"Raffles. Caccia al ladro", E. W. Hornung – La storia delle storie…

E.W.Hornburg
Fonte: Raffles the amateur cracksman



Oggi parliamo di un libro di cui vi avevo accennato qualche tempo fa, poco prima che il marasma degli eventi dicembrini mi assorbisse totalmente. “Raffles” il ladro gentiluomo di “Caccia al ladro” è un po’ un antesignano di “Arsène Lupin” (che, pochi sanno, non nasce come manga con il quale è diventato famoso, ma dalla talentuosa mano di Maurice Leblanc). A Raffles sono preceduti altri ladri gentiluomini famosi tra cui il primo, di mia memoria, è “Robin Hood” che devo dire che non mi è mai stato un granché simpatico. 

Perché tutti questi riferimenti? Perché, nel tempo, la figura del “ladro gentiluomo” si è evoluta e se con Robin Hood era rappresentata da “quello che rubava i ricchi per dare ai poveri” nell’età vittoriana, quando vengono scritti questi racconti, il ladro “gentiluomo” lo è per istruzione ed estrazione sociale, per modi di porsi e soprattutto per non scendere mai a compromessi con il proprio patriottismo. In questo A. J. Raffles, e la serie di avventure narrate in “Caccia al ladro”, sono decisamente esemplari del personaggio vittoriano per eccellenza.

La serie fu iniziata nel 1898 in un periodo molto particolare della vita  di Hornung. La madre era morta da poco; il padre lo aveva perso dodici anni prima e da allora, Hornung, aveva dovuto cominciare a lavorare come giornalista e, nonostante la prosa di Raffles sia fresca e in alcuni punti estremamente ironica, poco prima l’autore aveva scritto un pezzo molto serio e particolare che analizzava il sistema di detenzione australiano e la strana “fascinazione” che la vita di alcuni detenuti esercitava sul pubblico. Successivamente alla morte della madre, Hornung e la moglie scendono in Italia dove soggiorneranno sei mesi rimanendo indovinate un po’? A Posillipo! (E.W.Hornung Biography Wikipedia.eng
Ecco qui i riferimenti da cui presumibilmente nasce Raffles; ce ne sono molti altri, tipo che Raffles impersonasse un detenuto in particolare o che si ispirasse ad Oscar Wilde e ad una donna che conosceva, ma quelli che vi ho elencato sembrano i più certi e decisivi.
Raffles, in uomo estremamente acculturato, posato e di buone maniere, intelligente e osservatore come lo è Sherlock, il personaggio più famoso del cognato Arthur Conan Doyle, e che come lui ha un secondo Bunny ,incaricato naturalmente di narrare le vicende per i posteri. In più, rispetto probabilmente all’eroe di A. C. Doyle, c’è la necessità di dare un segno visibile dell’aderenza dei racconti alla “Storia” ufficiale, in modo che il lettore potesse avere i riferimenti per ricordare fatti e avvenimenti successi in quel periodo come, ad esempio, il giubileo di diamante della regina.

In questo volume in particolare, che è il secondo della serie pubblicata da CasaSirio ma in effetti sarebbe il terzo volume della serie intitolato come “Mr. Maturin and Ham Common“, il periodo degli avvenimenti va dal 1896 al 1900 e, mancano probabilmente rispetto all’originale due racconti che sono “The last world” e “Bunny and Teddy Gardland meet up again“. L’ultimo, se ho ben capito è un racconto ambientato nel 1907 – Bunny dichiara di essere sulla quarantina mentre in uno dei capitoli iniziali dei libri precedenti, “Una vecchia fiamma”, aveva dichiarato di avere trent’anni (The annotated A.J.Raffles)-. Tuttavia è importante notare che questa è forse la prima volta che la serie di Raffles viene pubblicata in Italia nella versione originale. Nelle ricerche che ho fatto, la serie di racconti di Hornung è stata pubblicata in raccolte e/o singoli racconti in versione modificata rispetto all’originale da Salani, Mondadori e altre due case editrici (Genova Libri) probabilmente per una questione di adattamento ai gusti letterari del periodo. 

Il libro si apre con il racconto di una passeggiata decisamente particolare di Bunny che ha ricevuto un telegramma da un parente non ben definito, ma di cui tiene a descrivere il trattamento ricevuto a seguito della sua precedente incarcerazione e successiva liberazione dopo aver scontato gli anni di condanna. Il parente lo invita ad andare presso una casa ad Albany e a sottoporsi ad un colloquio per il quale sembra avere le caratteristiche giuste. Potrà sicuramente trovare così un impiego onorabile che gli garantisca la giusta entrata e, per il pensiero di Bunny, che gli permetta di trovare l’ispirazione per poter scrivere. Una volta arrivato, viene indirizzato nella stanza del malato australiano e ricco di cui si cerca un “assistente sostituto infermiere” che possa far da compagno allo scorbutico e capriccioso malato che, fino ad oggi, non è riuscito a trovare nessuno di suo gradimento. 
È importante notare che questo storico incontro non si svolge con un Raffles camuffato per l’occasione, il nostro ladro sornione e irriverente, ha un solo particolare che lo distingue da quell’uomo di cui si ricordava Bunny: si è totalmente incanutito. È questo aspetto che, di racconto in racconto, lo rende saggio nel gestire i rapporti con una vecchia fiamma, che lo cela al mondo che lo ritiene morto, visto che è portato in giro – per volere del medico e delle apparenze di malato- in carrozzina rendendolo “invisibile” persino al guardiano della coppa fatta per il giubileo della regina, e che rende possibile l’inserimento anche di una storia di oltremare, che rispecchia in parte la letteratura partenopea, con l’epica della della donna innamorata e divisa fra due uomini e dello spettro della prima camorra, quella raccontata da Monnier nel suo saggio storico “La camorra” pubblicato più volte a partire dalla metà dell’ottocento e di cui la versione più diffusa è quella del 1865. In questi due racconti “La sorte di Faustina” e “Chi ride per ultimo“, la figura del ladro gentiluomo si mischia con lo scugnizzo napoletano e diventa “un po’ più italiano” e in alcuni punti anche decisamente più moderno nelle descrizioni di quanto non sia negli altri racconti.

Nel “Dal libro che sto leggendo“, vi avevo detto che l’occhio mi si era sbarrato alla vista di termini che riconoscevo e che mai mi sarei aspettata di trovare in un libro marcatamente vittoriano, e che peraltro sembrava fare il verso alla serie di Arthur Conan Doyle, ed è una cosa normale per me che, agli inizi di questo blog facevo la distinzione fra ciò che era un “romanzo di camorra” e ciò che invece era un romanzo e basta. In quelle occasioni avevo sempre detto che, nel conoscere tanti scrittori e giornalisti nonché esponenti della cultura partenopea, avevo dedotto che il “citare la camorra” non era indicativo di un “romanzo denuncia” ma solo che la camorra fa parte della quotidianità come il bosco che ho ora davanti casa. Se io non descrivessi Rocca di Papa con il suo bosco e non dicessi che è una collina-quasi-montagna nessun’altra caratteristica la distinguerebbe da, che ne so, da Merate ridente paesino della Brianza in cui ho vissuto quattro anni della mia vita!
Ciò non toglie che la prosa di questi due racconti muta e diventa meno ironica e si lascia contaminare dal “pathos” tipico partenopeo e specie nel finale de “La sorte di Faustina” sembra di assistere alla classica tragedia d’amore e d’onore. Ed è altrettanto naturale che il finale di “Chi ride per ultimo” sia altrettanto eclatante e che il ladro gentiluomo si glori, questo lo farebbe sembrare meno gentiluomo ad un occhio meno attento, della sorte dei suoi inseguitori. Lo spirito della vendetta rispecchia quello tutto italiano di “lavare l’onta” che, può sembrare strano, ha poco a che vedere con il “duello per difendere l’onore” o per vendicare un torto. Non c’è rivalsa o superiorità c’è solo quel senso di giustizia, chiamiamola divina, che punisce i cattivi veri.

Tra le caratteristiche, l’altra che spicca più delle altre è questa voglia di Raffles ora di nascondersi e ora di veder riconosciuto il proprio lavoro. Secondo una visione più moderna, il ladro non dovrebbe ambire ad essere riconosciuto come tale, perchè questo metterebbe a repentaglio la sua libertà. In Raffles, invece, queste due anime convivono e sono inscindibili. A questo particolare si può associare un riferimento di gusto spiccatamente vittoriano. In effetti Raffles non fa “il verso a Sherlock”, come avviene per le geniali e tortuose deduzioni o le osservazioni svelate a valle dello svolgimento delle situazioni che si susseguono, ma sono decisamente caratteristiche imprescindibili del personaggio, del “ladro gentiluomo” del periodo, individuato come un uomo di nobili origini, istruito e che non necessita di questo per vivere ma che lo vive come un hobby. In questo senso, il riconoscimento è la parte fondamentale per un uomo che ambisce a creare arte nella maniera più raffinata ed eclatante di un passatempo. È per questo che il personaggio di Hornung appare forse più leggero, decisamente più simpatico e perché molto spesso nella sua umanità fin troppo realistica, in alcune pagine sembra anche un po’ troppo semplice da comprendere. Ma, attenzione, ricordate questo particolare: qui non siamo nel classico giallo in cui “il bene” combatte “il male”. Qui, il male e il bene sono decisamente sorpassati; in questo caso ci troviamo dalla parte del ladro che, nell’accezione alla Robin Hood, non è nemmeno tanto gentiluomo perché non ruba per dare ad altri che a se stesso, ma che pretende che il vero senso dell’arte del furto sia togliere ai ricchi senza spargimenti di paure e di sangue. Il “far sparire” come una sorta di illusionista da circo, il rendere nascosto ciò che è manifesto sono le leve che muovono Raffles e sulle quali pretende, giustamente, il suo riconoscimento.

A questo, in ultimo, mi preme segnalare un altro particolare del tutto anomalo per “i ladri” della storia ed è questo evidente patriottismo che spinge il ladro a diventar parte di una legione. La necessità impellente di dare il suo contributo alla causa del regno è un particolare che lo rende unico nel suo genere e che lo renderà sicuramente più amabile, al pubblico inglese che, sul finir dell’ottocento si ritrova a fare il tifo per lui.
Io non conoscevo affatto questo personaggio e sinceramente avevo il primo libro della serie, comprato sulla scia dell’entusiasmo de “La leggivendola” e che non avevo avuto il tempo materiale di leggere – lo so, devo mettermi sotto e cercare di smaltire l’enorme pregresso di libri – e invece grazie a Carla De Felice, di “Una Banda di Cefali” e all’ufficio stampa di CasaSirio mi sono fatta coinvolgere nel BlogTour relativo a questo libro di cui pubblico con enorme ritardo anche la recensione “storica”, magari più pallosa di quelle che mi hanno preceduto, ma con l’intento di aiutare ad ambientarsi anche chi vi si avvicina come me per la prima volta. La prosa di questo libro è straordinariamente scorrevole, diventa lenta solo la necessità la imponga e in particolare nei racconti, chiamiamoli così, “partenopei” ma perché la scrittura si adegua con un mondo completamente avulso da quello inglese. Le battute si susseguono e il contrato fra Raffles e Bunny rende tutto più piacevole e da l’occasione a Raffles di spiegare ciò che non è stato anticipato o che è sfuggito al lettore.

Un libro sicuramente da leggere e in cui curiosare per vedere anche come l’Italia alla fine dell’ottocento veniva rappresentata oltre confine.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Raffles
Caccia al ladro
E. W. Hornung
CasaSirio Editore, ed. 2016
Traduzione a cura di Chiara Bonsignore
Collana “Morti&Stramorti”
Prezzo 15,00€


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