"Senza nome", Wilkie Collins – Il cambio di costruzione…

Fonte: Caterina Steri

Pensavo mi sarebbe piaciuto di più questo libro e invece mi è piaciuto tanto ma non più degli altri. La formula dell’intreccio, come avevo scritto nel Diario di Luglio è innovativa, rispetto il romanzo precedente e quello successivo le cui trame erano costruite come delle catene di testimonianze che alternandosi commentavano le vicende principali: in questo caso, infatti ogni personaggio vive una vita separata finché la vicenda principale non li porta ad  incontrarsi con gli altri protagonisti. E’ solo in questo momento che le storie di intrecciano e le vicende cominciano ad animarsi. Rimane comunque spettacolare l’apertura del primo capitolo, che vi avevo inserito nel [Dal libro che sto leggendo] in cui con una mossa estremamente teatrale l’autore utilizza il ritmo del tempo scandito da una pendola per dettare quello delle azioni dei personaggi coinvolti e che vengono presentati man mano che si presentano sulla scena. Sembra quasi un testo teatrale ed è, costruito così, particolarmente incisivo.


Siamo sempre in Inghilterra in un paesino della campagna del Sommerset nel 1840 dove vive in armonia Vanstone con i loro domestici e l’amata ex-istitutrice, ora governante, Miss Garth. I Vantsone hanno due figlie: la maggiore è più posata mentre la minore ha una gioia di vivere e un’irruenza che viene giustificata solo dalla sua età. Ma un bel giorno arriva una lettera misteriosa, poi Mr. e Mrs Vanstone decidono di partire immediatamente per Londra, e senza dare spiegazioni, per poi fare rientro qualche settimana dopo. Il mistero del perché di questo viaggio rimarrà a lungo anche oltre la morte prima di MR. Vanstone e quello repentino della moglie. Infine, a portare ulteriore scompiglio in una situazione già funesta da sola arriva la notizia che le due ragazze non avranno un penny dell’eredità paterna perché il padre non ha rifatto il suo testamento e che tutti i soldi andranno allo zio con il quale prima il nonno e poi il padre hanno litigato molto tempo prima. Alle due ragazze non rimane che Miss Garth e la prospettiva di una vita povera al servizio di qualche famiglia ricca come istitutrici e, per la minore delle due, l’arrivederci da dare all’uomo che ama e che non può trattenere in Inghilterra. Lui ha bisogno di lavorare e il suo lavoro lo porta in Cina mentre, nelle speranze di Mr. Vanstone c’era quella di riuscire a costruire per il futuro genero una carriera nella madre patria.

La storia mi è piaciuta e mi è piaciuto anche questo elaborato lavoro di intreccio delle varie vite dei personaggi ma, l’esperimento, in questo caso non ha sortito i suoi migliori effetti. E’ affascinante riuscire ad intravvedere i ferri del mestiere di un autore e, in Collins, sono spesso evidenti ma quando l’intreccio crea ramificazioni così profonde l’insieme rischia di penalizzare qualcosa della trama o dei personaggi stessi. Fatta eccezione per Mr. e Mrs. Vanstone, che muoiono praticamente subito, sul nostro palcoscenico immaginario si muovono undici personaggi che oltretutto speculari fra loro:
  • lo zio è l’opposto di Mr. Vanstone;
  • Miss Garth è l’opposto della governante dello zio e via dicendo.
Ma la cosa interessante è che, anche con i due defunti i personaggi sono dispari e non è un caso perché c’è un personaggio che nell’intreccio principale garantisce che tutti quelli secondari abbiano un punto di contatto e di riferimento nella trama generale che compone l’armatura dell’intero libro.

Ora dobbiamo pensare che questa vicenda, che ora leggiamo in un unico libro, è in effetti una pubblicazione settimanale e che, questo tipo di costruzione, faceva apparire le vicende al lettore in maniera del tutto diversa dalle altre: seguendo infatti i vari tronconi di storie che si creavano dall’incontro di due o più personaggi ne usciva infatti una storia nuova che non necessitava che di piccoli rimandi nostalgici, per ricordare al lettore dell’esistenza di altri personaggi, ma che, per la complessità e lo svolgimento fluido del racconto, avrebbero potuto sussistere da soli. Ma non essendo stata costruita come una raccolta di racconti, ma come un insieme unico, chi ne fa le spese di questi riflettori, che si accendono e si spengono, sono solo i personaggi che hanno bisogno di tempo per divenire risolutivi. In trame diverse, come in Armadale ad esempio, la mancanza di attenzione non vanificava la necessità dei personaggi secondari, anzi in parecchi casi sembravano tutti co-primari, mentre in questo sembrano decisamente accessori. A questo si aggiunge una sommatoria di situazioni complicate ad arte e forse talmente troppo complicate da sembrare poco verosimili. Quindi la governate dello zio, sembra troppo intrigante per una donna di quell’età e di quel periodo – va bene che dietro un grande uomo c’è una grande donna ma questa non ha nulla a che vedere con quello stupendo cammeo della cameriera governante di Armadale – , e Miss Garth si da pace troppo presto della situazione in cui si viene a trovare per una donna che ha giurato sulla tomba della sua ex datrice di lavoro che avrebbe difeso le figlie ad ogni coste e che sarebbe stata il loro angelo custode.

E’ in queste piccolezze, che invece solitamente costituiscono la parte cui Collins, negli altri romanzi, dedica un’attenzione quasi maniacale che l’autore perde di smalto. La storia si sente che è narrata a puntate, si percepisce che ad un certo punto anche l’autore comincia a perdere interesse perché l’intreccio forse stanca anche lui, si nota che il dodicesimo personaggio viene inserito per salvare capra e cavoli. Non stona nella storia, perché Collins, da vecchia volpe inserisce sempre qualche persona in più, sia mai serva, ma in questo caso, non aveva molta ragione d’esistere. E ne aggiunge altri due che compiono solo all’occorrenza per riportare in auge alcuno protagonisti che sembrano essere quasi dimenticati per buona parte del libro. Ha però un qualcosa di conosciuto l’insieme dell’immagine della società inglese che ne viene fuori: è dickensiana. Collins, che è sempre stato affascinato più dal fatto che dalla conclusione, in questo caso, crogiolandosi nel costruire le difficoltà ci regala una dura condanna alla “civiltà” della società borghese e della giustizia inglese. Una donna può fare l’istitutrice ma come figlia, a meno di specifici lasciti scritti, conta praticamente nulla. Una donna può aspirare soltanto a contrarre un buon matrimonio, come diceva anche Jane Austen, ma non può contare su se stessa. La critica che qui viene fatta riguarda un Dickens diverso da quello de Circolo Pickwick e più vicino al tono un po’ aspro che ha in Nicholas Nickleby scritto poco più di vent’anni prima da Charles; anzi, anche la trama (anche se lo svolgimento è ben diverso), sembra anche aver dato uno spunto – ma queste sono congetture personali -.

Rimane quindi però evidente l’interesse mostrato da Collins per le figure secondarie, quelle di cameriere e governanti, che diventano chiavi di svolta e di svolgimento delle storie. In questo caso Collins si crogiola più su una che sulle altre ma l’affianca con lo scaltro zio che le si contrappone con l’utilizzo degli stessi espedienti. Combattono ad armi pari, e quindi in alcuni momenti lo scontro perde un po’ di smalto ed è difficoltoso da comprendere, ma il ruolo che essi occupano all’interno della vicenda è sempre pertinente e mai ingombrante. Vi assicuro che, per il ruolo che svolgono, non è affatto semplice evitare che queste figure strabordino mettendo in ombra quelle che sono le reali figure protagoniste.

Libro no quindi? Libro comunque promosso a pieni voti – diciamo che mi è piaciuto molto ma non avevo gli occhietti a cuore quando l’ho finito -, ma sicuramente non da consigliare a chi si avvicina per la prima volta a questo autore perché la trama rallenta in più punti e difficilmente si riuscirebbe ad apprezzare appieno  le logiche di costruzione delle vicende di Collins. E’ un romanzo più da persone che già lo conoscono e lo apprezzano. Ho ancora tre libri di questo autore, quindi avremo altre vicende di cui parlare. La storia, al netto delle complicazioni generate dalle caratteristiche di alcuni personaggi, comunque regge anche nei punti in cui sembra essere più sbrigativo. Quindi comunque, per me, è un libro da conoscere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


“Senza Nome”
Wilkie Collins
Fazi Editore, Ed. 2015
Traduzione di Luca Scarlini
Collana “Le strade”
Prezzo 18,50€



Fonte: LettureSconclusionate


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