[Dal libro che sto leggendo] La guardarobiera

Fonte: Pinterest

Avevo dimenticato di aggiungere il [Dal libro che sto leggendo] dopo la recensione de “La guardarobiera” per permettere, a chi voglia farsene un’idea, di sbirciare qualche riga in maniera da capire se è il suo genere o no. Come detto in quell’occasione il giudizio, decisamente tiepido,  è dato da una che ha letto “Follia” e che decisamente si aspettava altro. Immutabile è il fatto che Mcgrath abbia un dono, peccato che così sia un po’ sprecato.

Siamo a cinque anni dalla fine della guerra in una Londra ancora distrutta e che è divisa in due anime: i nostalgici fascisti e tutti gli altri. In questa atmosfera decisamente bigia e pesante, un attore muore, lasciando una moglie, capo guardarobiera di un teatro,  una figlia, attrice decisamente famosa e, infine, un ruolo, quello di Malvolio. In queste pagine si svolge l’ennesima tragedia di due donne che devono razionalizzare il dolore della perdita e confrontarsi con il ricordo del loro congiunto che, improvvisamente, non è più come lo vedevano ma ha nascosto loro molte cose.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

 


L’attore Charlie Grice era morto. Un fulmine a ciel sereno, e quella bella società, gli uomini e le donne del teatro londinese, si era radunata per il funerale. Era il gennaio del 1947 e una giornata di freddo pungente a Golders Green. Ci assiepammo nel cortile del crematorio ed eravamo così tanti, una volta entrati nella grande cappella, che i ritardatari dovettero restare fuori. Un tutto esaurito: be’, Gricey non si meritava di meno. Sul fatto che avrebbe scelto Golders Green, invece, qualche dubbio lo avevamo. Vera, la figlia, indossava un paio di occhiali scuri e un cappotto nero di pelliccia. Attrice anche lei, sembrava provata e si tenne stretta per tutto il tempo al braccio della madre. La madre era Joan Grice, anche lei in nero e con il velo. Non particolarmente simpatica, Joan, ma come non provare pena per lei, quel giorno? A detta di tutti era stato un matrimonio felice. 
Abbiamo sentito descrivere Joan Grice come una donna stupenda. Una donna di straordinaria bellezza, senz’altro, e formidabile. Aveva i capelli neri senza un filo d’argento. Li portava tirati all’indietro con una certa severità, per meglio gettarsi sul mondo come una falce, era stato detto. Alta quanto il defunto marito e di corporatura snella, il viso era pallido e scolpito, col mento alto, i lineamenti modellati in una pietra bianca e dura; l’effetto certe volte era ieratico. Ma, oddio –ci rincresce dirlo –aveva i denti inguardabili! Gialli, neri alla radice e tutti storti. E come capita a molte inglesi era forse questa l’origine della spigolosità del suo carattere, ossia della sua profonda riluttanza a sorridere. Ma se la lingua sapeva essere velenosa, la mente era lucida, anche nei fumi dell’alcol. Nel lavoro poi, direttrice di un guardaroba costumi, Joan era una delle migliori di Londra. 
Per i propri abiti prediligeva una buona stoffa nera e tagli antiquati, magari accesi da un tocco di argento al collo o al polso. Con l’ago, quando doveva usarlo, poche erano più brave e veloci di lei. Un po’ di imbottitura, una sforbiciata, una piega, uno spillo, un punto –un rimasuglio di pizzo –e riusciva a trasformare il capo più anonimo in qualcosa di elegante e prezioso. Sotto il cappotto indossava una giacca squadrata con le spalline e una gonna aderente. Le gambe fasciate di pura seta. 
Joan era orgogliosa del proprio lavoro e pretendeva che anche chi lavorava per lei rispettasse i suoi stessi elevati standard. Al marito aveva sempre cercato di risparmiare, non sempre riuscendovi, la devastazione che era capace di infliggere ai comuni mortali. Quando però c’era di mezzo la loro figlia –ossia quando si trattava di Vera –era un leone. La maggior parte dei presenti le era nota, tranne alcuni –noi lo sapevamo chi erano, oh sì –che Joan non aveva mai visto, di sicuro non era gente di teatro, ma del resto Gricey aveva frequentato di tutto, criminali compresi. C’era Sir John Brogue, e in forma discreta, Joan si era spesso presa cura dei suoi costumi, e c’era Madame Anna Flitch, tutta in bianco, un vago sorriso sulla faccia malamente incipriata mentre distribuiva gigli, e dove diavolo se li era procurati i gigli in quell’inverno di austerità? Era venuto anche Ed Colefax, e poi Jimmy Urquhart, per nulla imbruttito da un soggiorno in galera, le amiche di lunga data Hattie Waterstone e Delphie Dix –la vecchia ballerina ormai su una sedia a rotelle –e naturalmente Rupert, al verde, dicevano, ma sì, parecchi della vecchia guardia, quelli che erano sopravvissuti alla guerra… e pensare che Gricey se li stava perdendo. Si sarebbe divertito da matti. 
Vera nel frattempo teneva ancora gli occhiali scuri, avvinghiata al braccio della madre mentre si dirigevano verso la cappella, ed era chiaro quanto la povera ragazza fosse in difficoltà. Così alta e graziosa, una donna più statuaria della madre eppure così fragile quel giorno, davvero straziante, ci venne da pensare. Il marito di Vera era Julius Glass, l’ex impresario, un uomo segaligno, dalla carnagione giallognola, una ventina d’anni più anziano di lei, le stava alla sinistra e aveva accanto Gustl Herzfeld, un’ebrea rifugiata che si diceva lui avesse salvato dai nazisti, un soggetto molto, molto interessante. A Hattie si era presentata come la sorella di Julius ma avevamo i nostri dubbi. Sembrava francamente improbabile. Julius era austero e guardingo, incombeva sulle sue donne come una specie di airone palustre giallo. Che cosa Joan provasse per lui quel giorno lo si poteva soltanto immaginare, ma correva voce che Julius e Gricey non fossero in rapporti idilliaci –per usare un eufemismo –si diceva addirittura che Julius fosse lì sui gradini, quando Gricey era caduto.

Questo pezzo è tratto da:

La guardarobiera
Patrick McGrath
La Nave di Teseo, ed. 2018
Traduzione a cura di Carlo Prosperi
Collana “Oceani”
Prezzo 19,00€



– Posted using BlogPress from my iPad

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