"Dimmi come va a finire", Valeria Luiselli – Quando la legge è troppo uguale per tutti…


Anche io vorrei sapere come va a finire, vorrei anche che avesse un finale bello questa serie di storie ma non sempre è possibile, anzi come diceva a dicembre a Roma la Luiselli, quasi mai si riesce a capire per tirare un sospiro di sollievo. Da un lato perché i protagonisti a cui vengono poste questa serie di domande scritte da adulti, in un linguaggio di adulti, per esigenze da adulti, vengono poste a ragazzini, che molto spesso non hanno nemmeno l’età del liceo. E invece, grazie ad una tranquilla ma ferrea serie di considerazioni o approfondimenti della scrittrice, a valle delle domande e delle risposte, non si può non empatizzare con gli intervistati, non in quanto ragazzini, ma esseri umani. Ed è anche disarmante il fatto che, pur vivendo in un mondo globalizzato in cui l’informazione è diffusa e a volte ci travolge, non siamo ancora oggi in grado di conoscere cosa succede poco al di fuori delle nostre frontiere ed è un fenomeno diffuso ovunque, anche in America. Il lavoro di oggi si inserisce in un vuoto nel dibattito sulla questione riguardante i flussi migratori; un vuoto che diventa un baratro se si guarda attraverso questo libro. Se ipoteticamente razionalizzassimo la questione potremmo dire che il libro di Valeria è “il tramite per alcune risposte che non vengono mai prese in considerazione”: tra la necessità di migrare e come farlo (cause, tratte, “traghettatori”, traffici umani, tratte utilizzate per incrementare altri tipi di traffici) e l’accoglienza (riconoscimento di status, sistemazione, integrazione e creazione di opportunità) in mezzo manca una voce, quella del protagonista. Per quanto riguarda gli adulti, spesso non si risponde o si tende a rispondere quello che si pensa possa aiutarci, ma nel caso di un bambino la questione diventa diversa. La voce di un bambino che capisce a malapena le domande di un questionario, che ha una naturale predisposizione a fidarsi di chi gli sta di fronte in mancanza di altri segnali, che non ha filtri e che ha vissuto l’orrore da quando è nato, quindi non sa che la normalità è un’altra cosa e la difficoltà di dare una voce diventa una cosa decisamente più complessa.


Nel [Dal libro che sto leggendo] riguardante questo libro avevo una vena un po’ polemica dovuta al fatto che ero un po’ arrabbiata, non perché il libro dica cose astruse o non sia chiaro. Il libro è chiarissimo e arriva perfettamente sia il senso di impotenza di chi si trova a tradurre domande e risposte, non potendo intervenire in alcun modo né sul questionario e né sull’intervistato per aiutarlo a capire e a spiegarsi nel migliore dei modi. Arriva in maniera inequivocabile il messaggio che nessun questionario potrà rendere l’orrore che hanno visto e che non creare questionari per capire chi sono e da dove vengono, quindi una mancanza di dati, li rispedirebbe al mittente: se “la legge è uguale per tutti”, e noi facciamo di questa frase la base fondante per la maggior parte delle democrazie, quello di cui ci racconta Valeria è l’altra faccia della medaglia che ospita quella frase. In questo caso la legge che è uguale per tutti diventa l’alibi per non esserlo quando si parla di un minore.
Seguendo sequenza originale del questionario, Valeria riesce a ricostruire quello che avviene prima che partano e parte di quello che avviene dopo il punto in cui si trova ad incontrare i ragazzi e a tradurre le loro risposte: è un punto chiave di questo gioco al massacro, ovvero quello che decide se riusciranno a rimanere oppure dovranno ricominciare daccapo.

E’ un libro magnifico, per quel che si può, perché in maniera sintetica, decisa e puntuale racchiude un mondo che altri scrittori non riuscirebbero a inquadrare in maniera così cristallina. La voce di Valeria è scorrevole e colloquiale e non si sofferma su inutili informazioni; si comporta come richiederebbe la regola della somministrazione del questionario: risposte chiare, semplici e coincise. Così, anche chi volesse approfondire maggiormente la questione delle migrazioni verso gli USA dal Sud e Centro-America, in un pomeriggio di lettura (sono circa 80 pagine!) ha il quadro della situazione attuale ben chiaro e può scegliere da dove partire ad approfondire. E’ una cosa in cui riescono in pochi, soprattutto se la questione riguarda anche te in prima persona.

Sin qui ho cercato di rimanere distaccata rispetto questo libro perché non è possibile non farsi coinvolgere dalla questione quando si svolge, in altri termini spero, a nemmeno 6 km da casa, come nel mio caso. In questo spazio non ho riportato tutte le letture che riguardano le questioni migratorie, ma solo una parte e c’è una serie di motivi tra cui il fatto che io non mi capacito di certe atrocità di cui ho letto e che spesso tutta l’architettura del dibattito culturale e politico è ostativo a quella amata e odiata parola “integrazione”, non sempre volutamente, e genera incomprensioni e azioni ulteriormente atroci dai due lati della barricata, ovvero fra chi scappa e chi si sente invaso. Il principio di fondo è che io concordo e sottoscriverei gran parte di questo lavoro, perché anche io sono cresciuta nella convinzione che se ti si porge una mano in richiesta d’aiuto è automatico che si tenda una mano in aiuto. Perché una mano è e rimane una mano di qualsiasi colore abbia la pelle e di qualsiasi grandezza sia. 
Il problema è che sembra sempre che sia difficile mettersi nei panni degli altri. Se accogli sei uno bravo, se trovano subito una casa e un lavoro sai gestire le emergenze per i migranti, ma se non sai comunicare con chi è del luogo e che si ritrova il suo mondo stravolto sei un incosciente o un incapace. In questo processo si inseriscono gli interessi politici di far risultare o no il “problema migratorio” come tale oppure no, dei media che campano sempre più sullo scoop che sul vero lavoro di informazione o sulla colpevolizzazione del pensiero divergente di alcuni che vorrebbero affrontare la questione da punti di vista diversi da quelli accettati come “giusti di default”, c’è tutto un sistema di traffici distorti e corrotti che nascono sulla gestione delle prigioni, delle case di accoglienza e, infine ma non meno importante, la gestione della ricostruzione dell’identità di chi ti si presenta davanti senza un documento e che ti dice che scappa da un qualsiasi punto del globo magari usufruendo di posti che, invece, chi realmente ha bisogno non avrà mai. E se tutto questo non bastasse da entrambi i lati della barricata si innalzano i muri del dubbio e della paura e nasce il razzismo, dei vecchietti visti da Valeria o delle risposte che si danno a qualcuno che si riconosce avere un potere a cui si fornisce quello che si pensa che lui voglia sentirsi dire, solo perché pensiamo non capirebbe.

Poi, e questo è uno dei punti con cui non concordo totalmente con Valeria, si ricorre ai giovani per riportare l’ago della bilancia a “Ti chiedo aiuto porgendoti la mano, tendi la tua per aiutarmi”. Il concetto espresso dalla Luiselli si poggia su questioni politiche di una nazione che ha capo un presidente che ha fatto di un muro il suo cavallo di battaglia, ma ridotto ai minimi termini, sfrondato dal fatto che lei abbia insegnato in un college e che per questo sia trovata a coinvolgere giovani ragazzi sulla questione che si svolge poco lontano da casa loro, è un po’ come dire “per gli adulti il tutto è perduto, rivolgiamoci ai giovani!”. Ecco, se non cambia qualcosa di cui sopra alcuna azione di un gruppo di giovani potrà portare la luce in questo mondo oscuro e oscurato giornalmente. Il mondo non lo cambiano i giovani da soli, il mondo lo cambiano le persone di qualsiasi età siano. Il mondo cambia quando tutti hanno chiaro che cosa sta succedendo e non vengono messi da parte, perché non capirebbero. È questa la sua conclusione di donna che è emigrata in un paese che non accetta totalmente, vuoi per la politica o per la vita personale. Eppure Valeria non sa che spesso, chi la guarda da fuori ha la stessa sua impressione.
E’ invece necessario instaurare un metodo nuovo di comunicazione che non si rivolga solo al mondo ospitante ma che coinvolga anche chi arriva. Questo perché, seppur spaventati e costretti ad andare lontano da casa propria, il principio dell’accoglienza, da entrambi i lati, deve basarsi sulla “comprensione” non sulla “tolleranza”. Tollerare significa mettersi su piani diversi rimanendo nella convinzione di rimanere nel giusto. Comprendere significa parlarsi e individuare quei soggetti o quei punti di debolezza dove la malavita trova terreno fertile per insinuarsi e lucrare creando l’idea diffusa, grazie anche a certi articoli, che la migrazione sia solo un alibi. E se questo esercizio di comprensione non è fatto da chi accoglie ma anche da chi arriva, non c’è un giovane e nemmeno un adulto che potrà invertire la situazione attuale.

È per questo che il libro di Valeria mi è tanto piaciuto, perché è chiaro, semplice. È sempre per questo che io posso dire di condividere la visione della Luiselli anche se sono su un fronte contrapposto al suo. Entrambe abbiamo un medesimo obiettivo e visione di quello che dovrebbe essere, quello che ci divide sono metodi e mezzi. Condividiamo lo stesso orrore per quello che questi bambini sono costretti a passare per arrivare in un posto che, loro non sanno, potrà dar loro una vita diversa e migliore; condividiamo la necessità di mettere a fattore comune queste esperienze perché è il primo e unico passo per costruire una comprensione del fenomeno e la sensazione di assurda antitesi della frase “la legge è uguale per tutti” per la quale questa uguaglianza è il fattore, al tempo stesso, giusto ma anche ingiusto a seconda dell’essere umano che deve essere giudicato.
Scrivere questa recensione mi è costato molto in termini personali perché buona parte delle mie considerazioni, non sembra ma qui sono state sintetizzate al massimo, potrebbero essere malamente interpretate di questo periodo, ma oramai siete abituati al fatto che, appellandomi al mio essere “blogger” e non un giornalista o un critico, una parte di me c’è in ogni recensione. Mi piacerebbe che questo libello, che peraltro ha anche un ottimo prezzo per un enorme cumulo di riflessioni che si porterà dietro, fosse nelle case e sotto gli occhi di molti, che fosse oggetto di discussione perché forse solo così potremmo evolvere in una società migliore.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Dimmi come va a finire
Un libro in quaranta domande
Valeria Luiselli
La Nuova Frontiera, 2017
Traduzione a cura di Monica Pareschi
Collana “Liberamente”
Prezzo 13,00€

Fonte: LettureSconclusionate

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