"Come tessere di un domino", Zigmunds Skujinš – Bello ma…

Il libro di oggi non è malvagio, anzi, sono due storie che si svolgono in due periodi storici differenti e che, in momenti diversi dello scorrere della trama, ti prendono e fanno sì che tu rimanga ancorato al libro per vedere come va a finire. Da un lato un ragazzino, suo nonno e uno strano fratello che vivono i tempi che precedono l’invasione della Lettonia – dalla Russia prima e dalla Germania Nazista poi – insieme ad una zia governante e una padrona di casa Baronessa di origini ebree, l’altra si svolge intorno al 1700 e vede un’altra Baronessa destreggiarsi tra Riga e la Russia della Zarina Caterina II, al seguito del Conte Cagliostro alla ricerca di risposte. Lei ha perso il marito in guerra, eppure non si rassegna alla sua morte visto che è partito poco dopo che si sono sposati, reclamando con forza la sua vita da moglie prima di doversi rassegnare a vivere quella da vedova. In mezzo misteri, la politica fallimentare di una Russia ieri dominata dalle manie di una donna e oggi dalle limitazioni del potere comunista.
Eppure questo lavoro, anche se, in alcuni punti della seconda storia ricalca un p’ i toni e le atmosfere di Puškin che tanto mi piacevano, ha qualcosa che non lo rende eterno.

Premettiamo che non sarei in grado di dirvi la differenza tra il lettone e l’italiano, ma temo che in parte sia dovuto ad un diverso modo di concepire le frasi e in parte dovuto a come è stato costruito questo romanzo. Credo di aver rotto le scatole a chiunque mi sia capitato a tiro mentre lo leggevo, ma il mio dubbio sulla concezione delle frasi viene dal fatto che il testo viene spezzettano in enunciati che non sempre sembrano stare a galla da soli e che, per contro, in un italiano corrente starebbero nella metà dei periodi che invece vengono utilizzati. Sì, lo so, la traduzione deve essere il più fedele possibile, ma per chi legge quanto è scritto deve essere scorrevole altrimenti la lettura diventa un po’ ardua. Così, dicevo, ogni tanto ti capitano a tiro pezzi come questo:

[…]Era forse per riequilibrare le cose che il governo autonomo possedeva la meraviglia delle meraviglie: una gigantesca Rolls-Royce, quasi un teatro d’opera su ruote. Si raccontava che anni prima fosse stata l’orgoglio dell’ambasciata cinese a Berlino. Quando la Germana si alleò col Giappone la rappresentanza cinese a Berlino fu chiusa. Non si riuscì a vendere la bizzarra automobile perché ingollava benzina a fiumi. Divenuta sempre più bizzarra – dotata di un generatore di gas alimentato a legna – arrivò infine a Riga.[…]

Come tessere di un domino, Zigmunds Skujinš  (Iperborea)

Con il mio modo di fare sarebbero venute fuori due o tre frasi, magari più lunghe e articolate e invece tutta questa frammentazione interrompe la fluidità del racconto che, in altri punti, scorre piacevolmente e armoniosamente. E io mi aspettavo molto peggio visto che, stando a Wikipedia, questo romanzo è uscito quando lo scrittore aveva 73 anni, nel 1999. Invece mi ha regalato il piacevole sapore di quel Puškin che ricordo di aver letto da ragazzina perché era un libro da grandi (solo per le fattezze del libro fisico all’epoca, per me inizialmente era solo un romanziere come tanti altri me ne erano capitati che però utilizzava un sacco di nomi di personaggi impronunciabili). Del “modo” puskiniano ha quella leggerezza e precisione che utilizza per dipingere le opulenze in cui si svolge la vicenda del moderno “Barone dimezzato”. Il dramma di una donna che vuole, in funzione del suo ruolo, e combatte contro la sua natura di donna che sente il bisogno di un contatto umano, anche se di natura carnale, e che cerca anche delle risposte su un marito per capire il proprio futuro. A farle da contraltare l’immagine della Zarina, donna brusca e annoiata, che ha un problema e svogliatamente si rivolge al Conte Cagliostro il quale arriverà, in una Mosca  d’altri tempi con tutta la sua baracca di spiritualisti. Si svolge tutto all’interno di stanze sontuose ora addobbate di tutto punto e in piena luce ora nascoste in penombra, se non al buio completo, definite negli spazi dai sussurri degli partecipanti all’evento esoterico. 

È questa la storia che ti prende da subito, ti avvolge e quasi quasi surclassa l’altra. Ti viene voglia di saltare i capitoli per capire come vada a finire e le vicende del bambino con il suo strano fratello, un nonno con una grande collezione di cappelli, cavalli e carrozze funebri, che vivono in un maniero diviso a metà fra loro, e convivono con Baronessa e zia governante, e un aviatore la cui figura si svela solo in alcuni punti cruciali, diventa quasi d’intralcio. 
Per contro dopo la metà del libro la vicenda del 1700 si appanna un po’ e, nelle varie fasi dell’occupazione l’attempato autore ci mette del suo dopotutto, il secondo conflitto bellico, lo ha vissuto in prima persona e ha anche combattuto. E’ in questo momento che la vicenda della Lettonia moderna prende vita e le situazioni che si susseguono una dopo l’altra incalzano il ritmo della narrazione, lo stile si raffina e, seppure descrivano eventi cruenti e crudeli, il ricordo è quello di un  ragazzino che vede e non riesce a capire appieno quel che gli succede intorno ma al contempo riesce bene a raccontare le sensazioni e gli umori che lo circondano. 
Il mondo bucolico in cui fino ad allora aveva  vissuto si sgretola, ma oltre conoscere i “modi” dell’invasione e in suoi tempi, è in grado già da allora di carpine – anche se non sempre coscientemente- i limiti. L’ignoranza, l’uniformazione, la delazione, la solitudine, la paura cementano le immagini che man mano scorrono sostituendosi al verde, alle persone tranquille, alle abitudini e agli sguardi. È quel periodo in cui la parte nord della Russia, che poi si allargherà fin dentro le regioni Baltiche, individua in questi luoghi il posto giusto dove mettere coloro che per grado e per lignaggio non possono morire nei Gulag ma che al contempo per gli stessi motivi, accompagnati da quelli politici o religiosi, vengono puniti e spediti al confino.

In questo punto si potrebbero anche confrontare le due voci completamente diverse e che avranno due percorsi molto distanti fra loro ma che  hanno entrambe scritto di questi luoghi in età adulta. Una è quella di Skujinš che mette nei ricordi del giovane bambino lo stupore per tutta l’ansia di uniformare e indottrinare il pensiero dell’invaso attraverso la cancellazione della cultura che va a prevaricare. Quasi fosse necessario annullare per poter dichiarare al mondo di esserci e di avere il potere. L’altra è quella di Salamov che a 64 anni scrive nel 1971 le sue memorie di gioventù a Vologda (La quarta Vologda), a circa 1.200 km da Riga, ricordandosi di una società fatta di nostalgici e fiduciosi di essere reintegrati. Il punto di vista che vive Salamov è quello dell’occupante, anche se lui è nato lì. Ed è un po’ come confermare una sensazione che il libro si Salamov ti da all’inizio e che in “Come tessere di un domino” trovi verso la fine: occupanti e occupati non sono così diversi in quei momenti. Due mondi diversi, sicuramente, anche perché nel caso di Salamov, la sua Vologda, non è ancora toccata dai conflitti bellici, ma che in comune hanno, come detto, il forte sapore del confino – cosa peraltro strana nel caso del ricordo lettone-, e il senso di temporaneità e non di stabilità.

A questo libro sicuramente manca un collegamento certo per il finale. Le due storie si congiungono in un labile e appena sussurrato raccordo facendo rimanere il dubbio della necessità della storia del 1700. Non è una storia epica, ma è un bel lavoro piacevole da leggere e interessante nel disegnare mondi assai lontani nello spazio e nel tempo e nel saperlo fare con una certa maestria. Un libro da leggere e da consigliare ma ben tenendo presente i difetti e i limiti che ci sono, non posso negarlo.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Come tessere di un domino
Zigmunds Skujinš 
Iperborea, Ed. 2017
Traduzione a cura di Margherita Carbonaro
Collana “Narrativa”
Prezzo 18,50€

(LettureSconclusionate)

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