"Rosemary’s Baby", Ira Levin – Quando sceneggiatore e scrittore sono la stessa persona…


Fonte: Film TV
Quella di oggi è un’altra delle recensioni un po’ complicate da scrivere. In primo luogo perché, come vi avevo scritto nel Diario, mi ha rapito per quanto mi è piaciuto e poi perché, a differenza di tanti altri libri di cui vi ho parlato qui, questo è un libro di puro intrattenimento. Oddio, non è che non me ne siano mai capitati da raccontare, ma in questi casi, in cui il “piacere” puro di consigliare un libro, dove non ci sono evidenti “implicazioni altre” almeno per me, mi fa sentire come una che non rende giustizia a quello che sta commentando. Ira Levin, morto nel 2007, è stato scrittore ma ha anche scritto per la Tv e il teatro. Credo che sia questa sua esperienza che lo aiuta nel ’67 a pubblicare uno di quei romanzi che faranno la storia. Infatti la parte più pregevole di questo libro è la resa delle situazione che, visto che alla fine l’ho guardato, nemmeno il film riesce a rendere appieno. C’è una magia particolare che si sviluppa quando l’autore, ha sì esperienza nella narrativa, ma la coniuga con il talento per la sceneggiatura. In quel caso la resa dello scritto è quasi tridimensionale e al lettore non rimane che gustarsi la situazione in presa diretta.

Siamo a New York negli anni ’60, la guerra è finita da un pezzo, l’economia ha scordato la fame degli anni ’30 e un giovane attore in ascesa e sua moglie stanno cercando una casa dove andare a vivere. La scena si apre con lui al telefono che risponde all’agente immobiliare che li sta contattando che non sa se è il caso di vedere questa casa nel condominio Bramford perché stanno prendendo accordi per un altro appartamento. La moglie accanto, sembra di vederla, lo supplica di accettare la visita; è un condominio storico, è in centro ed è sempre stato il loro sogno vivere sotto un tetto storico. Casa vista, adorata e affittata in un batter d’occhio. La signora Gardenia, che prima l’abitava, aveva dei gusti ben strani ma purtroppo, di tutto il mobilio che il figlio sarebbe stato ben felice di lasciare l’unico che interessa ai giovani sposi e che era pieno di carte con frasi sparse è quello che non è in vendita. Poco male, mentre il giovane attore cerca un ingaggio nuovo, la moglie si dedica alla casa. L’unica remora sulla quale si trovano a ridere insieme è quella dell’ex vicino di casa di quando era nubile, e che per lei era come un secondo padre. L’ultima volta che lo hanno visto per comunicargli che avevano trovato casa ha confidato che quel condominio non ha una gran nomea; in passato vi hanno abitato satanisti e assassini. Ma sono solo dicerie… oppure no?

Dicevamo la presa diretta. Il potere di ricostruzione di un’immagine di uno scrittore/sceneggiatore, pare risiedere nella facoltà di riassumere la scena con pochi accorgimenti che sono invece tipici del narratore. Se  fosse stata una sceneggiatura avremmo trovato tutti gli oggetti della stanza, la posizione degli attori, la resa emotiva che devono dare in camera. Ma visto che siamo in un romanzo, lo sceneggiatore si presenta nel momento in cui ricorda che tutti questi elementi devono esserci e lo scrittore si palesa quando li nomina non elencandoli ma facendoli entrare a pieno ritmo nella narrazione. Prendiamo la prima scena, quella che vi avevo trascritto nel Dal libro, non serve specificare dove siano nell’attimo in cui ricevono la telefonata: lui risponde e lei è accanto a lui, lui è decisamente più alto di lei, visto che mentre geme per convincerlo ad accettare la visita, gli si aggrappa al braccio. Lei vuole essere esaudita nel suo capriccio e gli spinge il telefono verso la bocca perché lui accetti. Se avesse riempito la stanza di oggetti la sensazione di intimità e di sorpresa prima e gioia dopo, non sarebbero così evidenti, così come il fatto che nel momento in cui si apre la scena sui due protagonisti, la telefonata è già in corso. Solo chiusa la conversazione lui si specchia e poi si fa la barba. Erano in stanza, magari si stavano preparando per andare chissà dove. Alla fine della lettura del pezzo ci si rende conto che, l’occhio di bue che in teatro avrebbe illuminato solo loro, alla fine si è aperto illuminando l’ambiente. E’ un meccanismo che ho trovato anche in Schmitt, il più bello è e rimane ne “La giostra del piacere” e nell’italianissimo “Morto a tre quarti” di Balletta e che trovo sempre affascinante.

Di Levin mi piace molto la gestione dei personaggi. Sono vividi, caratteristici e caratterizzati. I coniugi della casa accanto rivelano la loro personalità e fisicità grazie alla loro invadenza. Sono chiassosi, chiacchieroni, impiccioni eppure si sente che il loro interesse non è generico. E una scelta così particolareggiata, di personaggi decisamente curiosi, nasconde ma non annulla l’aura di mistero che, da un certo punto del libro, comincia ad aleggiare su Rosemary sottolineata anche dal suo discontinuo rapporto con il marito. Un rapporto che il lettore è portato a credere, già dalla prima scena, sia invece normalissimo dal punto di vista di Guy che si mostra attento, ma assente per motivazioni valide come le prove o lo spettacolo. Lei sembra una bambina viziata che è abituata ad essere esaudita con uno sguardo dolce. Lui sembra paziente e disponibile ad ammettere colpe anche se sa che non ne ha. Ma ad un certo punto, quelle che sono le intuizioni, cominciano a non essere così campate in aria e anche se l’autore fino all’ultimo riesce a tenere botta, Rosemary comincia a sembrare una che ha davvero ragione e i co-protagonisti cominciano a non reggere più.

Il tocco da maestro si ha quando ad un certo punto Levin riporta tutto alla normalità. Lei comincia a stare bene, lui è comunque assente, ma l’umore di una donna che finalmente si sente meglio lo nota poco. Lei ha da fare, è attiva e il suo mondo, che si era oscurato, torna di nuovo pieno di luce e di colori. Fino alle ultime 50 pagine, che io non vi dirò perché, se davvero non avete visto il film o lo avete fatto e non avete letto il libro, meritano davvero. La tensione sale senza che ci sia un evidente motivo per cui lo faccia. La gestione di questo momento è magistrale: si vede e non si vede. Non c’è un autore che nasconda nulla, ma è palpabile il dubbio, il buio che cala. Comincia a definirsi qualche indizio, ma non ci sono certezze e tutto assume un’aura di oscuro dubbio. Ecco, il brivido dell’ansia delle ultime 50 pagine, si concentra proprio qui è ma palpabile grazie ai diversi ritmi che ha la storia e, fino all’ultimo, se non conosci la storia, sei in dubbio, devi vedere che succede.
La chiusa diciamo che non è fra le mie preferite, è spettacolare di sicuro, ma sottotono rispetto al resto del libro.

Quindi libro piaciuto e promosso a pieni voti, una scrittura che, nonostante l’età, si rivela decisamente scorrevole e ritmata grazie ad una sapiente infilata di momenti di tensione e altri di stasi che servono a preparare la situazione successiva. Rosemary e Guy, sono veramente realistici come anche i ruoli coprimari. Si lascia leggere e visto che, la sottoscritta, è una vera mega fifona -di quel tipo che ha guardato Phenomena in tre mesi con la tv in salotto e lei in cucina!-, e vista anche la mia oramai leggendaria ritrosia alle sinossi che mi rovinano la lettura, se non avesse avuto qualcuno che glielo avesse fatto notare difficilmente avrebbe creduto di aver letto un horror. Quindi, qualora foste della mia stessa pasta, è un libro che si lascia leggere decisamente da tutti. Magari adulti eh?! Non tanto per la paura ma per alcuni dei temi trattati, che richiederebbero qualche spiegazione in più.
Per il resto è un libro davvero consigliatissimo e un autore che leggerò sicuramente ancora!
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Rosemary’s baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€


Fonte: LettureSconclusionate

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