"La guardarobiera", Patrick McGrath – L’arte dell’ossessione….

Opera di Ron Mueck, “Mask”
Articolo Tirso Valli , L’undici (Maggio 2013)



Se fosse facile tutti potremmo farlo. E invece scrivere cercando di svelare temi particolari in maniera interessante, facile, non lo è affatto. Ancora più difficile è distaccarsi dal momento o argomento perfetto finanche si tratti di stile. Credo che sia il dilemma di ogni scrittore che scriva un libro da tutti marcato come capolavoro è che ha il terrore di distaccarsene. Succede a gente come Saviano, che non riesce a scrivere che di mafie e succede anche a McGrath con Follia. Quello di cui parliamo oggi è proprio un lavoro così, La guardarobiera, che per alcuni versi è anche riuscito, ma per molti altri manca dello smalto della spontaneità. Da come se ne parlava sembrava un ritorno con il botto… e invece è un po’ una lambretta. Sicuramente una bella storia che però si perde nelle intenzioni dell’autore di ripetere atmosfere interiori che già furono protagoniste in Follia: la donna, s’è capito, è facile da scegliere come protagonista nella sua complessità, un po’ perché si sa, “donne, chi le capisce!” e poi perché le donne leggono, non tutte ma molte, e se conquisti una donna per la tua arte, questa non t’abbandonerà più. Doppio investimento? In parte sì, perché gli uomini di McGrath appaiono sempre meno spessi o consistenti; diventano una scusa per girare le situazioni che volgono alla stagnazione oppure come maschere per rinvigorire un dolore o uno spasmo.


E così, a cinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ci ritroviamo in una Londra ancora distrutta e martoriata, dal razionamento e dagli effetti dei bombardamenti. Siamo nello specifico ad un funerale. La salma è stata salutata per l’ultima volta e chi l’ha conosciuto è al ricevimento in sua memoria. Lui era Gricey, conosciuto attore teatrale che lascia una moglie, capo guardarobiera in un teatro, e una figlia che si è sposata da qualche anno con Julius. Julius è molto più grande di lei e prima aveva un suo teatro, che ha perso in un bombardamento, e che ha deciso di rimanere comunque nel campo reinventandosi come produttore teatrale. A questo gruppo di parenti ristretti si aggiunge quella che, da alcuni, viene definita come sorella, da altri la cugina e dai più malevoli una “chissà che ci fa con lui”. È una donna scostante, a volte brusca e peggio in altre estremamente confusa, che parla spesso in tedesco e che in realtà è un’ebrea, fuggita dalla Germania nazista, che Julius ha aiutato a salvarsi portandola da Parigi in Inghilterra. In questo ricevimento molto strano, le voci che, ora ci sono e poi spariscono – ne riparleremo dopo-, ci fanno capire che questo gruppo di persone si distingue dalla massa non solo per il grado di parentela e conoscenza ma anche per un’ombra gettata sulle cause della morte di Gricey. Quello che colpisce, invece, gli astanti ignari è il dolore composto della vedova, una donna così bella e signorile, che non molla per un secondo il suo atteggiamento austero. Quello che non sanno è che lei a casa avrà un bel da fare con quello che è il guardaroba del suo defunto marito, perché lì vede il mezzo per riaverlo indietro, toccando e annusando, nonché prendendosi cura dei suoi vestiti. E il guardaroba ad un certo punto si comincerà a svuotare, come man mano il dolore della perdita di un congiunto smette di mozzarti il fiato.

Ogni pezzo non solo segnerà un allontanamento, ma anche una nuova certezza o sguardo alla figura mitizzata del marito e il passaggio al successivo pezzo, alla successiva analisi e infine scoperta. Mezzo perché questa via crucis si avveri è il sostituto di Gricey in teatro. Il Malvolio che cammina sulle tavole di quel palco, ha così ben imitato il marito che ne potrebbe interpretare anche il sostituto nella vita vera, cominciando con l’indossare i suoi vestiti. Comincia come un aiuto ad uno squattrinato, poi diventa il mezzo per cancellare ciò che di lui era meglio non sapere.
Questo è in sostanza da dove si parte a raccontare. Donne complesse e contorte, strettamente legate alla loro privacy, che vedono nella mancanza, un elemento destabilizzante, incapaci di opporre a questo vuoto alcunché di costruttivo. Eppure da come ce le presenta madre e figlia hanno avuto un discreto successo e sono rispettate da tutti. Ma di questa contrapposizione fra prima e dopo, McGrath non se ne fa cruccio, la usa come perno per evidenziare meglio la rottura che avviene nell’anima della vedova. Per una parte dello svolgimento la storia è anche pertinente e, sebbene situazione e ambientazione siano differenti, viene quasi naturale sentirsi in un dejà vu. Ma ad un certo punto la trama si ferma, rallenta e la vedova sembra non aver più motivazioni per essere disperata, il Malvolio per essere il sostituto, la figlia per nascondersi al marito e via dicendo e se ne accorge anche lui e aggiunge necessarie spiegazioni che possano rivoluzionare lo scenario.

E tutto invece torna appannato, come nel finale allungato di Follia, solo che qui non sono poche pagine, i personaggi fingono nevrosi che non sembrano verosimili ma di facciata, le paure diventano di plastica e ti sembra che la magia sia persa per sempre. Torna ad essere una storia normale, un modo per leggere una cosa scritta bene, se sorvoliamo sulla traduzione un po’ bislacca e libertina (a parte le “iii” per indicare III che mi dicono essere una probabile “scelta di redazione” e per me sono un grossolano errore in italiano, abbiamo un bel “mento feroce” e una serie di enunciati che non stanno in piedi da soli ma ricalcano in maniera pedissequa l’originale in inglese), e che ha un inizio alla fine. Ma questo te lo aspetti da un autore qualunque e non da McGrath; da lui ti aspetti anche un libro complesso, che parli anche di altro ma che ti rapisca come fu per l’ossessione di una donna che vive il suo amore distruttivo, quasi per continuare a gioire del male che si fa. Quindi si spera che la prossima sia migliore. Ci sono autori che per tutta la vita ti conquistano come le loro belle storie, ce ne sono altri che continuano a sbagliare e sarebbe naturale dire “Vabbé lascio stare…”. Il problema è che, fra questi ultimi ce ne sono alcuni che, nonostante gli svarioni o le storie che non vanno ogni volta per un motivo, tu seguirai sempre lo stesso; non è legato alla “mania della crocerossina” delle donne, ma piuttosto al fatto che, nonostante tutto, per un pezzo della storia o in momenti particolari sanno ricreare magie e mondi che quelli sempre bravi non riusciranno mai a tangere e tu continui a leggere nella speranza che la prossima storia sia quella davvero perfetta.  Fino ad oggi in questa categoria, per me, rientrava solo Scarlett Thomas. Ho scoperto con questo libro che si è aggiunto Mcgrath, senza il mento feroce però…

Ah dimenticavo, le voci. Mentre in follia il resoconto è del medico curante qui ci sono le voci, si parla sempre al plurale, quasi in un coro greco a commento di una tragedia. Qui, quella che potrebbe essere considerata un’innovazione rispetto l’arte greca, fallisce. Le voci compaiono e scompaiono senza un motivo e non riescono a donare il naturale ritmo al susseguirsi delle vicende. Cessano di essere voci a commento e sembrano soltanto ricoprire quelle del gossip facilone e disturbante, nicchiando a questioni che non verranno né risolte e tanto meno spiegate. 
Buone letture,
Simona Scravaglieri

La guardarobiera
Patrick McGrath
La Nave di Teseo, ed. 2018
Traduzione a cura di Carlo Prosperi
Collana “Oceani”
Prezzo 19,00€

Fonte: LettureSconclusionate


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