunque una considerazione insolita, ovvero che, sebbene  il periodo della divisione di Berlino fu un periodo altrettanto buio come il nazismo, non tu i tedeschi sono riusciti completamente ad accettare la nuova vita, non tanto per questioni di ideologia, ma per la mancanza di valori che la libertà perde. In un  regime repressivo, dove tutto si fa in nome dell’ideologia, il valore è alto perchè l’obiettivo di contrasto del controllo è evidente e chiaro. L’uomo conosce i limiti, sa quelli che sono valicabili e impara quelli che sono invalicabili, sa che cosa non deve dire o non deve far pensare che sia il suo ragionamento e l’unità familiare è quella cerchia in cui, in parte poter essere libero. Di contro, la repressione è a tutti livelli, quindi anche la criminalità viene annientata, il vero criminale può essere chiunque, ma chi si macchia dei crimini non politici è facile da punire velocemente perchè è l’unico caso in cui basta la seppur minima prova per finire in carcere. Nel mondo libero, la libertà è gestita e recepita in un senso estremamente ampio e l’effettiva regolamentazione civile, per non invadere la sfera della libertà stessa, e per dare ampio margine agli “arraffoni”, è decisamente interpretabile. Ne viene fuori che, se sei libero di scegliere fra mille milioni di marche di birra che ti sembrano tutte uguali, sei meno libero, perchè la criminalità per essere puniti ha bisogno di prove incontrovertibili e di processi, non sempre c’è tutela e assistenza, la vita diventa una lotta per la realizzazione individuale e per la carriera e la famiglia diventa un luogo dove tornare stanchi e arrabbiati.

La differenza si può semplicemente intuire da quello che viene fuori dai discorsi fatti in questo libro:
Germania dell’Est -> nemico: Stasi
Germania odierna -> nemico: Capitalismo
Se uno le mettesse sulla bilancia il confronto è praticamente impossibile. Però questo è quello che i tedeschi percepiscono dopo qualche anno di libertà. Non vale per tutti, tutti comunque non tornerebbero mai indietro, ma il pensiero ogni tanto affiora complice il cambio radicale di vita che hanno dovuto fare da un giorno all’altro.
Il tutto è narrato in maniera scorrevole e puntuale e grazie a questo è stato veramente facile e interessante leggerlo, nonostante io non sia ferratissima sulla storia della Germania dell’est. 
queste sono solo una parte delle riflessioni a cui ti porta questa raccolta di esperienze e io, sinceramente, vi consiglio di darci uno sguardo, il libro è da un po’ nei reimanders e quindi potreste accaparrarvelo con poco, ma il suo valore è decisamente inestimabile per chi ha voglia di leggere qualcosa che lo porti in un mondo di cui, dopo la caduta del muro, oggi si parla veramente poco.
Buone letture e buon ferragosto,
Simona Scravaglieri

C’era una volta la DDR
Anna Funder
Feltrinelli Editore, Ed. 2005
Traduzione di Bruno Amato
Collana “Serie bianca Feltrinelli”
Prezzo 15,00€

Una foto pubblicata da @leggendolibri in data: 6 Ago 2016 alle ore 03:47 PDT

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