"American Window", Alissa Torres – L’importanza di spiegarsi…

Fonte: Angriest



Come dicevo qualche mese fa nel caso di PyongYang di Delisle, sono decisamente nuova nel mondo della grapich novel e mi muovo un po’ con i piedi di piombo. In particolare perché, sebbene sarebbe infinitamente più facile scegliere storie leggere, io da un libro pretendo sempre che mi lasci qualcosa. E nonostante il fatto che, le tutte le storie lette sin qui, mi sia fatta guidare dai consigli di editori ed amici, in questo caso la scelta è stata proprio persona e, con “American Window”,  mi sono resa conto in seguito di aver sottovalutato il tipo di messaggio che avrebbe potuto lasciare. Vuoi per la presentazione stringatissima del libro e vuoi per il tema, ero convinta che si parlasse dell’undici settembre come evento a sé stante e invece no, qui c’è tutt’altro. E non è un male, anzi, quello che ho trovato è decisamente più interessante di quel che pensavo ed è anche un bel messaggio di speranza, non solo per i sopravvissuti alle torri e ai familiari delle persone che hanno perso la vita in quella occasione, ma anche per chi, come me, questa cosa l’ha vista compiersi in televisione, quasi fosse una serie TV.


Questa è la storia di una donna e del suo piccolo che sta per nascere. Una mattina come tante, suo marito si alza per andare al lavoro. Lui è stato appena assunto, è un po’ emozionato e anche un po’ orgoglioso e sollevato di poter continuare a guadagnare in attesa che nasca il suo pargoletto. Lui esce e non tornerà mai più, perso fra le rovine di un disastro che ha gelato il mondo, cristallizzando l’attimo che ha modificato le vite di tutti. A lei non rimane nulla. Questa è la storia degli impatti di un evento del genere in una società civile e democratica basata su leggi e burocrazia ed è forse un suggerimento su come il nostro limite non stia solo nel prevenire eventi del genere ma, sopratutto, nella gestione degli effetti sulla vita di chi resta.

Se mi chiedessero perché consiglio questo libro me verrebbe da dire: “per imparare a vivere”. Ero sinceramente convinta che, dopo le prime battute relative ai fatti come li abbiamo vissuti anche noi, ci sarebbe stato del profondo dolore e una rinascita. Non è esattamente così quel che qui è raccontato, infatti, il tragitto da percorrere dallo sgomento alla rinascita è una continua via crucis. L’evento in sé è eccezionale, e questo lo sappiamo e lo comprendiamo tutti; l’impossibilità di ritrovare fisicamente i nostri cari da un cumulo di macerie, come dicevo in un pezzo scritto per un calendario natalizio di Impressions chosen from another time, è complesso da elaborare: sai che non tornerà, ma il fatto di non averlo seppellito fa scattare quel meccanismo perverso del “E se fosse ancora vivo?”. A questo fattore si sommano la consueta impossibilità di capire cosa fare, solitamente in ospedale trovi qualcuno che ti guida, ma la macchina di psicologi, e le associazioni di supporto, messa in piedi dallo stato americano non era pronta a gestire un evento di così grande impatto.

Ne viene fuori un quadro disastroso, fatto di depressione e di ricerca di riconoscimento dello status del morto: che era appena assunto, quindi per qualcuno non merita di avere alcun rimborso, che era straniero, e quindi senza diritti e chi più ne ha più ne metta, etc. È una storia volutamente lenta, proprio a simboleggiare la fatica dell’affrontare tutto questo senza delegare e senza riuscire a spiegarsi. Spiegarsi qui è una parola importante perché duale: 
– spiegarsi, come raccontarsi e auto fornirsi delle ragioni sul perché tutto questo sia successo;
– spiegarsi con gli altri, che nonostante riconoscano l’evento eccezionale si aspettano che la ripresa sia commisurata a quelle che hanno visto per eventi di portata inferiore.
La questione ancora più si complica quando queste due situazioni si soprappongono gelando nell’immobilismo chi li vive e portando la percezione del suo blocco, come opportunismo, come è avvenuto un anno dopo. Da un lato c’è l’esigenza della politica di creare un linguaggio funzionale che dia rassicurazioni ai cittadini su quello che si sta facendo e dall’altro questo messaggio troppo rassicurante non rivela i bachi del sistema e chi rimane invischiato diventa uno che naturalmente viene individuato come un perditempo.

Diciamo che quando pensate ad “American Window” dovete pensare ad un libro che racconta di un amore spezzato, di uno nato e è anche una storia di protesta lasciata a futura memoria, nella speranza che nessuno possa più concepire di peggio, a chi ne avesse bisogno. E in questo colpisce nel segno, a distanza di tre mesi dalla lettura, non solo ricordo perfettamente quello che ho pensato sfogliandolo, ma anche quello che mi sarebbe piaciuto sapere in più da Alissa, riguardo la sua autobiografia in immagini, come ad esempio, perché questo stile e non un altro. 
Il libro infatti in alcuni punti presenta tavole bicolori e in altre è completamente in bianco e nero, lo stile dei disegni di Sungyoon Choi non è “asiatico”, la distribuzione nelle tavole sembra – a me che ci capisco poi poco quindi non prendetelo per oro colato – americana. Comprendo la differenza del tipo di tavole “bianco/nero/” e colore a sottolineare momenti emozionali diversi, concordo sul fatto che questo tipo di fumetto rende perfettamente “l’aria americana della storia”.

Mi è proprio piaciuto, l’ho letto in un paio d’ore e non cambierà la vostra idea o percezione dell’evento in sé e nemmeno delle persone che ancora oggi ne gestiscono gli effetti. Forse nello sguardo a questi problemi ci sarà meno pietismo e più comprensione o meglio una predisposizione ad ascoltarsi e anche a spiegarsi. 
Buone letture,
Simona Scravaglieri

American Window
Alissa Torres
Rizzoli Lizard, ed. 2011
Traduzione a cura di Anna Aglietti
Prezzo 18,90€

Fonte: LettureSconclusionate


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