"Il libro dei Baltimore", Joël Diker – Danni collaterali della neve…


Fonte: Barlettalive



No, non ci siamo nemmeno questa volta. Secondo libro dickeriamo scritto e seconda impressione pessima di uno scrittore che sembra avere un grande talento nell’ammazzare le idee geniali che gli vengono in mente trasponendole su carta in maniera decisamente discutibile. Rimane confermata l’idea che anche stavolta, come ne Il caso Henry Quebert“, a Ginevra abbia nevicato un sacco e, non sapendo come occupare il tempo in casa e non potendo uscire, il nostro autore abbia deciso di allungare il brodo trasportando una possibile, e di certo di moda, “saga familiare” nell’ennesimo “polpettone sconclusionato”. Per coloro che se lo chiedono, il collegamento fra “Il libro dei Baltimore” e il precedente libro è solo il protagonista. La differenza fra i due è sostanzialmente nulla, lì c’era un caso e qui una “grande tragedia”, e risiede solo nel fatto che lì qualcuno ha ucciso e qui invece c’è “la grande tragedia”. «Simò abbiamo capito che c’è “la grande tragedia”, perché lo continui a ripetere?». Ma semplice! Perché se nel primo libro si ripeteva tutta la storia della “ragazza che fuggiva verso il bosco di notte inseguita da un omaccione, fatto denunciato da una anziana trovata morta” qui succede la stessa cosa con “la grande tragedia”.

Parliamo quindi di una saga familiare, quindi, della famiglia di Goldaman. Si chiama “Il libro dei Baltimore” solo perché il nonno del nostro scrittore protagonista ha due figli, uno vive a Montclair vicino New York e l’altro vive a Baltimora. Entrambi si sono fatti strada nella vita e hanno una moglie e un figlio. I due ragazzi sono praticamente coetanei e le due famiglie hanno però una vita decisamente diversa. Saul, lo zio di Baltimora, ha successo come avvocato, vive con tutti gli agi di una classe privilegiata cosa che non succede al ramo di Montclair. La storia inizia quando lo scrittore comincia a rivangare il passato partendo dalla sua infanzia. Inutile dire che già dalle prime pagine si intuisce dove vada a parare, senza che io ve lo scriva, solo pensando a due famiglie dello stesso ramo che vivono realtà completamente distinte e che si incontrano per le feste comandate ogni anno.

E infatti una storia che già nasce un un cliché grosso come una casa, deve minimizzare questo difetto con altri interventi, avrà pensato Dicker, e ce l’ha messa proprio tutta, non ha tagliato nulla, proprio per rendere la storia piena zeppa di eventi, per la maggior parte inutili. Quindi improvvisamente il cliché trasforma la trama grazie al numero elevatissimo di eventi in una storia da soap opera americana. Devi parlare di una cosa occorsa 5 anni prima e che fai? Non racconti la storia di tutti i protagonisti minuto per minuto? Magari anche quella dei vicini e dei vicini dei vicini? Ecco quello che c’è. Storie su storie, tanto che, a pagina 300 è come se tu ancora non avessi iniziato a leggere. La tempistica così confusa, fra presente narrativo e passato, trapassato, passato prossimo è così disarticolata e confusa che ad un certo punto ti rendi conto che, a tre quarti de romanzo, il presente narrativo non è così presente, ma è anch’esso passato, non si sa da quanto, ma lo è. E allora torni indietro nel pensiero di aver perso qualche informazione importante che è inutile cercare perché non c’è.

Non ci sono anche tante altre cose:
✓ Non c’è suspence. Troppe chiacchiere e una gestione sbagliata delle situazioni, che concentra tutti gli eventi chiave in un unico punto del libro, fanno sì che quando arriva questa maledetta e fantomatica “Grande tragedia” quasi non te ne accorgeresti, perché è stata preceduta da altre tragedie e non si capisce perché le altre debbano essere da meno.
✓ Non è capace a creare mistero o a lasciare gli indizi. Se non lo sai fare, è inutile impuntarsi ancora. Per Dicker l’indizio è facoltativo oppure semplicemente non ti dice nulla per poi farti la sorpresa. Quest’ultimo metodo usato da lui continuamente e in maniera decisamente superficiale da quello strano effetto “nonsapevichemetterci” che non è proprio il massimo del successo per uno scrittore.
✓ L’effetto, che io chiamo, “L’amore bugiardo“. Nonostante pure la Flynn sia stata più che contestata con questo libro che molti hanno amato come molti altri hanno odiato, un merito glielo devo riconoscere: ha saputo gestire la visione di lei con quella di lui e quindi la costruzione e la successiva distinzione fra bugia e verità è sostanzialmente ben definita. Qui è impossibile gestirla così; ci ha provato ad un certo punto ha tentato di separare le due verità, quella del percepito e quella della realtà dei fatti, ma la perizia della Flynn, di evidenziare fatti e situazioni ben definite, qui è impossibile semplicemente perché ci sono troppi fatti. L’effetto che ne viene fuori è quarantenne grande, grosso e mammalucco.

Ce ne sarebbero mille altri, ma oggi, mentre tornavo a casa pensando a questa recensione che avrei dovuto terminare, mi sono resa conto che è uno scrittore talmente prevedibile nelle sue leggerezze che non è nemmeno interessante o divertente da stroncare. E’ un lavoro decisamente mediocre che in cuor mio sapevo che non mi avrebbe regalato nulla più rispetto al precedente (ed è la prima volta quella di avere queste negative certezze su uno scrittore anche se ne ho date di seconde e terze possibilità ad altri!). Non c’è smalto, personalità, non ci sono personaggi che spiccano per questioni particolari, è una storia che si perderà nella notte dei tempi con tutte quelle dimenticabili. Anche in questo caso se, l’editore che avrebbe dovuto editare il libro in origine, avesse fatto un serio taglio di tutte le inutilità invece di 587 pagine di nulla cosmico si sarebbero potute rivelare magari un buon lavoro di 250 pagine ben scritte, ma, manco a dirlo, non è questo il caso. L’unico talento, oltre quello di saper ammazzare le proprie idee, è quello di scrivere in maniera scorrevole e semplice. Quindi non troverete grandi e profonde conversazioni e la storia scorrerà velocemente. Ma non c’è veramente altro da aggiungere, anzi ho speso già troppe parole in merito!

Speriamo che almeno che quest’anno non nevichi ancora a Ginevra, così avrà meno tempo per scrivere. Per fortuna l’editore italiano ha decisamente altri titoli di peso in catalogo su cui convogliare la mia curiosità di leggere!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il libro dei Baltimore
Joël Diker
La nave di Teseo, ed (Mondolibri) 2017
Traduzione a cura di Vincenzo Vega
Prezzo (edizione La Nave di Teseo) 22,00€




2 thoughts on “"Il libro dei Baltimore", Joël Diker – Danni collaterali della neve…

  1. Questo libro, se non vado errata, è uscito nel primo semestre di quest'anno. Se lo leggi, fammi sapere che ne pensi, mi interessano i pareri di chi mi legge. E' un modo per scoprire modi diversi di guardare alla storia anche se, in questo particolare caso, la vedo un po' dura… 🙂

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