"America", Charles Dickens – Il lato divertente di Dickens…

LettureSconsclusionate



Un ricordo di questo libro? Lande di alberi caduti, morti, in decomposizione e quindi putrefatti. Libro noioso? Affatto! Libro spassosissimo, principalmente perché, a raccontare l’America della prima metà dell’ottocento, è un viaggiatore d’eccezione come Dickens ,abituato a “viaggiare comodo” grazie allo status di “maestro” guadagnato in patria, e che, seppure lo vede riconosciuto oltremare, è costretto a viaggiare come tutti gli altri, eccetto gli schiavi, in condizioni meno eccezionali di quanto si sarebbe aspettato. Quindi da un lato c’è il sincero interesse di scoprire cosa la democrazia e la repubblica possano creare e dall’altro il, quantomai, sentito stupore per certe “abitudini” a volte malsane di vivere di persone che stanno ponendo le radici di una nuova nazione. In mezzo a tutto questo, a far da separatore fra uno spostamento e l’altro, tanti alberi abbattuti, a volte dall’uomo altre dalla natura, destinati al fuoco o a costruire le case oppure a disintegrarsi e tornare polvere, grazie all’azione della natura.

Nel 1941 Dickens prende una decisione: andrà finalmente a visitare l’America, non appena avrà finito di pubblicare il suo romanzo a puntate (Barnaby Rudge ossia il morto che cammina) e dopo essersi ripreso da un piccolo periodo di malattia. Vuole vedere se davvero una nazione che nasce sui principi di uguaglianza e democrazia e che incoraggia l’iniziativa individuale è davvero così rozza come alcuni concittadini, partiti senza far fortuna raccontano. In Europa, in fondo, arrivano praticamente solo resoconti negativi. Così, il tre gennaio del 1842 è sul piroscafo che lo porterà a Boston da cui inizierà il suo grande viaggio di esplorazione che durerà sei mesi e che lo porterà anche a sconfinare in Canada. Quando rientrerà in patria, Dickens scriverà questo libro nel quale si toglierà anche qualche sassolino dalla scarpa riguardo alcune professioni della società americana, mai in maniera diretta ma con un certo stile, e al contempo cercherà di essere obiettivo nel raccontare quello a cui la società inglese dovrebbe guardare con interesse e quello che invece non va. Fatta eccezione per New York…

Dicevamo gli alberi ma c’è anche altro che ci fa capire che è Dickens a scrivere e non un altro. C’è l’interesse puntuale verso gli ultimi: i sordomuti, i carcerati, i poveri, gli anziani e i malati. In ogni luogo dove è stato, tranne gli ultimi (dal Cincinnati al Canada fino a tornare a New York per rientrare in Inghilterra) che ha visto un po’ in velocità. Per la maggior parte è un diario di viaggio effettivo, visto che , per buona metà del libro parla forse più dei postali e dei panorami che vede dai postali, le carrozze o i treni. E sono paesaggi brulli, che sembrano in buona parte abbandonati e vasti. L’America, nonostante le sue concentrazioni cittadine è vasta e allora più di oggi è facile individuare dove gli uomini sono stati e dove invece non sono passati. Ed è una desolazione interessante per uno che invece viene da un’isola dove l’abbandono è quasi cosa impossibile e quindi all’occhio inglese, non trovare la stessa passione per i giardini, o il selciato fatto o veder scorrazzare maiali per le strade suona decisamente ben strano. L’uomo strappa terre alla natura che comunque non demorde ricordandogli che dove passa lascia il degrado.

E se anche Dickens, all’inizio del suo resoconto, ci tiene a dire ai suoi lettori che non riporterà storie personali perché il suo è un viaggio alla scoperta di una nazione, non riesce a non soffermarsi a raccontare le storie che a suo parare sono fonte d’ispirazione. La ragazzina diventata sordomuta da piccola, i ragazzi del riformatorio, i carcerati, gli anziani e gli ospedali, non sono solo in molte città fonte di stupore ma anche di analisi e confronti. Se la società di inglese pullula di benefattori che, per guadagnarsi un posto nell’aldilà donano soldi e fondano associazioni di carità, la società americana – o meglio buona parte di essa – li sa utilizzare meglio e farli fruttare. E’ una delle cose che lo colpisce di più, la democrazia ha sicuramente le sue pecche come ad esempio il parlar di soldi e il rivolgersi a gli altri con il cipiglio di uno che deve per forza fare un affare o anche l’usare termini che in Inghilterra hanno delle accezioni ben definite per altro o anche la convivialità naturale che li porta a rivolgersi a chiunque come fosse un suo pari; ma ci sono sicuramente cose che vanno migliorate o cambiate e quella che, suo malgrado, lo colpisce di più è la “libertà”.

Dal saggio di viaggio viene fuori proprio questo, qui e lì: la libertà è un’arma a doppio taglio perchè se da un lato ci permette di fare cose grandi e di pensare in grande dall’altro, in particolare per i fannulloni e i pochi di buono, è il modo più semplice per indulgere nei propri loschi affari senza essere mai fuorilegge. In particolare è diretto ai “fannulloni” editori e giornalisti newyorkesi che gli fanno una spietata guerra temendo che sia venuto a riscuotere i soldi dei suoi romanzi pubblicati, anzi copiati, dalle riviste inglesi. La guerra a suon di articoli fasulli e malevoli è così di bassa lega e inaspettata che la diversa vita che vive tra Boston e  New York si nota anche senza indicazioni di Slater che firma la corposa indicazione che ci permette di inquadrare il periodo e ci racconta quel che è solo accennato nelle pagine del resoconto dickensiano.

In tutto questo c’è da dire che la parte più pregevole di tutto il libro è proprio Dickens, curioso, divertente e divertito, acuto osservatore quando serve e ironico quanto basta in altri frangenti, si mostra al suo pubblico in una veste decisamente più umana e sicuramente più interessante e piacevole anche per il lettore moderno. E’ interessante sapere che lo scrittore che ha regalato ai lettori capolavori come “David Copperfield” e “Grandi speranze” non vive la denuncia sociale e la vita grama dei poveri ma è anche in grado di scherzare, e vi assicuro che vi troverete a riderci su anche voi come ho fatto io, ma anche di adattarsi di buon grado osservando quel che lo circonda con l’ironia di colui che sa perfettamente che “non può durare per sempre” come avviene in alcuni postali dove la vita di bordo è al limite di ogni buona volontà. E’ stato davvero divertente viaggiare con lui anche grazie al cambio di registro narrativo, a Boston era un cronista, a New York ti parla direttamente tra i vicoli poveri della città, in Canada ti esorta a sbrigarti e a Cincinnati ti indica i fiori che adornano la città. Quando chiudi il libro è un po’ come lasciare un nuovo amico con il quale si è andati in vacanza, con la solita promessa di sentirsi, magai per lettera per coltivare un’amicizia – come le cronache ci raccontano – sincera e per tutta la vita.

Non posso dirvi che non mi sia piaciuto, l’ho proprio adorato e, come dicevo nel [Dal libro che sto leggendo] lo consiglio caldamente soprattutto a coloro che hanno abbandonato Dickens per le sue continue divagazioni o che non lo hanno mai apprezzato per questi “tomi” – vi do ragione! – che ci ha lasciato. E’ sicuramente un modo diverso per conoscere un autore, ma difficilmente ne uscirete annoiati, non temo smentita! E questo era il #classicodelmese di Settembre, vedremo che ci riserva Ottobre!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

p.s.: dopo una lunga sono riuscita a ritornare a scrivere recensioni, oggi vado a festeggiare!


America
Charles Dickens
Feltrinelli editore, ed. 1996
Traduzione Maria Buitoni, Gianfranco Corsini, Gianni Miniati
Collana “Universale Economica Feltrinelli”
Prezzo 9,00€


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