[Dal libro che sto leggendo…] Fine turno

(lettureSconclusionate)

Avevo forti riserve sulla trilogia di Hodges (ho notato solo nel terzo libro che non è la Trilogia di MR. Mercedes) di King. Il problema è che credo di aver perso l’abitudine, negli scrittori contemporanei, a trovarmi di fronte a gialli e non a thriller. Alla fine del terzo libro invece mi sono trovata a dover ammettere che molte delle mie riserve derivano dal fatto che associando questo autore anche ai suoi lavori horror, mi sono fatta bellamente depistare. 

Ecco, su una cosa, io e King andremo d’accordo e anche no: il suo tirare il freno a mano nei momenti topici. E’ una cosa buona e, probabilmente deriva dal suo approccio all’horror -tipo il classico momento in cui la vittima di fronte a tre porte di cui una ha scritto sopra “non aprire” apre proprio quella di solito è anticipata da un attimo decisamente lungo di suspense, suppongo- e dall’altro questo aspetto mitiga e a volte semplifica un po’ troppo il momento finale di un giallo.

Quello che invece apprezzo di questo libro e anche di quelli precedenti è il fatto che l’architettura montata da King è di fatto intrigante e plausibile anche se, in questo caso, un po’ meno verosimile per alcuni aspetti inspiegabili e anche inspiegati. Ma ci sono state delle svolte che avevano comunque un aspetto decisamente geniale.
E’ stata una bella esperienza che mi ha convinto a comprare un sacco di libri di questo autore dopo aver sbirciato le trame e quindi non sarà l’ultimo King di cui vi parlerò, ma la trilogia è decisamente valida secondo me. Buona sbirciata delle prime pagine!

Buone letture,
Simona Scravaglieri


10 aprile 2009
Martine Stover  

È sempre più buio appena prima dell’alba. Rob Martin si ritrovò in mente questa vecchia perla di saggezza mentre guidava lento l’ambulanza lungo Upper Marlborough Street in direzione della base, la caserma dei pompieri numero 3. Si disse che chiunque avesse tirato fuori una pensata simile in fondo ci aveva preso, perché quel mattino faceva più buio che dentro il culo di una marmotta e l’alba non era lontana.
Il sorgere del sole non sarebbe stato granché nemmeno al suo culmine: una specie di aurora con il doposbronza. La nebbia era fitta e puzzava del vicino Grande Lago, che non era poi così grandioso. Una pioggerella gelida e sottile cadeva tra la foschia, giusto per aggiungere ulteriore divertimento allo spasso. Rob fece scattare i tergicristalli da intermittenti a lenti. Poco oltre, due inconfondibili archi gialli emersero dall’oscurità. 
«Le Poppe Dorate d’America!» urlò Jason Rapsis dal posto del passeggero. Rob aveva lavorato con centinaia di paramedici nei suoi quindici anni da tecnico di emergenza sanitaria, ma Jace Rapsis era il migliore in assoluto: calmo quando non capitava niente, impassibile e concentrato fino allo spasimo quando succedeva di tutto nello stesso istante. «Ci sfameranno! Dio benedica il capitalismo! Fermati, fermati.» 
«Sicuro?» chiese Rob. «Dopo che abbiamo appena avuto una dimostrazione pratica degli effetti di queste porcherie?» 
Erano tornati da una chiamata presso una delle ville pacchiane di Sugar Heights, dove un certo Harvey Galen si era rivolto al 911 lamentando dolori atroci al petto. L’avevano trovato sdraiato sul divano in quello che i ricconi definivano senza dubbio «salone principale», come una balena spiaggiata in pigiama di seta azzurro. La moglie gli ronzava intorno, convinta che avrebbe tirato le cuoia da un momento all’altro. 
«McDonald’s, McDonald’s!» cantilenò Jason, dimenandosi sul sedile. Era sparito il professionista serio e competente che aveva preso i parametri vitali di Galen (con Rob a fianco che reggeva lo zaino per il primo soccorso, completo dell’occorrente per le emergenze respiratorie e dei farmaci per il cuore). Con i capelli biondi sugli occhi, Jason sembrava un quattordicenne troppo cresciuto. «Dai, fermati!» 
Rob si arrese. In fondo non gli dispiaceva l’idea di un McMuffin con la salsiccia e magari uno di quegli hash brown dall’aspetto di lingua di bufalo arrostita. 
C’era una piccola coda di auto alla finestrella per le ordinazioni rapide. Rob sgusciò sul fondo.«E poi il tizio non aveva davvero un infarto», disse Jason. «Si era solo sparato un’overdose di cibo messicano. Sbaglio o ha rifiutato un passaggio per l’ospedale?» 
In effetti, sì. Dopo una serie di rutti poderosi e un colpo di tromba dal fondoschiena che aveva fatto schizzare in cucina la tipica moglie anoressica dell’alta società, Galen si era rizzato a sedere, sostenendo di sentirsi molto meglio e che, no, non aveva bisogno di essere portato al Kiner. Rob e Jason non si erano opposti, una volta ascoltata la tiritera di quello che il tizio si era pappato la sera prima al Tijuana Rose. Il polso era buono e anche se la pressione lasciava a desiderare, probabilmente era la stessa da anni, e comunque al momento era stabile. Il defibrillatore automatico esterno non era mai uscito dallo zaino di tela. 
«Voglio un McMuffin con l’uovo e due hash brown», annunciò Jason. «Un caffè liscio. Anzi, ho cambiato idea, tre hash brown.» 
Rob stava ancora pensando a Galen. «In questo caso si è trattato di un’indigestione, ma presto gli verrà qualcosa di serio. Un infarto fulminante. Quanti erano i battiti al minuto? Trecento? Tre e cinquanta?» 
«Come minimo tre e venti», rispose Jason. «Smettila di cercare di rovinarmi la colazione.» 
Rob indicò con un gesto del braccio gli archi dorati che spuntavano dalla nebbia portata dal lago. «Questo posto e gli altri cessi che trasudano unto rappresentano almeno metà dei problemi del nostro Paese. Sei parte del personale medico e lo sai di sicuro. Che cos’hai appena ordinato? Novecento calorie sull’unghia, amico. Aggiungi una salsiccia ai tuoi McMaffanculo e ti avvicinerai alle mille e tre.» 
«E tu che prendi, Dottor Salutista?» 
«Un McMuffin con uovo e salsiccia. Forse due.» 
Jason gli sferrò una pacca sulle spalle. «Così mi piaci!» La fila avanzò. A due auto dalla finestrella, la ricetrasmittente sotto il computer di bordo cominciò a gracchiare. Di solito gli operatori erano freddi, calmi e pacati, ma quello sembrava un deejay da strapazzo dopo troppe Red Bull. «A tutte le ambulanze e autopompe, abbiamo un grave incidente con un alto numero di feriti! Ripeto, un grave incidente con un alto numero di feriti! Questa è una chiamata di massima priorità per tutte le ambulanze e autopompe!» 
Rob e Jason si scambiarono un’occhiata. Un disastro aereo, ferroviario, un’esplosione, un attentato. Doveva essere una di quelle quattro possibilità. 
«Il punto esatto è il City Center su Marlborough Street. Ripeto, il City Center su Marlborough. Confermo che si tratta di un grave incidente con probabile perdita di molte vite umane. Usate la necessaria cautela.» 
Rob Martin provò un nodo allo stomaco. Non ti suggerivano mai di essere prudente in caso di una sciagura aerea o un’esplosione di gas. Restava l’eventualità dell’attentato, che magari era ancora in corso.
L’operatore riattaccò con la solita solfa. Jason accese lampeggianti e sirena mentre Rob curvò bruscamente, riportando la Freightliner sulla strada che costeggiava il fast food e sfiorando il paraurti della macchina davanti. Erano a nove isolati scarsi dal City Center, ma se Al-Qaeda ci stava dando dentro con i kalashnikov, per rispondere al fuoco avrebbero potuto contare solo sul fidato defibrillatore esterno.  Jason afferrò il microfono. «Ricevuto, centrale, qui è la 23 della caserma 3, arrivo previsto sul posto tra circa sei minuti.» 
Altre sirene stavano ululando in varie zone della città, ma a giudicare dal rumore, secondo Rob la loro ambulanza era la più vicina alla meta. Un bagliore metallico aveva iniziato a insinuarsi nell’aria e, mentre si allontanavano dal McDonald’s imboccando Upper Marlborough, dalla foschia grigia si materializzò un’auto dello stesso colore, una grande berlina con il cofano ammaccato e la mascherina del radiatore divorata dalla ruggine. Per un attimo gli abbaglianti ad alta luminosità puntarono dritti contro di loro. Rob azionò le doppie trombe pneumatiche e sterzò di scatto. La macchina (forse una Mercedes, ma non poteva esserne certo) tornò con un guizzo sulla propria corsia, finché non rimase solo il fioco baluginare delle luci posteriori nella nebbia.
«Gesù, per un pelo», commentò Jason. «Non sei riuscito a leggere la targa, vero?» 
«No.» Il cuore gli batteva così forte che Rob se lo sentiva pulsare su entrambi i lati del collo. «Ero impegnato a salvarci la pelle. Ascolta, come fa a esserci un alto numero di feriti al City Center? Dovrebbe essere chiuso. Persino Dio è ancora a nanna.» 
«Si sarà schiantato un autobus?» 
«Ritenta e sarai più fortunato. I mezzi pubblici entrano in servizio alle sei.»
Sirene. Sirene ovunque, che cominciavano a convergere come segnali su uno schermo radar. Una volante li superò sfrecciando, ma a quanto ne sapeva Rob, erano ancora in testa ai camion dei pompieri e alle altre ambulanze. 
Il che ci dà l’occasione di essere i primi a venire colpiti o fatti saltare in aria da un arabo pazzo mentre grida Allahu akbar, pensò. Che bellezza. 
Però il lavoro era comunque lavoro, e così saettò su per il viale ripido che conduceva agli uffici amministrativi centrali e a quella schifezza di auditorium dove aveva sempre votato prima di traslocare in periferia. 
«Frena!» gli urlò Jason. «Cazzo, Robbie, FRENA!» 
Frotte di persone stavano precipitandosi nella loro direzione, alcune correndo quasi fuori controllo per colpa della forte pendenza. Un paio gridavano. Un tizio cadde, rotolò, si rimise in piedi e riprese a muoversi come un lampo con i lembi strappati della camicia a sventolare sotto la giacca. Rob scorse una donna con i collant smagliati, gli stinchi sanguinanti e un’unica scarpa. Effettuò una frenata d’emergenza, e il muso dell’ambulanza si abbassò di colpo, facendo volare l’equipaggiamento non fissato con cura. Farmaci, flaconi per flebo e confezioni di aghi dentro un armadietto aperto (una violazione delle norme) diventarono proiettili. La barella che non avevano usato per Galen si staccò dalla paratia interna. Uno stetoscopio superò l’apertura di mezzo, urtò il parabrezza e cascò sulla plancia centrale.
«Avanti piano», si raccomandò Jason. «Avanti piano, d’accordo? Non peggioriamo la situazione.»
Rob sfiorò l’acceleratore e proseguì a passo d’uomo lungo il pendio. Le persone continuavano a scendere, forse a centinaia, alcune sanguinanti, parecchie senza ferite visibili, tutte terrorizzate. Jason abbassò il finestrino del passeggero e si sporse fuori. 
«Che cosa succede? Qualcuno mi dica che cosa succede!» 
Un tizio si bloccò con la faccia paonazza e il fiato corto. «È stata un’auto. Si è scagliata contro la folla come una falciatrice. Quel pazzo maledetto del conducente mi ha mancato per un soffio. Non so quanti abbia investito. Eravamo stipati peggio di tanti maiali tra i paletti usati per tenerci in fila. L’ha fatto apposta e adesso gli altri sono stesi a terra come… oddio… come tante bambole insanguinate. Ho contato almeno quattro morti, ma ce ne sono sicuramente di più.» 
Il tizio fece per riavviarsi, arrancando invece che correndo, la scarica di adrenalina agli sgoccioli. Jason sganciò la cintura di sicurezza per sporgersi ancora di più e chiamarlo. «Di che colore era la macchina? Se n’è accorto?»


Questo pezzo è tratto da:

Fine turno
Stephen King
Sperling&Kupfer, ed. 2016
Traduzione di G. Arduino
Collana Pandora S&K
Prezzo 19,90€ 

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