"Mash", Richard Hooker – Il potere della scrittura che crea appartenenza…

Fonte: Eye on Canada “The real Mash”

Se non avessi assistito alla presentazione, il libro di oggi probabilmente non l’avrei mai letto. In generale perché probabilmente l’avrei giudicato un lavoro di nicchia, per soli estimatori. E invece, non solo sono andata alla presentazione e mi sono lasciata affascinare dalla passione del traduttore, ma ho anche deciso di prenderlo e l’ho finito giust’appunto l’altro giorno. M*A*S*H si è rivelato non solo un lavoro molto più serio e pertinente di quanto mi aspettassi, ma l’ironia e il paradosso che caratterizzano certi atteggiamenti, che pensavo avrebbero stonato con l’insieme, ben si combinano con un panorama desolante come quello che si viveva negli accampamenti ospedale, definiti appunto “MASH”, delle forze americane nella guerra di Corea. E’ una guerra che in fondo non ci appartiene, che è entrata magari nelle nostre case attraverso le notizie dei giornali, i film o serie TV o anche documentari storici o che abbiamo vissuto di rimando, come fosse una cosa che non ci interessava. Nel mio mondo di figlia degli anni ’70 è entrata relativamente tardi, con l’omonima serie TV che oggi scopro essere tratta da un film.

Per coloro che non avessero mai visto né serie e né film, MASH, racconta della vita nel 4077 accampamento medico in Corea dove, per problemi di gestione dei feriti, un giorno vengono inviati due chirurghi, da aggiungere all’organico, dai nomi/soprannomi altisonanti come “Occhio di Falco” e il “Duca”. Il primo del Nord America e l’altro Sud, entrambi chirurghi formati sul campo, maghi di quella che i compatrioti chiamano “bassa macelleria”. Come dice ad un certo punto “Occhio di falco” ad una recluta, loro hanno ben chiaro quello che stanno facendo e, nel loro obiettivo, non c’è quello di fare le rifiniture ma di salvare il paziente. La rifinitura la lasciano ai medici successivi, perché se perdi tempo a fare un lavoro di fino con un paziente, molti altri che sono in attesa e hanno urgenza di essere operati potrebbero morire. Serve invece tenerne in vita il numero maggiore possibile. Ecco, in tutto questo si racchiude il tema di fondo di questa storia che, nei primi capitoli, non è così evidente. 

Io pensavo di ridere un sacco, ed è stato così in effetti, ma in alcuni punti emerge l’amarezza e la necessità di scappare dalla realtà, che si rivela dell’abuso di alcool, nella misoginia e nella ricerca di alcuni di visibilità per avere la certezza di sapere di “essere qualcuno” anche in un luogo sperduto come quello del campo. “Essere qualcuno” non significa avere i riflettori puntati, significa senso di appartenenza al gruppo, perché qui il gruppo non è dei “fighi” ma di quelli che ogni notte salvano vite aiutandosi fra loro al di là delle convenzioni di gradi e mostrine. Poi ci sono gli elicotteri delle sei, quelli più odiati perché nessuno si alzerebbe in volo a quell’ora di mattina o di sera. Sono quelli che portano i feriti più gravi e che annunciano una notte o una giornata di battaglie per tenere in vita questi uomini che, come succede per i medici, hanno scelto di rispondere al richiamo dell’esercito per la loro patria ma cominciano a non vederne più la ragione.

Non saprei nemmeno come spiegarvi, questo senso di vuoto e partecipazione che scaturisce dalla penna di Hooker – e di rimando del suo traduttore Marco Rossari- che ti pervade ad un certo punto. Non diventa noioso, ma senti la fatica di questi uomini sottoposti a turni massacranti che non si rassegnano ad abbandonare nessuno. E allora passa in secondo piano, il maschilismo riservato alle donne o l’alcol onnipresente e anche gli scherzi di pessimo gusto. Il tutto è inserito in un mondo che rimarrà lì e che, se non fosse così, sarebbe imploso e non avrebbe retto alla lunghezza di quella guerra. Qui il punto non è se la guerra sia giusta o no, qui il punto è l’effetto sulle persone che la vivono e soprattutto quelli che la vivono da relativamente lontano anche se abbastanza vicino. C’è un momento in cui, dopo un’affluenza costante di feriti, i medici si interrogano quando finirà questo continuo massacro e non riescono a sapere nulla. Loro sentono i rumori, vedono gli effetti, ma non sono né a casa e manco sul fronte. Eppure la guerra ha anche loro, è il loro mondo ed è un mondo pesante che li unisce e che una volta abbandonato li dividerà.

Quindi cominci Mash divertendoti. Le battute, lo scambio continuo di botta e risposta nei numerosi dialoghi garantiscono ritmo alla narrazione tanto che, le prime 100 pagine volano via in un soffio. Poi arrivi al capitolo del “Diluvio” -dove non c’è nulla di orribile tante volte ve lo steste chiedendo e che il mio “io” di lettrice ha individuato come il “capitolo 7” ma potrebbe non essere quello – in cui tutto il realismo della scrittura di Hooker si rivela. A quel punto quel mondo, quel campo immaginario, quei medici, le infermiere, le tende degli alloggi e dell’ospedale, tutto insieme, cominciano ad appartenerti. Quella guerra di cui hai solo sentito parlare diventa anche tua. Ma, la cosa strana è che non è “la guerra” come la intendiamo oggi noi italiani; quello che ti appartiene è la situazione come la vive chi sta in guerra. Ed è un concetto diverso: quello che noi viviamo è il rifiuto dell’offesa, del contrasto armato, della rivalsa, delle spese. Qui non ci sono pallottole, la prima linea nemmeno la vediamo. Qui noi vediamo persone, i segaossa al lavoro, le “pinte” di sangue e vediamo l’effetto su uomini che non hanno visto la prima linea ma ne vedono i risultati. Non si pongono il problema se sia giusto o no. Loro hanno risposto ad una chiamata della loro patria, sono lì per questo e null’altro. Nessuna politica e nessuna obiezione. Solo uomini e la fatica di contrastare gli effetti. E’ un punto di vista privilegiato che difficilmente gli autori riescono a riservare ai loro lettori come succede in questo caso.

E’ una lettura che si fa con leggerezza all’inizio e che poi, per le motivazioni elencate, si fa fatica a lasciare. Ne sono rimasta stupita pure io in prima persona. Ma è una lettura che consiglio veramente a tutti. Un po’ per sfatare il mito che io avevo che MASH fosse stato portato in TV solo per ridere e poi per darsi la possibilità di provare qualcosa di diverso e a questo punto, decisamente di qualità.
Non ve ne pentirete,
Simona Scravaglieri 


M*A*S*H*
Richard Hooker
Edizioni SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€



A post shared by Simona Scravaglieri (@leggendolibri) on Apr 17, 2017 at 12:23am PDT

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