"Il petalo cremisi e il bianco", Michel Faber – Il fastidio…

Fonte: LettureSconclusionate


Quest’anno va un po’ così, ci sono periodi che una alla fine riesce a fare tutto e periodi che invece no, per quanto ti impegni, ventiquattro ore non bastano. Ecco, è del secondo genere il periodo che sto attraversando con l’aggravante che, ogni volta che scrivo di un libro, non mi piace l’insieme di quello che vi racconto e questo limita le recensioni che sto pubblicando nell’ultimo periodo. Per cui oggi, accantoniamo un secondo i libri belli che ho letto e che ancora devo recensire, parliamo invece di una sonora delusione. Vent’anni di ricerche andate in fumo in una trama poco consistente e una mancata attenzione alle ripetizioni, ma povero editor noi lo perdoniamo perché quasi mille pagine sono una vera impresa, sono parte integrante di un libro che mi ha accompagnato per un paio di settimane di gara. Sarebbe stato davvero interessante riuscire a collimare questa ricerca raffinata e puntuale con un modo di costruire le trame, a cui evidentemente averebbe voluto tendere, di un autore che, nel 1875, ancora era famoso e che nomina almeno un paio di volte anche Faber: Wilkie Collins.

Ma di che parla questo libro? Cominciamo con il cancellare totalmente quello che vi ho detto nel Diario di Settembre: non è la storia della scalata sociale di Sugar prostituta dei bassifondi di una Lontra di fine ottocento, bensì la storia della famiglia Rackam. La vicenda inizia quando l’anziano padre deve trovare un erede, a cui affidare la sua ditta che produce prodotti di bellezza, tra i due figli di cui il primo, Henry, ha deciso di darsi alla vita religiosa e il piccolo, William, sembra invece un grande scapestrato. William vuole fare lo scrittore e invece si ritrova praticamente sul lastrico perché suo padre, per convincerlo a rinsavire, decide di tagliargli il mantenimento e ha una moglie completamente svanita, pazza per il dottore di famiglia, che alterna giornate buone a quelle cattive ma, in sostanza, vive come fosse una ragazzina senza responsabilità di alcun genere. Poi, all’ennesima difficoltà, William un giorno decide di trovare conforto nelle braccia di una donna e, dopo alterne vicende, arriva fra le braccia della strana e seducente Sugar, donna alta e filiforme che lo conquista con attenzioni, diverse da quelle che si aspettava da una prostituta, e che non sperava più di ricevere.

Sugar pertanto è una coprimaria, che ogni tanto sparisce per interi capitoli, che però molto spesso riveste ruoli secondari  e di risolutore nelle situazioni in cui la storia si arenerebbe. William la vuole, ma ci vogliono i soldi per mantenerla, e decide di fare quello che il padre gli chiede: crescere e prendere in mano le redini del patrimonio familiare. Ma cos’è che non va in questa storia? E’ che la storia non va molto più avanti, quasi mille pagine di situazioni svolgono una trama povera che trascura le descrizioni più accattivanti, appiattendosi nel seguire lunghe descrizioni di attività giornaliere o di vita mondana o cittadina che, sono belle se dette una volta, ripetute più volte diventano ridondanti. La merda (lo dice lui) di cani, cavalli, il fango, il putridume, il piscio da catini svuotati dai piani alti delle case nelle strade di Londra ci accompagnano dalla prima all’ultima pagina. Ora, io capisco che vuoi farmelo sapere Faber e giuro che lo apprezzo ma, se 50 pagine prima mi hai descritto lo stato di quelle strade e ora mi parli di una donna che si accascia in una via secondaria, che senso ha elencare tutte le cose con cui si è macchiata il vestito da sera, lasciando invece poco spazio – mal disposto peraltro – all’incontro di due donne che, proprio in quella situazione, ricoprono un ruolo chiave? Io sarò anche precisetta, ma tu me le servi su un piatto d’argento!

Passiamo più di cento pagine a parlare del dilemma di William sul far contento il padre o no e poi, capitolo successivo e si riparte dicendo “erano quattro mesi che William aveva cominciato a gestire la Rackam”? E dove sono questi quattro mesi? Che ha fatto? Che ha detto? Il mondo dopo aver rischiato di morire di inedia nel trastullo del “lavoro o non lavoro” vuole sapere come ha fatto! E invece no… il tutto viene liquidato nel giro di qualche frase.
Se periodo storico e usanze sono davvero il fiore all’occhiello di questo scrittore, diverso è il trattamento della caratterizzazione dei personaggi. Agnes corrisponde in pieno a quella che è la descrizione e l’atteggiamento della donna rappresentata nel periodo, a Sugar vengono riservati ruoli differenti a volte è decisamente più moderna del suo tempo, in alcuni punti un po’ troppo, in altri assume comportamenti del suo tempo anche se, mettendo i due lati sul piatto di una bilancia, la raffigurazione di questa donna dell’ottocento non gli si addice manco un po’. Stessa cosa dicasi per William, molto poco ottocentesco, decisamente troppo maschilista e poco intelligente. Forse i personaggi meglio centrati sono Agnes e Henry e la piccola che compare ad un certo punto della trama – ma non vi dico chi è perché sono una brutta persona!

Tutto questo calderone di considerazioni si traduce in una trama a tratti con ritmo e in alcuni casi decisamente lenta, che nicchia all’utilizzo di fine ottocento dei mille personaggi-che-ti-perdi-e-quasi-non-ricordi-chi-è-il-protagonista e che non ha centrato il punto principale dei grandi romanzi dell’epoca. C’erano sì tanti personaggi, ma ogni capitolo avrebbe potuto reggere come una puntata singola di un racconto che era un “di cui” di un progetto più grande che alla fine si traduceva in un romanzo. Che, per poter reggere e avere della vitalità, la storia avrebbe dovuto essere costruita a concatenazioni e non con un cipiglio moderno che fa sembrare il tutto molto pesante e che non punta a nulla. In sostanza, se avesse scritto un saggio, sarebbe venuto meglio e non avrebbe dovuto preoccuparsi di far incrociare le vite o caratterizzare i personaggi e, magari, le abluzioni della prostituta che non vuole rimanere incinta dopo il rapporto con il suo cliente sarebbero risultate più interessanti. In una cosa in particolare Faber ha fallito con me: mi ha fatto sentire una puritana.

Io che ho letto davvero di tutto ho trovato veramente fuori luogo il passaggio da descrizioni delle trine e merletti, indossate dalle prostitute, interrotte da frasi tipo “tirò fuori il cazzo”. Ecco, non è che io sia puritana è solo che questi bruschi cambiamenti di registro lo fanno assomigliare a quella narrativa che vorrebbe essere erotica e non riesce manco ad essere un porno. Perché a seguire affermazioni del genere non ci sono frasi dello stesso tono. Deduco che “fastidiare” le persone sia l’obiettivo di tali inserimenti che io, infastidita appunto, ho trovato decisamente volgari e fuori luogo. usate in questo modo.
Io la vedo così, magari a qualcuno è piaciuto e sono curiosa davvero di sapere il perché e il per come… magari scopro punti di vista che ho trascurato. Qualora voleste farmelo sapere sarò felice di leggere le vostre considerazioni. 

Buon fine settimana e buone letture,
Simona Scravaglieri 


Il petalo cremisi e il bianco
Michel Faber
Einaudi Editore, ed. 2010
Traduzione di Elena Dal Pra e Monica Pareschi
Collana “Super ET”
Prezzo 17,00€



Fonte: LettureSconclusionate


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