"La bambola di Kokoschka", Alfonso Cruz – la giostra degli incastri perfetti…

La sposa del vento
Fonte: RestaurArs



È un po’ un’impresa parlare del libro di oggi perché è un lavoro decisamente atipico e non poteva essere altrimenti visto che è nel catalogo La Nuova Frontiera. Come vi dicevo parlando dell’altro lavoro di Paco Taibo II, “L’ombra dell’ombra” e nel Diario in cui facevo riferimento alla lettura di questo libro, leggere i libri di questo catalogo è sempre un’esperienza particolare. In questo caso parliamo di un lavoro complesso, perché, sebbene sembri ci siano due storie disgiunte, queste, vanno a comporre un’unica trama finale annettendo parte della storia di un particolare pittore, realmente esistito e che nemmeno conoscevo, che si chiama Oscar Kokoschka. Anzi potremmo dire che questa storia, sebbene si presenti solo a libro iniziato, ne sembra invece la reale ispirazione e inizio.

Siamo in una Desdra sotto assedio nell’ultimo conflitto mondiale e questa storia si apre riproducendo in parole l’effetto di quei film che necessitano di far ambientare gli spettatori per farli entrare nel mood giusto. Immaginate una strada popolare, due ragazzini stanno correndo, scappano per la precisione. Dei soldati hanno loro intimato di fermarsi, ma loro corrono più veloce che possono. Poi degli spari. Uno dei due viene colpito a morte, ma nell’ultimo istante, mentre cade, tenta di attaccarsi alla gamba dell’amico. L’amico prosegue la sua folle corsa fino ad un negozio di uccelli e si nasconde in cantina, ma la gamba che l’amico ha toccato prima di cadere ucciso non ne vuole sapere di tornare a piegarsi correttamente. È come se l’amico fosse ancora lì aggrappato, come per non farsi dimenticare o non far dimenticare al protagonista la colpa di non essersi fermato ad aiutarlo. Poi c’é Vogel che ha uno stuolo di parenti tutti morti che alla fine gli hanno fatto ereditare un negozio di uccelli, a Dresda, sotto assedio. Ogni mattina apre, pulisce, si siede sulla sedia di paglia di Vienna e aspetta, prega in silenzio e ascolta una voce che viene da chissà dove, e che per lui è Dio, che gli racconta le storie della bibbia. Vogel non parla, ma è una grande presenza con il suo silenzio. Poi una donna che cerca la vita che un artista che l’amava non le sapeva dare e una storia che viene da lontano, dalla Lituania che darà un posto definitivo alle cose e alle persone, svelato da chi lo ha solo immaginato a chi invece lo ha solo vissuto.

Ci ho messo davvero tanto a pensare a come scrivere questo post, perché è una storia che ne ingloba altre e che, alla fine, trova una soluzione, e una definizione insperata dei personaggi e dei ruoli. Sinceramente, però, è davvero complicato dire come sia riuscito a fare la quadratura del cerchio. Se partiamo mettendo alla base di questa immaginaria ricostruzione la vita di colui, che avrebbe fatto costruire una bambola ad immagine e somiglianza dell’amore perduto, non dico sia più semplice ma, forse, sarà meno complesso spiegare come sia fatta la “balena”. 
Kokoschka è stato un pittore dagli alti e bassi decisamente reboanti. Era nato con del talento che andava indirizzato, gestito, eppure, con le basi ottenute studiando, la sua forma espressiva  è sempre decisamente marcata, diretta quasi sfacciata. Nel momento in cui va a Berlino e ha l’occasione di conoscere Alma Mahler, vedova di quel Gustav Mahler il compositore. L’amore lo travolge e più di una biografia dice che non si riprese più dopo che lei lo lasciò. Il frutto della passione fra Alma e Oscar, si legge su Restaurars è il dipinto “La sposa nel vento” che si vede all’inizio di questa recensione. E sì, si fece fare una bambola con le sue misure e che imitasse perfettamente l’aspetto dell’amata, e quando la vide rimase decisamente deluso ma la tenne con sé finché un giorno, in uno scatto d’ira e di frustrazione, non ne potè più della sua copia e la distrusse abbandonandola fra i rifiuti.

La storia, nonostante abbia un altro inizio e si svolga in un altro tempo, parte proprio da qui ed è una storia di handicap. Non sono persone menomate, ma chi è protagonista di queste vicende è mancante sempre di qualcosa: di parole anche se non è muto, di amore ma non è solo, di amicizia ma conosce tanta gente e via dicendo. È e rimane la storia di chi non è che non veda quello che ha ma che gli viene nascosto dalla vita stessa. È una storia scritta come l’avrebbe dipinta Kokoschka, a tinte forti, a volte di colori dissonanti fra di loro, che si sviluppa come un vortice dalla bambola e sovverte i principi del tempo e della geometria, finendo nel punto dove è iniziata. Ogni personaggio ha il suo spazio, ogni momento la sua ragione, ogni scelta la sua giustificazione. Ma per soppesare il singolo bisogna avere tutto il quadro d’insieme, altrimenti la singola vicenda sembra caotica come quelle adiacenti. Eppure l’handicap che caratterizza questi personaggi non è un peso o una negatività persistente, ma un’opportunità. La gamba che non vuole camminare è un memento ma anche un momento per fermarsi per carpire il linguaggio del silenzio, la voce -che non si sente- permette di soppesare i battiti delle ali e del cuore, la bambola ricorda l’amore che fu ma anche che la perdizione nel passato è un limite. Così la storia, quella che tutto rimette a posto, diventa il perno da cui dipanare i mille percorsi che queste diverse anime compiono per l’Europa e per mare. È qui che il tutto si trasforma in un tesoro in questo libro; quando improvvisamente ti appare la sua anima di giostra che nel girare muove i fili delle vite dei protagonisti riposizionandoli in incastri nuovi e differenti eppure validi e alimentati da una sopita speranza che non li fa mai fermare o autocommiserarsi. Volendo l’autore potrebbe ancora cambiare le carte in tavola modificando gli incastri disegnati con altri, eppure, il senso generale della storia non cambierebbe il suo effetto. E questo, devo ammettere, è davvero affascinante.

Perché strano a dirsi, ma tutti gli incastri possibili sono ascrivibili allo stesso significante ovvero il trovare l’opportunità anche nel limite. Che sia il grigiore di una vita o la solitudine o altro, l’opportunità si crea proprio dal vivere il tutto come fosse un’eccezionalità, fino in fondo e al meglio delle possibilità. Magari la nostra vita non cambierà, ma noi l’avremo vissuta coltivando l’opportunità. E se i ricordi sbiadiscono, le storie rimangono come immagini ricordo nei punti in cui ci siamo trovati, o incastrati, con altri senza dover far ricorso a feticci ma solo all’emozione assaporata in silenzio. È un gioco di sguardi, come alla corsia del supermarket, non servono parole basta la presenza al lato del capo visivo, per richiamare l’attenzione.
A tutto questo complicato incastro di vicende si contrappone una scrittura semplice e scorrevole e orientata a tenere il ritmo: è diviso in capitoli piccolissimi e capitoli lunghissimi che mimano i “battiti dei cuori” dell’epoca storica che stanno vivendo. Tra li attacchi e le bombe, i capitoli sono veloci, fugaci e brevissimi e nei momenti di calma diventano più lunghi e rilassati, accompagnati, a volte, da immagini grottesche a commento di quanto contengono.

Un lavoro decisamente complesso dunque, quello di Cruz, che rimane imperdibile per lo stile e la soluzione narrativa scelti che portano ad una chiusa insperatamente semplice e al contempo credibile. Ecco, tornando alla recensione della scorsa settimana, questo è davvero un libro da leggere e regalare: quando vi avvicinerete a questa storia seguite il mio consiglio, non tentate di cercare subito il bandolo della matassa dove non c’è ma lasciatevi trasportare. Solo allora, quando avrete seguito i sentieri disegnati dall’autore per i suoi lettori capirete e mi darete ragione.
Consigliatissimo agli impavidi.

Buone letture,
Simona Scravaglieri  

La bambola di Kokoschka
Alfonso Cruz
La Nuaova Frontiera, ed. 2016
Traduzione a cura di Marta Silvetti
Collana “Liberamente”
Prezzo 17,00€

Un post condiviso da Simona Scravaglieri (@leggendolibri) in data: 2 Lug 2017 alle ore 09:09 PDT

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One thought on “"La bambola di Kokoschka", Alfonso Cruz – la giostra degli incastri perfetti…

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