"Follia", Patrick McGrath – Chi fa fatica a lasciar andare…



Auguri! Certo, ve li potevo fare mercoledì, peccato che il 3 un bel fulmine ha distrutto gli apparati di prima necessità di casa ovvero il router, il mio adorato pc, la caffettiera della Nespresso e un apparato di minima necessità che è la TV. Quindi dopo il primo minuto di panico ho dovuto cercare di correre ai ripari. Comunque, dicevamo, auguri! 
Guardando lo scaffale dei libri che devono essere recensiti, si trova un po’ di tutto e, oggi, ripartiamo da “Follia” di Patrick McGrath. Libro che davvero fino alle ultime pagine sembrava un capolavoro e che all’ultimo però perde un po’ di smalto a causa di un allungamento sul finale che non serviva affatto. Potrebbe essere voluto oppure inconsapevole ma comunque non mi sembra un espediente così necessario visto che, nell’insieme, sembra proprio quello che è ovvero una diluizione del momento “clou” del romanzo. Ma entriamo nel dettaglio e vediamo di cosa si parla.


Siamo alle soglie degli anni sessanta del ‘900 e in un manicomio criminale della provincia inglese e da Londra arriva un medico che dovrà ricoprire il ruolo di vicedirettore. Chi ce lo racconta è un anziano medico dello staff, che era presente e in servizio in quel periodo, che ha l’occasione di osservare i fatti in prima persona. Il Dott. Raphael, dicevamo, arriva insieme a moglie e figlio ed è proprio Stella, la moglie, ad essere una delle protagoniste di questa vicenda narrata in maniera decisamente insolita. La storia, infatti, è un misto fra un resoconto di atti delle sedute che il narratore ha fatto con Stella, con il marito e con il terzo protagonista, Edgar Stark, scultore assassino completamente folle che era già ricoverato all’arrivo dei coniugi Raphael. 
Nel giardino della casa assegnata al vicedirettore c’è una serra che deve essere restaurata ed Edgar, che sembra in parte essere migliorato grazie alle terapie fatte, viene assegnato alla sua riparazione; è qui che Stella avrà modo di conoscerlo ed è anche qui che nascerà quel misto di amore-ossessione-opportunità che porterà Stella ed Edgar alla finale rovina. La storia qui narrata, racconta la nascita di questo amore malato che si porterà via quattro vite; una tragedia in piena regola che diventa però un quadro tratteggiato, come nella migliore tradizione inglese, in maniera chiara, delineando i particolari con una precisione decisamente ossessiva, che aiuta i lettori per entrare nel mondo oscuro delle malattie mentali dalla loro genesi fino alle conseguenze.

Questo è l’ambiente in cui ci muoviamo e in questa ricostruzione McGrath è un po’ come William Turner che, pure nelle scene più affollate, non tralascia un particolare perché, in fondo, è l’insieme dei particolari compongono l’immagine che si vuole raccontare. Questo è lo stesso interesse, che alla fine diventa ossessione maniacale, di Edgar: restituire l’immagine della realtà attraverso la composizione dei particolari reali, non filtrati dalle percezioni personali. Ed è poi la stessa cosa che fa il medico che fa questo resoconto, è l’approccio dello psicologo, che cerca di sviscerare insieme al paziente la radice delle sue ossessioni o fobie e via dicendo. Ed è anche il modo in cui viene affrontato questo viaggio che, detta come l’ho descritta sin’ora, potrebbe sembrare lugubre e oscuro e invece non lo è, almeno non totalmente. Potremmo dire che il tempo e la luce seguono le situazioni che si svolgono, partendo da interni ed esterni irrorati di luce e fino ad arrivare ad ambienti freddi con una luce a forte componente blu e via dicendo. L’ambiente anche cambia in funzione della storia e c’è un momento in cui il senso di chiusura e di profonda solitudine che solitamente si racconta come l’inizio della discesa agli inferi della malattia, assume una veste decisamente tangibile. Si percepisce infatti la difficoltà a rapportarsi con il mondo, quella anche di comunicare e anche di chiedere aiuto, quasi si vede quella nuvola nera che avvolge coloro che sono affetti da depressione che non permette loro nemmeno di spiegare quello che hanno. Tempo, luogo, e situazioni, quindi, viaggiano di pari passo fino all’ultimo.

La storia ha un suo ritmo decisamente brillante, scorre bene e le situazioni si infilano l’una nell’altra senza soluzione di continuità e tenendo conto di quello che avviene in luoghi diversi e non ci sono momenti un cui sostanzialmente la storia ristagna se non nelle ultime pagine. Il tutto è aiutato dalle particolari descrizioni dei personaggi, facendo ricorso alle pratiche di analisi: smarcata la prima descrizione sommaria delle caratteristiche fisiche, i protagonisti cominciano a diventare più nitidi attraverso le loro emozioni dichiarate nelle varie sedute. Attraverso questi resoconti, anche le vicende si arricchiscono, diventano più personali ma anche decisamente tangibili. In questo McGarth è decisamente bravo fino al punto in cui, nel momento cardine di tutta la vicenda, fatica a lasciare andare la storia e allunga il suo naturale termine. E’ l’unica nota stonata di tutto l’insieme e il finale perde di smalto perché il lettore capisce praticamente subito quello che sta per succedere e vive quegli istanti, che non sono permeati di alcuna emozione, come un’inutile lungaggine e una descrizione che nulla aggiunge all’insieme del dramma che si sta vivendo.

A mente fredda, visto che l’ho letto da un po’, potrei dire che, nell’espediente letterario di cui si serve, non è l’autore ad aver avuto questa necessità di tenere ancora per qualche pagina la storia e i suoi protagonisti ma è il narratore che, anch’esso in parte coinvolto nella vicenda, non riesce ad accettare che sia finita così. Però rimane comunque “stonato” questo effetto che si contrappone invece all’armonia che accompagna le altre pagine e che, in questo caso, non mi aspettavo di trovare. Pensavo che fosse una storia troppo cupa e pesante e invece si è rivelata una lettura piacevole e interessante, che mi ha fatto tornare alla mente un racconto di Donald Barthelme che ha come protagonista un malato mentale. Gli stili sono decisamente diversi, come anche il periodo in cui scrivono i due autori, ma il mondo che ti restituiscono è decisamente tangibile. Sono due esempi di come la letteratura può aiutare a capire malattie che difficilmente riusciremmo a comprendere se non interessati in prima persona perché nella loro natura sono difficili da spiegare anche per chi le vive.  
Quindi  è una lettura da affrontare in tranquillità e con curiosità certi che, l’approccio ad un tema così nero, sarà trattato in maniera decisamente insolita e che gli eventi qui raccontati ci coinvolgeranno naturalmente senza però appesantire la lettura. 

Consigliatissimo pertanto, al netto del neo evidenziato, che sta a voi decidere se lo sia effettivamente oppure no.

Buone letture e ancora buon inizio d’anno,
Simona Scravaglieri

Follia
Patrick McGarth
Adelphi, Ed. 2012
Traduzione a cura di Matteo Codignola
Collana “Gli adelphi”
Prezzo 12,00€




2 thoughts on “"Follia", Patrick McGrath – Chi fa fatica a lasciar andare…

  1. L'ho letto ormai anni fa, e ricordo di esserne rimasta stregata. Personalmente avevo trovato il finale molto azzeccato, e non l'avevo sentito “allungato” rispetto alle effettive necessità della storia, ma ovviamente si tratta di gusti 🙂
    Non conoscevo il racconto di Barthelme, ma me lo segno senz'altro!

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  2. Beh non era allungatissimo, ma stonava proprio perché nell'insieme questa scrittura è molto snella e prima di quelle descrizioni che appesantiscono il tutto. Posso fare qualcosa di più. Il racconto a cui facevo riferimento è “Questo giornale qui” ed è inserito nella raccolta “Atti innaturali, pratiche innominabili” nella collana Minimum Classics; è un libro molto bello che però ha un racconto che ancora oggi non capisco sugli indiani. Quest'ultimo racconto, dice l'introduzione, è oggetto di studio all'università e mi sfugge il motivo… ma prima o poi lo capirò e alla fine riuscirò a recensire anche questo libro 🙂 ❤

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