[Dal libro che sto leggendo] Shakespeare and company

L’edizione del 1922 dell’ Ulisse di James Joyce
Fonte: Non Solus blog
Comincia così questo libro, come una raccolta di piccole immagini di una vita di una famiglia normale. Aneddoti divertenti e divertiti di una figlia che ricorda “mamma e papà” con i loro pregi e difetti, che commenta le leggende di famiglia e ricorda la prima volta che ha visto Parigi. Un periodo decisamente importante per la nostra Sylvia che rimarrà contagiata dallo spirito parigino d’avventura e di curiosità verso qualsiasi novità. Spirito che rimarrà intatto per quasi mezzo secolo fino alla fine della seconda guerra mondiale. Eppure Sylvia, nono solo non dimenticherà quel brivido degli incontri domenicali con gli studenti americani a Montparnasse ma anzi, perpetrerà quella ansia di guardare oltre,  con la sua piccola libreria a ricordata storicamente per la sua seconda sede, e non quella della sua prima apertura, a Rue de l’Odèon.

La via che volge le spalle al quartiere latino, che sbircia dietro la sagoma dell’omonimo teatro le rive della Senna e che tanto ha dato agli artisti dei primi del novecento diventò il fulcro del laboratorio letterario del momento. Apollinaire sta a La maison des amis des livres come Joyce sta a Shakespeare and Company. Se adrienne riusciva a fomentare i movimenti francesi e spagnoli a Sylvia non rimaneva che sovvenzionare quelli americani e anglofoni. Fra gli esponenti, oltre a Joyce troviamo anche un giovane di belle speranze che usava sostare, leggendo il giornale, con il figlioletto in libreria. Era Ernest Hemingway. Lo stesso che, con la divisa da ufficiale alla riconquista di Parigi si precipita a verificare se Sylvia sta ancora bene.

Rue de l’Odèon e le sue due librerie formano non solo un rifugio e uno spazio per gli artisti che vi si vogliano provare ma sono anche un trampolino di lancio per le nuove tendenze che verranno. E alla base di questo formale impegno, non può non essere inserita la prima e unica, non per stampa ma per presenza in catalogo, opera pubblicata da Sylvia con la casa editrice da lei fondata con lo stesso nome della sua libreria: l’Ulisse di Joyce. All’interno di questo libro c’è un po’ di tutto: alcune cose in maniera maggiore e altre appena accennate. Tutto sta a farsi coinvolgere e trascinare come dicevo nella recensione.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

BALTIMORA, PARIGI, PRINCETON 


Mio padre, il reverendo Sylvester Woodbridge Beach, dottore in teologia, era un ministro del culto presbiteriano che per diciassette anni fu pastore della prima chiesa presbiteriana di Princeton, nel New Jersey.
A prestar fede a un articolo apparso nel “Munsey’s” Magazine sui più curiosi alberi genealogici d’America, i Woodbridge, antenati di papà dal lato materno, si sarebbero tramandati di padre in figlio il ministero sacerdotale per dodici o tredici generazioni. Mia sorella Holly, che vuole la verità a qualsiasi costo, ha preteso di vederci chiaro e, ahimè, ha sfatato la leggenda  riducendo il numero a nove; e tanto dobbiamo accontentarci.
Come certi personaggi mitologici mia madre, una Orbison, scaturisce da una fonte. Cioè, un certo suo antenato, il capitano James Harris, zappettando nel cortile dietro casa, scoperse una magnifica sorgente e fondò in quel punto la città di Bellefonte negli Allengheny; fu la signoa Harris a pensare al nome. Io però preferisco un’altra storia, che la mamma mi raccontava spesso, secondo la quale Lafayette, fermatosi a chiedere un sorso d’acqua della nostra fonte, avrebbe esclamato: “Belle fontaine!”. Benché sia improbabile che un francese si fermi a chiedere un bicchier d’acqua.
La mamma nacque non nella sua città fra i monti della Pennsylvania, ma a Rawalpindi, in India, dove suo padre era missionario medico. Poi nonno riportò la famiglia a Bellefonte, dove la vedova allevò i quattro figliuoli e trascorse tutto il resto della vita, finendo i suoi giorni venerata poco meno della storica sorgente.
La mamma frequentava l’accademia di Bellefonte, dove aveva per insegnante di latino un bel giovanotto alto, appena uscito dal college e dal seminario teologico di Princeton, Sylvetser Woodbridge Beach. Lei aveva solo sedici anni. Si fidanzarono, ma aspettarono due anni a sposarsi.
Papà fu chiamato a esercitare il ministero prima a Baltimora, dove nacqui io, poi a Bridgeton, nel New Jersey, dove f pastore della prima chiesa presbiteriana per dodici anni.
Avevo circa quattordici anni quando papà portò a Parigi tutta a famiglia: la mamma, le mie due sorelle minori, Holly e Cyprian e me. Gli avevano chiesto di occuparsi di quelle che venivano chiamate le Riunioni dell’Atelier degli Studenti: non esisteva ancora il bellissimo club degli studenti americani di Boulevard Raspail. La domenica sera gli studenti americani si ritrovavano fra compatrioti in un grande studio a Montparnasse, dove papà faceva un discorsetto e alcuni fra i cantanti più in vista del momento, come Mary Garden e Charles Clark, il grande violoncellista Pablo Casals e altri artisti intrattenevano brillantemente il pubblico.   Venne persino Löre Fuller: ma non a  danzare, bensì a parlare delle sue danze. La ricordo come una ragazza piuttosto tarchiata e non bella, con un paio d’occhiali che la facevano somigliare a una maestrina. Ci parlò degli esperimenti che stava facendo con il radium, per i suoi giochi di luce. In quel tempo danzava al Moulin Rouge e aveva molto successo. Vedendola laggiù, non avreste più riconosciuto la robusta ragazzotta di Chicago. Con due bastoncelli si faceva volteggiare intorno, cinquecento metri di stoffa turbinante, fiamme la avvolgevano e la consumavano, finché di lei non rimaneva che un mucchietto di ceneri.
Papà e mamma amavano la Francia e i francesi, benché di questi ultimi ne conoscessimo pochi a causa del lavoro di papà, che ci faceva vivere soprattutto a contato con i nostri compatrioti. Specialmente papà se la diceva bene con la gente del nostro paese d’adozione; in fondo al cuore, penso, doveva essere proprio un latino. Fece di tutto per imparare la lingua. Un suo amico deputato gli diede delle lezioni, mettendolo ben presto in grado di leggere e scrivere il francese alla perfezione; ma la pronuncia… ahimè, quella era un’altra faccenda. Dalla stanza accanto sentivamo papà e il suo amico alle prese con la “u” francese; prima si udiva quella strettissima “u” del deputato, e subito dopo quella inguaribilmente larghissima di papà, pronunciata con un volume di voce ogni volta maggiore, ma sempre altrettanto lontana del modello. Non migliorò mai.



Questo pezzo è tratto da:

Shakespeare and Company
Sylvia Beach
Edizioni Sylvestre Bonnard, ed. 2004
Traduzione a cura di Elena Spagnol Vaccari
Collana “Il piacere di leggere”
Prezzo 26,00€

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