[Dal libro che sto leggendo] La vita immortale di Henrietta Lacks

Fonte: New York Times

Oggi, fatalità, un pezzo del “Dal libro” è un compendio della recensione “La decisione impossibile…” e ha anche un seguito nell’articolo del New York Times linkato sotto la foto (A Family Consents to a Medical Gift, 62 Years Later) che non avevo trovato nel primo giro di informazioni che cerco di individuare nella rete prima di scrivere di specifiche, come questa, biografie. Per capire che immenso regalo sia stato concesso dalla famiglia, potete solo leggere questo libro che, per nostra immensa fortuna, è scritto in una maniera così appassionata e scorrevole che è decisamente impossibile non sentirsene coinvolti. La vita di Henrietta, come potrete leggere oggi, non è immortale solo perché le sue cellule sono sopravvissute più di sessanta anni ma, anche se morissero oggi, avrebbero dato speranza e futuro a tutti noi. Henrietta è l’inizio degli studi sulle colture di cellule umane, è l’inizio di come imparare a coltivarle e a riconoscerle, è il genoma e la riproduzione vista in migliaia di testi scolatici. Questa è HeLa, ma solo in parte.

HeLa era una donna, nata agli inzi del novecento in una America che si dichiarava al mondo come la nazione in cui era stata abolita la schiavitù, ma dove sopravviveva la segregazione, dove l’ignoranza era a maggioranza nella comunità nera. Era cresciuta nei campi di tabacco, viveva in una cittadina di provincia che oramai non esiste più con una linea di demarcazione netta fra i Lacks bianchi e quelli neri e dove le due comunità continuavano ad autolimentarsi con i matrimoni fra consanguinei. Così successe anche ad Henrietta che si sposò con suo cugino, ebbe cinque figli che lasciò, a trent’anni appena compiuti, quando morì a causa di un tumore alla cervice mal curato. Entrava dalla porta dei neri quando andava a fare le visite al John Hopkin Hospital, faceva la fila nella sala d’attesa dei neri e un numero spropositato di neri, che a Baltimora ebbero la fortuna di essere aiutati da questa straordinaria donna che riusciva ad amare tutti, fecero la fila per donare il sangue che le era necessario.

Non serve capire di biologia per  avvicinarsi a questo lavoro per due motivi: il principale è che questa non è la storia di una ricerca biologica ma di una ricerca storica su chi fosse davvero Henrietta e la sua famiglia e la seconda è che Rebecca Skloot è una divulgatrice scientifica e riesce a rendere le parti che richiedono il coinvolgimento della scienza comprensibili ai lettori proprio come fece con Debora, la penultima figlie di Henrietta che nemmeno aveva raggiunto il diploma, che voleva capire che cosa significasse la frase che diceva che “le cellule della madre erano ancora in vita e che vivevano in ogni stato del mondo”.

Questo libro è concepito quasi fosse un dono per Debora e per tutta la comunità nera, mette a fattor comune che cosa significa prendere ogni volta che ci serve una pillola. 
Il pezzo che vi ho trascritto oggi rappresenta da dove parte l’idea di questa biografia e non è nemmeno il quadro completo. Il resto lo dovrete scoprire da soli.
Sono certa che ve ne innamorerete anche voi.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; color: #454545}

Prologo   

LA DONNA DELLA FOTOGRAFIA 


Ho appesa alla parete una vecchia foto, tenuta insieme dal nastro adesivo. Raffigura una donna che non ho mai conosciuto. Guarda dritto nell’obiettivo e sorride, le mani sui fianchi fasciati dal vestito della festa, stirato a puntino. Le labbra sono dipinte di rosso vivo. È la fine degli anni Quaranta, e la donna non ha nemmeno trent’anni. La pelle è liscia e ambrata, gli occhi allegri e ancora pieni di gioventù. Non sa che dentro di lei sta crescendo il cancro, un tumore che di lì a poco renderà orfani cinque bambini e cambierà la storia della medicina. Una scritta sotto la foto la identifica come «Henrietta Lacks, o Helen Lane, o Helen Larson».

Nessuno sa chi abbia scattato la foto, eppure circola in centinaia di copie, stampata su riviste scientifiche e testi universitari, riprodotta in rete, appesa alle pareti dei laboratori. In genere la si identifica come Helen Lane; speso però la donna non ha un nume, ma solo una sigla: HeLa, il codice attribuito alle prime cellule immortali. Sono le sue cellule, prelevate dalla cervice uterina poco prima che morisse.

Il suo vero nome è Henrietta Lacks.

Per anni l’ho fissata in quella foto, chiedendomi che cosa facesse nella vita, dove fossero i suoi figli e cosa avrebbe pensato delle sue cellule immortali, che da anni circolano per i laboratori di mezzo mondo, impacchettate, vendute e comprate a miliardi. Ho provato a mettermi nei suoi panno: che cosa avrei provato sapendo che una parte di me è stata spedita nello spazio per scoprire gli effetti dell’assenza di gravità sui tessuti umani? o che le mie cellule sono servite a compiere scoperte mediche tra le più importanti della storia, come il vaccino contro la polio, la chemioterapia, la clonazione, la mappatura genetica, la fecondazione in vitro? Sono quasi certa che lei, come quasi tutti noi, sarebbe stata sconvolta nell’apprendere che ci sono milioni di miliardi di sue cellule nei laboratori del mondo, molte più di quante ne contenesse il suo corpo da viva, e ancora continuano a crescere.

Non c’è modo di sapere con precisione quanto siano le cellule di Henrietta oggi. Un ricercatore ha stimato il loro peso complessivo in più di cinquanta milioni di tonnellate; e visto che una cellula non pesa quasi niente, il numero risultante è davvero inconcepibile. Secondo i calcoli di un altro studioso, mettendo in fila tutte le HeLa mai esistite si avrebbe un nastro di centosettemila chilometri, quasi tre volte la circonferenza terrestre. Il tutto nato da una donna che nel fiore degli anni era poco più alta di un metro e mezzo.

Ho sentito parlare per la prima volta di HeLa e di Henrietta nel 1988, trentasette anni dopo la sua morte. Avevo sedici anni e seguivo una lezione di biologia in un corso di recupero. Il professor Donald Defler, un ometto con pochi capelli simile a uno gnomo, andava su e giù per l’aula mostrando diapositive con un proiettore. A un certo punto comparvero sulla parete che fungeva da schermo due illustrazioni che avrebbero dovuto rappresentare la riproduzione cellulare, ma che a me sembravano solo un caotico e colorato miscuglio di frecce, quadrati, circoletti e parole senza senso, come «attivazione della proteinchinasi MPF».

Ero stata bocciata al primo anno delle superiori per via delle troppe assenze. Mi avevano trasferito in una scuola molto alternativa dove al posto delle scienze si studiavano i sogni, così dovevo frequentare il corso di recupero di Defler per sperare di passare gli esami delle scuole superiori. Ecco perché a sedici anni me ne stavo in quell’aula ad anfiteatro ad ascoltare uno che mi parlava di mitosi e proteinchinasi. Non ci capivo nulla.

«Dobbiamo imparare a memoria tutti i nomi in queste figure?» gridò un ragazzo.

Defler rispose di sì, che li avrebbe chiesti all’esame, ma di non preoccuparsi dei dettagli per il momento. L’importante era capire che le cellule erano davvero qualcosa di speciale. Ce ne sono circa centomila miliardi nel nostro corpo, e sono tanto piccole che potrebbero stare a migliaia dentro il punto che chiude questa frase. Sono costituenti dei tessuti (muscoli, ossa, sangue, ecc,), che a loro volta formano tutti i nostri organi.

Al microscopio una cellula sembra un uovo al tegamino. Il bianco è rappresentato dal citoplasma, fatto di acqua e proteine che servono da carburante, mentre il tuorlo è il nucleo, dove sono contenute le informazioni genetiche che ci rendono quello che siamo. Il citoplasma brulica di attività come le strade di New York: tantissime molecole corrono qua e là atrasporate enzimi e zuccheri, mentre e altre si occupano di fare entrare e uscire dalla cellula, a seconda del bisogno, acqua, ossigeno, e nutrimenti vari. Nel citoplasma ci sono anche le fabbriche che lavorano senza sosta per produrre zuccheri, grassi, proteine e energia, necessari per far andare avanti la baracca e soprattutto a nutrire il nucleo, che è il centro di comando. In ogni nucleo si trova una copia precisa del nostro genoma, il codice che dice alle cellule quanto devono crescere, quanto devono dividersi e in generale come devono fare il loro lavoro, che si tratti di regolare il battito cardiaco o mettere il cervello in condizione di capire quanto sta scritto in questa pagina.

Sempre passeggiando su e giù, Defler ci spiegò la mitosi, il processo di divisione cellulare grazie al quale gli embrioni diventano bambini, le ferite guariscono il sangue perso viene rimpiazzato. Il tutto, disse, era affascinante come un balletto dalla coreografia perfetta. 

Ma basta un errorino in un qualsiasi passo del processo  di divisione, continuò Dfler, ed ecco che le cellule iniziano a crescere in modo incontrollato. È sufficiente che un solo enzima non faccia il suo dovere, che una proteina non si attivi, per dare inizio a un processo canceroso. La mitosi impazzisce e il tumore si diffonde.

«Abbiamo scoperto come stanno le cose studiando le colture cellulari» disse Defler. Fece un mezzo sorriso e si voltò verso la lavagna, dove scrisse a caratteri cubitali HENRIETTA LACKS.

Henrietta, ci raccontò, era scomparsa nel 1951 a causa di un tumore molto aggressivo, alla cervice uterina. Poco prima che morisse, un medico prelevò dei campioni del suo tessuto canceroso e li mise a coltura in una capsula  di Petri. Erano anni che gli scienziati cercavano di far sopravvivere le cellule umane fuori dal corpo, ma senza successo. Quelle di Henrietta, però, iniziarono subito a riprodursi e da allora non hanno mai smesso di crescere. Sono le prime cellule umane immorali coltivate in laboratorio.

«Le cellule di questa donna hanno vissuto fuori del suo corpo più a lungo di quanto abbiano vissuto dentro di lei» disse Defler. Bastava entrare in un qualunque laboratorio dove fossero presenti colture cellulari e aprire i refrigeratori per imbattersi in con grande probabilità in milioni, se non miliardi, di cellule della Lacks conservate in qualche provetta ghiacciata. 

Queste colture hanno avuto un ruolo in mille ricerche: la scoperta delle cause del cancro e dei possibili modi per fermarlo; la sintesi  di farmaci contro l’herpes, la leucemia, l’influenza, l’emofilia e il morbo di Parkinson; studi vari sulla digestione del lattosio, sulle malattie a trasmissione sessuale, sull’appendicite, sulla longevità, sull’accoppiamento delle zanzare e sugli affetti deleterei delle scorie tossiche. Cromosomi e proteine di Hela sono stati analizzati con tale precisione che oggi se ne conosce ogni dettaglio. Questa cellule sono diventate come le cavie e i topolini: carne da cannone nei laboratori di tutto il mondo.

«HeLA è stata una delle scoperte più importanti in campo medico negli ultimi cent’anni» sostenne Defler. Poi aggiunse con tono neutro, quasi pensando ad alta voce «Era nera, questa donna». Cancellò il suo nome con un gesto veloce e si pulì le mani dal gesso. La lezione era finita.

Mentre i miei compagni uscivano dall’aula rimasi un attimo a pensare a lei. Tutto qui? Fine della storia?

Raggiunsi Defler nel suo studio.

«Di dov’era la Lacks?» gli chiesi. «Aveva dei figli? Sapeva quanto fossero importanti le sue cellule?».

«Vorrei poterti dare una risposta, ma nessuno ne sa nulla» rispose.


Questo pezzo è tratto da:

La vita immortale di Henrietta Lacks
Rebecca Skloot
Adelphi, ed. 2010
Traduzione a cura di Luigi Civallieri
Collana “La collana dei casi”
Prezzo 27,00€

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.