"Pyongyang", Guy Delisle – A volte il buio parla…

Fotografia di Raphael Olivier
Fonte: Idealista.it
La prima volta, che ho visto i disegni di Delisle, era Luglio ed è stato un incontro casuale, avendo scoperto per caso che c’è un ramo delle graphic novel che si occupa di temi sociali, economici o politici. In più avevo trovato “Rizzoli Lizard”, a me totalmente nuova, che credo si occupi prettamente di questo genere di produzione editoriale. Essendo nuova dell’ecosistema della narrazione grafica, questo libro in particolare, risponde ad una delle domande che mi sono sempre fatta: “Perché scrivere un romanzo o un saggio per poi togliere tutte le descrizioni e lasciarle alle immagini?”. Domanda semplice ma al contempo complessa che, quando viene posta agli editori che vi si dedicano con tanta passione, ha una sequela di risposte verbali, che io ho sempre trovato non totalmente convincenti, e che contrastano con l’espressione della loro faccia che dice solo “Scusa, e perché no?”. La risposta più semplice che viene da questo libro -e anche dall’intervista rilasciata dall’autore che ho scoperto oggi (3)- è che non ci sono parole che da sole renderebbero alcune situazioni o stati di essere che necessariamente devono avere un supporto visivo. Basterebbe una foto? No, il disegno ha ancora un potere che l’immagine fotografica non ha: il tratto, il marcare un contorno o l’aggiunta di chiaroscuro o anche la scelta del colore o del bianco e nero con diverse tecniche pittoriche sono espressioni non solo di ciò che si sta copiando dalla realtà ma anche di chi, disegnandola, la racconta. Quindi il disegno diventa il resoconto, di uno stato di fatto o di una situazione, comprendendo anche la posizione dell’autore rispetto a quello che sta rappresentando.

La storia di Pyongyang è tristemente nota, non a tutti, ma a molti. Lo è in particolare da quando la Corea e in particolare il dittatore ha tenuto a ricordare al mondo che non vuole intromissioni di sorta nel suo contado e che ha un piccolo potenziale nucleare. La Corea del Nord, come “Repubblica Popolare Democratica del Nord”, nasce all’indomani della capitolazione del Giappone nell’ultimo conflitto mondiale quando Kim II-Sung si impose come segretario generale del Partito dei lavoratori. Dopo la guerra di Corea, la crisi seguita alla rivoluzione culturale in Cina e gli altalenanti rapporti con la Russia, negli anni settanta Kim II-Sung si autonomina presidente della Corea del Nord, mettendo in campo una serie di azioni e decreti che garantiscano la successione al figlio, attuale presidente, e che diano vita ad un culto della sua persona. Inizialmente chiude tutte le frontiere, ma dopo la svolta cultural politica della Russia, la Corea risente del mancato foraggiamento della vecchia URSS, e quindi si trova costretto ad aprire le frontiere ad organizzazioni umanitarie e successivamente ad attività straniere che portino nel suo paese “valuta pesante” come viene chiamata la valuta estera. E’ inutile, credo, aggiungere che, a detta di molte delle organizzazioni umanitarie, la Corea è il paese con il più basso rispetto dei diritti umani, e per questo e per i casi di corruzione che incisero sugli aiuti umanitari, enti come per esempio Amnesty International hanno abbandonato in periodi alterni la Corea come atto di protesta. Questo è sommariamente, decisamente troppo sinteticamente lo ammetto, quello che bisogna sapere per capire di che cosa sta parlando Guy Delisle. 

“Pyongyang”, Guy Delisle – Rizzoli Lizard
L’arrivo in aeroporto
Percepire che cosa comporta vivere a Pyonyang non è affatto semplice ma sicuramente diventa, parzialmente, più facile seguendo la visita di lavoro, durata due mesi, nel 2001 di Delisle. Un paese di circa 24 milioni di persone che sono blindate dentro i confini al 38° parallelo e rischiano ogni giorno la vita. Una spilla dimenticata, una parola fuori posto, uno starnuto partito non volendo, possono decretare la loro fucilazione. Ma c’è un altro fattore da considerare: la dittatura e la precedente reggenza come “segretario di partito” hanno fatto sì che intere generazioni di nordcoreani crescessero già inquadrate sin dalla nascita, in un sistema che prevede la distorsione della storia reale e il culto dell’odio verso l’America. Avete presente quei cristiani ortodossi che si vedono nei film o i testimoni di Geova quando vi devono convincere che il loro credo vi salverà l’anima? Ecco, ogni coreano che entri in contatto con uno straniero si sentirà in dovere di raccontarti la sua verità e leggere “Pyongyang” è un po’ come provare a farsela raccontare nella speranza che sembri abbastanza verosimile da giustificare tutto questo. 

“Pyongyang”, Guy Delisle – Rizzoli Lizard
La mancanza di luce al calar del sole
Da un certo punto di vista è più facile seguire Guy invece dei resoconti decisamente raccapriccianti dei fuggitivi che mi è capitato di ascoltare o leggere. Lui guarda con gli stessi nostri occhi stupiti ciò che gli si svolge di fronte, fa battute mentali, rimane basito e incuriosito. Ma i disegni raccontano anche di più di quello che scrive: un potere che tutto vede e che tutto sa, che tiene alla celebrazione dei sui leader già da quando metti piede in Corea del Nord, che si nutre di fantasmagoriche costruzioni di palazzi e di monumenti e che, per mancanza di materie prime, letteralmente scompare al calar del sole quando l’energia elettrica viene tolta a tutti, tranne che agli alberghi che ospitano gli stranieri e al compound delle associazioni umanitarie. È l’immagine che mi ha colpito di più perché rende l’idea di quanto questo potere possa essere debole e ottuso. L’immagine di Kim II-Sung, che viene riportata con quella del figlio ovunque (sulle spillette che tutti devono avere, in ogni stanza, in ogni via, agli angoli delle strade) svanisce come inesistente a testimonianza che decenni di embargo possono oscurare anche lui.

Seguendo Delisle non solo scopriremo che all’epoca, per le immagini secondarie dei cartoni animati, molte ditte come quella francese per cui lavorava lui, subappaltano in Corea questa produzione massiva inviando i loro rappresentanti a rivedere in loco tutto il lavorato prima che venga consegnato in sede, ma vedremo anche come difficilmente chi viene da fuori vedrà i disegnatori, che verranno invece informati dal traduttore o da un direttore presente ai controlli e che riporterà le modifiche da fare. Quindi di passaggio in passaggio, traduttore-direttore-disegnatore, le informazioni si perderanno costringendo il responsabile della società appaltatrice a rivedere più e più volte le stesse scene. Questo senso di assenza di umanità varia sul lavoro, è una costante che si ripete ovunque vada in questi due mesi: assenza di persone sulle strade, l’eversivo fumettista che impone ogni volta di camminare per ritornare in albergo al suo traduttore/guida e all’autista che li seguirà in macchina a passo d’uomo vedrà pochi coreani, assenza di visitatori nei musei, nelle metropolitane, in altri edifici pubblici  che sembrano allestiti solo per essere essi stessi messi in mostra. E come fanno 24 milioni di persone, circa 200 per km quadrato, a sparire totalmente a non palesarsi? Non ci sono cinema, nemmeno palestre che vengano utilizzati in autonomia ma solo per eventi propagandistici ma ci sono un sacco di volontari. Le poche volte che Delisle riesce a notare qualcuno è perché impiegato a fare, di sua “spontanea” volontà. “Volontariato”, lo ripete in continuazione ogni volta che vede una persona per strada intenta ad armeggiare, che taglia l’erba nei prati, ripara le strade e i palazzi oppure ripulisce qualche piazza o sito pubblico. 
24 milioni di persone che vivono sempre in attività: se sei impegnato non pensi e se non pensi non diventi sovversivo, semplice no?

“Pyongyang”, Guy Delisle
Fonte: Douglas Ernst Blog
Non pensavo che questo libro mi avrebbe così coinvolto; dall’anteprima avevo voglia di vedere come andava a finire, questo sì, ma non avrei mai immaginato di essere affascinata da un resoconto di viaggio per giunta in Nord Corea. Delisle è riuscito laddove molti altri testi che mi sono passati sotto le mani hanno fallito. Il suo cipiglio sovversivo, ma non aggressivo, quello di uno che se la cerca presentandosi in dogana con 1984 e che gioca con i suoi lettori, di quando in quando, con “cerca il sovversivo” riuscendo così a farti percepire le piccolezze sulle quali Kim II-sung e il figlio basano il loro potere è al contempo disarmante e istruttivo. Raccontano, insieme ai particolari buttati lì a mo di appunto la dualità di un potere che si divide fra modernità e vecchie forme di governo dittatoriale. Da un lato la profonda attenzione alla comunicazione verbale e rituale che tende a mettere chiunque nella condizione di tutti gli altri, l’attenzione all’allestimenti di scene di vita come chi viene da fuori si aspetta o altro. In questo mi ricorda il Mussolini raccontato da Bonsaver, quello che guardava al particolare ma era incapace a guardare al disegno generale per essere un leader non da medaglia ma per davvero. Dall’altro l’esercizio indiscriminato del potere sulla vita e la morte di chi lo circonda, a seconda dell’umore e dell’opportunità, o anche per futili motivi ricorda molto Stalin con la sua paura di perdere il potere acquisito. In questo è profetico l’ingresso della storia con 1984, che aiuta a capire il livello di inquadramento, che l’ora dell’odio non è più un’ora e non serve ricordarlo quando te lo inculcano da ragazzino, che le immagini di disperazione per la morte di Kim II-sung sono reali perché gran parte della popolazione da quasi un secolo non ha visto nemmeno una briciola della realtà del mondo che circonda la Corea del Nord.

Il grandioso e stupefacente tributo a Delisle
di Andy Deemer e Michelle Woo
riportato su Asia Obscura
Camminare fra le strade di Pyongyang è quindi un evento eccezionale e anche interessante se visto attraverso gli occhi e le immagini di Delisle. Carpire quanto le persone ci mettano a rispondere ad una domanda quasi ingenua è sorprendente come lo è altrettanto percepire l’ansia per un possibile cambio di programma non previsto. Seguirlo nei suoi atti “sovversivi”, di girare di notte quando c’è il coprifuoco, per intravvedere nel buio i coreani che cercano di arrivare in luoghi sicuri, oppure essere nella sua camera d’albergo quando prova ad accendere la radio, ci fa sentire quel brividino del fare una cosa vietata in barba ad un potere che, si spera, non possa andare oltre la porta della tua camera d’albergo. Sapere che si mangerà male, nonostante si sia in un albergo per stranieri, perché in Corea il cibo scarseggia e per mangiare qualcosa di decente ti devi servire in spacci speciali, vietati ai normali coreani, che accettano “la moneta pesante” ti da la percezione di quale livello di limitazione insista nella vita di un’intera nazione tranne per chi, per vicinanza al potere costituito, può avere molto più degli altri. In questo, l’autore, riesce egregiamente e non ti scolli più dal libro finché non finisce. Non ci sono uccisioni o situazioni cruente, ma ci sono molte verità e pochi giri di parole sullo stato in cui versava la Corea nel 2001. I disegni sono in bianco e nero, sono essenziali, diretti. Le tavole più grandi hanno raramente una descrizione ma ti lasciano subire il fascino dell’allestimento e lo sbigottimento verso invece la reale verità. Dopotutto, nonostante il potere costituito ci tenga a mostrare i colori, come simbolo emblematico di gioia, il colore si perde, nel mare di cemento che è destinato più alla rappresentanza che all’utilità ed emblematico di una facciata che potrebbe nascondere molto meno di quello che millanta. Dopo il 2001, sono seguiti alcuni documentari, che come per gli spostamenti di Delisle, risentono degli accordi e delle limitazioni imposte per la realizzazione dei filmati. 

“Scene dal confine”, un fotogramma estrapolato dal documentario
“The propaganda game”. E’ qui che suona più falso.Questo è quello che
dovreste vedere al confine della zona demilitarizzata oltre la
quale c’è la Corea del Sud. Difficile crederlo.
Fonte: K-Magazines
Una lista abbastanza corposa della top dieci dei migliori documentari la troverete su Escapist (5) e di questi, “The Lovers and the Despot”, lo troverete su Netflix dove è presente un documentario che nella lista non compare: “The propaganda game“. E’ un documentario controverso perché il permesso di filmare è stato ottenuto attraverso l’intercessione dell’unico straniero, di origine spagnola, che lavora per il dittatore coreano. L’accordo fa si che, come si dice all’inizio ci sono delle limitazioni nel filmare luoghi e persone e nelle interviste. Quindi in una serie di articoli, tra cui uno del Guardian (2) viene definito quasi vago e lascivo delle questioni più rilevanti e invece più esaustivo, per non dire assertivo, riguardo propaganda e dittatura. Eppure, The propaganda game“, un merito ce l’ha: se lo si guarda dopo aver letto il libro di Delisle saltano all’occhio un sacco di cose. La differenza fra guide inquadrate e convinte, che hanno una risposta per tutto e quelle meno esperte che gestiscono anche i più piccoli cambi di programma come una catastrofe nucleare. È evidente quel secondo di paura che hanno i coreani quando uno sconosciuto domanda anche una cosa banale, perché la risposta potrebbe costar loro la vita, lo spazio vuoto nelle inquadrature impreviste e quel senso di comparse messe apposta per riempire un luogo che anche Delisle ipotizza. Stessa cosa Avviene in “The big brother” (4) in cui si può vedere dal vivo il rituale imposto a chiunque in Corea, stranieri inclusi, di omaggiare le statue di Kim II-sung e del figlio di un mazzo di fiori, che si trova anche nel libro di “Pongyang”. Infine c’è anche un libro, che ho letto lo scorso anno, e che mi chiedevo come raccontarvi di Codice Edizioni che si chiama “Come siamo diventati nordcoreani” di Krys Lee, di cui a questo punto vi parlerò prossimamente. Il libro in questione tratta solo marginalmente la questione politica coreana ed è più specifico riguardo la situazione dei fuggitivi che passano per il confine cinese, ma è sicuramente un libro da leggere.

Infine come già anticipato sulla pagina facebook di questo blog, che non sponsorizzo mai, se tutto ciò non vi ha convinto, andate a vedere l’anteprima digitale e non vorrete più smettere di leggerlo fino all’ultima pagina. Questa magia, il libro di Delisle, ce l’ha.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Documentazione per approfondimenti:
(1)Dear Pyongyang (2005) Fandor
(2)The propaganda game (2015) wikipedia, Netflix, Guardian
(3)Intervista a Guy Delisle (Internazionale a Ferrara, 2017) Internazionale
(4)The big Brother (2015) Youtube
(5)La top 10 dei documentari Sulla Nord Corea Cinema Escapist 

Pyongyang
Guy Delisle
Rizzoli Lizard, ed. 2013
Traduzione a cura di Francesca Martucci
Collana “Varia”
Prezzo 16,00€

Fonte: LettureSconclusionate

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