"Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", Eric-Emmanuèl Schmitt – L’effetto che conta…


Fonte: Sony Classics


Parliamone. Il libro mi è piaciuto non discuto… quello che è rimasto è poco però. Ecco la prima cosa che mi viene in mente ogni volta, delle 5.000, che ho messo mano a questa recensione. E sapete la cosa peggiore qual è? Che mi fa male scriverlo, perché il libro è di Eric-Emmanèl Schmitt. Oddio non sto dicendo che è una brutta storia, è bellissima, ma il problema è che è uno di quei racconti che nascono per tintillarti i sentimenti e che, una volta lontani dal tempo della lettura, hanno necessità di essere riletti per riaccendere completamente la scintilla e, per uno come Schmitt che so che ci sa fare, mi riesce difficile rassegnarmi a qualcosa che si può perdere nel giro di qualche mese, specie se il lettore legge abitualmente. Ha sicuramente le caratteristiche schmittiane per eccellenza, che ho scoperto che ultimamente ha anche in qualche caso messo da parte, tipo quello di inserire la sua storia fra due quinte. Nella piazza di Bruxelles, ne “La giostra del piacere”, era il limitare delle facciate delle case che davano su una piazza circolare e anche qui le quinte si fermano alle facciate dei caseggiati che delimitano la strada dove, per la maggior parte, si svolge questa storia.

Il nostro protagonista vive a Parigi in un quartiere povero della periferia che affaccia su una strada come tante, popolata di gente di differenti provenienze culturali ma che ha una forte componente ebraica. Sua madre è andata via che era piccino lasciandolo solo con il padre che, un bel giorno, perde anche il lavoro. Così Mou non si trova più a far le faccende di casa e a provvedere al padre con il magro stipendio ma anche a dover gestire un uomo in una evidente crisi che un bel giorno sparirà lasciandolo completamente solo. Per sbarcare il lunario, Mou ogni tanto è costretto a rubacchiare e l’unico supermarket vicino casa è quello di Monsieur Ibrahim. Poi un giorno lui pone una domanda all’anziano uomo, il giorno dopo lo fa l’altro e piano piano si costruisce un nuovo rapporto. Ibrahim è un uomo anziano e solo e comprende bene la solitudine di Mou conquistandolo passo passo e dandogli man mano tutto quello di cui ha bisogno. Questa è la storia della bella amicizia fra un adulto e un bambino e di un sogno che realizza due desideri.

A parte la tecnica di tenere le due quinte fisse, per concentrare la trama in uno spazio definito anche se appena accennato – parliamo di un racconto e non di un romanzo e quindi non c’è spazio per grandi descrizioni-, altre caratteristiche che saltano all’occhio sono per lo più tecniche. I personaggi di Schmitt volutamente sono restii a parlare di loro stessi, anche fra loro, e quindi non c’è un’effettiva spiegazione di quello che succede, rimane tutto estremamente aleatorio e anche le situazioni che si susseguono, che sembrano essere debita conseguenza di un’amicizia che nasce, poi vengono messe in ombra dal destino, che sembra già scritto da tempo, di uno dei due protagonisti. Quindi, nonostante l’autore sia bene attento a dare peso e visibilità ai fattori che devono far parte del progetto per il quale nascono questi racconti, quello di raccontare storie di integrazione e di confronto fra etnie diverse, potrebbero dar adito ad altre interpretazioni.

Perché sono rimasta male? E’ una cosa con cui mi scontro da tempo e che io chiamo “effetto Saviano” e che si può spiegare così: “l’effetto Saviano” è quando tu riesci a scrivere qualcosa che genera i sentimenti forti che, a loro volta, generano differenti forme di empatia che però, se non sai gestire e dosare, alla fine fanno si che, chi li ha provati empaticamente, ricordi con affetto o disgusto il tuo libro e null’altro, e generalmente non ricorda nemmeno cosa specificatamente abbia generato questo suo sentimento. Avviene con Gomorra e avviene anche qui. Bella storia, ti commuovi anche alla fine, vivi lo smarrimento di Mou rimasto da solo, il sorriso benevolo di Ibrahim che vede crescere questo ragazzino e li senti anche parlottare fra loro. L’empatia per la coppia è impossibile non averla, perché i due protagonisti vivono una vita ai margini  ma, nella loro solitudine, non solo si sono ritrovati ma anche riconosciuti al di là delle barriere che avevano innalzato contro il mondo. Per contro, la storia decisamente semplice e lineare, è troppo minimalista nella sua forma perché questa “forma di empatia” possa essere supportata da ricordi vividi e quindi chiudi il libro con nostalgia ma, già dopo aver letto un paio di altri libri, la storia e l’emozione ti sembrano un po’ appannate. Mi si potrebbe dire che però il tema dell’integrazione è trattato, sì in effetti, ma che senso ha generare un racconto e un’emozione se poi svanisce?

Ho provato a dare forma a questa recensione in altri termini, ma non sarei onesta con me stessa e con voi e quindi lo dico, racconto bello ma solo un racconto. Spero che quelli successivi siano meglio. Recentemente, e ve ne parlerò più in là, ho letto il libro uscito forse un anno fa che si chiama “Veleno d’amore” e mi ha dato molto di più. Alcune caratteristiche di Schmitt si perdono e altre si introducono, ma ne parleremo nella relativa recensione. Per ora, buon fine settimana!

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano
Eric-Emmanuèl  Schmitt
Edizioni E/O, ed. 2003
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Collana “Dal mondo”
Prezzo 9,00€


Fonte: LettureSconclusionate


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