"Artico nero", Matteo Meschiari e "Groenlandia- Manhattan", Chloé Cruchaudet – Cronache terribili ma bellissime…

Fonte: Framepool

Mi sono lungamente interrogata su come parlare di questi due libri comprati in periodi diversi ma per motivi correlati. Il primo ad arrivare, a dicembre dello scorso anno fu “Artico nero”, ad attirarmi la copertina – l’editore è uno di quelli da cui puoi comprare saggistica e narrativa anche ad occhi chiusi – e una sinossi che non lasciava trasparire poi più di tanto. Una lettura “meravigliosamente” “#mainagioia”, come si usa dire, da questo libro non esce vivo nessuno, nemmeno per sbaglio. Ma attenzione, nonostante la cupezza che macchia i panorami bianchi di neve e di ghiaccio questo saggio è un crescendo che porta non solo a girare panorami oramai desolati dell’artico ma che trabocca alla fine in una poesia insperata che toccherà tutte le corde della nostra anima. Non è un libro perfetto nella sua costruzione, nemmeno affabile perché non ti accoglie con gentilezza, anzi è tutto l’opposto e in alcuni punti addirittura ti senti abbandonato da uno scrittore estremamente preciso nel snocciolarti numeri, nomi di tribù e situazioni che hanno generato la desertificazione, anche culturale, dell’artico dai popoli che per secoli hanno abitato quelle zone.

Meschiari non vi dirà con gentilezza perché si arriva a tanto perché il suo obiettivo non è quello. Il problema è che sono così lontane dalle cronache storiche a noi più note che è facilissimo dimenticarsene: hanno nomi strani di cui la pronuncia è incerta, abitavano zone remote che facciamo fatica ad individuare con una certa scioltezza e molte volte le azioni fatte su questi popoli sono lontane nel tempo e legate a fatti a noi non noti. Quindi invece di partire con una retorica che tocchi le punte più alte della, passatemi il termine, “lagna dell’annientamento” Meschiari sceglie i fatti. Elencati e snocciolati per le prime tribù. Metodi di annientamento, la perdita della cultura di questi popoli e il loro annientamento nell’inserimento sociale in luoghi e comunità a loro estranei senza tener conto dell’impatto fisico e psicologico ma tenendo ben presente il tipo di sfruttamento che si voleva fare di quelle terre. 

Dicevo, questo saggio è un crescendo, perché ad un certo punto senti che la partecipazione emotiva di chi scrive comincia a essere presente nelle pagine fino ad un punto culmine in cui l’autore stesso, mischiando la leggenda con i canti rituali delle popolazioni crea un’atmosfera tale in cui senti realmente e capisci empaticamente che cosa si perde nell’annientamento culturale di tribù che non abbiamo mai visto e né conosciuto e, confesso, è davvero difficile da spiegare a parole. Il senso generale è che la perdita non è solo della comunità che la vive ma di tutti e l’unico evento che abbia generato una sensazione simile che io conosco è l’11 Settembre. Se scavate nella vostra memoria emozionale di quegli attimi, quel vuoto e senso di bilico che avete sentito in quel momento, increduli di quel che vedevate, è una sensazione molto simile allo sgomento che dovremmo avere per l’annientamento culturale dei popoli minori che non solo nella civilizzazione perdono l’identità, da cui potremmo attingere per modificare i nostri limiti sociali, ma sopratutto l’impatto ecologico che questo ha. Prima di leggere questo libro ero particolarmente convinta che l’asserzione in un film molto famoso come “Matrix” fosse la migliore descrizione possibile della civiltà umana: in sostanza l’agente diceva la prigioniero che la comunità umana è un virus che infetta e distrugge ogni luogo che abita. E in effetti quello che vediamo, viviamo e su cui dibattiamo oggi è una questione molto simile.

Dal libro di Meschiari viene fuori che l’impatto sull’ecosistema è stato devastante, prima ancora dello sfruttamento vero e proprio, propio dallo spostamento di popolazione che in quei luoghi erano perfettamente inseriti nel ritmo della natura. Così come il sole sorge e tramonta, così l’uomo attraverso leggende e credenze spirituali si inseriva nel ciclo naturale in maniera completamente adeguata al posto che doveva ricoprire.
E’ un libro terribile di devastazioni e di morte ed è al contempo immensamente bello e coinvolgente nel suo essere partecipe e sensibile alla perdita. Pure questo, come il libro di cui abbiamo parlato mercoledì è un libro che si svela nella sua totale bellezza solo verso gli ultimi capitoli, in parte per la partecipazione emotiva di un autore che parte saggista e ad un certo punto diventa narratore e in parte anche grazie al fatto che di alcune storie si ha più documentazione rispetto ad altre. Ma è un giro da fare, quasi da imporsi, per riscoprire l’umanità sommersa che abbiamo ma che la vita moderna ci porta a tralasciare a favore di altre cose, che da un certo punto di vista, sembrano immensamente futili.

Minik e i suoi compagni di viaggio
Fonte: Artic Encounters

Tra le storie di Meschiari c’è anche quella del popolo inuit e in particolare la storia di Minik, suo padre e altri quattro uomini che nel 1897 sbarcarono a New York. Avevano seguito il grande esploratore Robert Edwin Peary curiosi di scoprire il mondo da cui veniva. Il loro viaggio fu un viaggio di morte; estranei alle malattie delle civiltà nord americane, non resistettero all’impatto del clima e dei virus. Prima morirono gli adulti e molto dopo anche Minik che nel frattempo aveva toccato con mano l’impatto dell’annientamento culturale e della perdita di identità. Non era più un Inuit nonostante le sue radici fossero ben salde e non era nemmeno cittadino della nuova civiltà. Questa storia ce la racconta nel dettaglio, romanzandola per quanto si può, Chloé Cruchaudet utilizzando la formula della grapich novel e allegando in fondo, oltre alla bibliografia anche un buon numero di immagini originali dell’epoca. Disegni semplici, essenziali, colori mai netti accompagnano Minik da un mondo all’altro sottolineando lo stupore e lo sgomento di un ragazzino nel comprendere quale dicotomia stia vivendo. Sembra quasi di vedere le stesse immagini della civilizzazione cristiana forzata del Sud America. La lingua, il galateo, il vestiario, la cultura, il rapporti personali e pubblici, cessano di essere simboli di civiltà divenendo imposizioni implicite per essere accettati o ascoltati. E, in questo, non v’è nulla di civile.


Riguardo questa storia Chloé Cruchaudet, rimane per lo più neutra nello scambio di dialoghi e nel rapporto di Minik con chi incontra ma non riesce a non essere partecipe sottolineando i momenti cardine con una serie di immagini ferme spesso con viste prese da lontano o dall’alto sottolineando la partecipazione al continuo isolamento e perdita dell’anima di Minik. A questo fa eco la particolareggiata rappresentazione della società americana di fine ‘800, le fastose e caotiche strade, l’attenta rappresentazione non sono degli usi e costumi ma anche dei rapporti, fra uomini e donne, fra uomini e l’ignoto o la scoperta, e la totale leggerezza di esploratori come Perry che, alla ricerca della facile fortuna, distrussero non solo vite che considerava inferiori ma ignorò completamente la cultura che aveva di fronte trattandola come chiusura mentale di paese di provincia. La scoperta, l’importanza della stessa, nella realtà del tempo perde di peso alla morte degli esemplari viventi, nella contemporaneità invece perde di significato nell’ignoranza che limita l’osservazione a favore dello spettacolo da baraccone.
Anche questo è un libro davvero interessante da leggere e meglio se, come è avvenuto con me, lo si fa in combinata con Artico Nero.

Sono questi i libri che mi piacerebbe leggere sul tema della settimana del #maggiodeilibri e di #BlogNotesMaggio vertevano sull’HT de #VogliamoLeggere. Mi piacerebbe riuscire ad integrare facilmente le letture, ma non sempre è facile, vuoi perché dovrei conoscere tutti i cataloghi, cosa quanto mai complessa, e vuoi perché spesso a contributi di valore si affiancano spesso copie che cercano la vendita e non sono fatte per una lettura attenta e curiosa. In questo caso sono stata fortunata, da un lato con Exòrma e dall’altro Fandango, mi sono affidata a CE serie e che conosco da tempo per il loro catalogo di qualità.
L’unico e ultimo consiglio è solo di non lasciarvi irretire da come iniziano, ma di lasciare a questi due autori l’opportunità di conquistarvi con i loro resoconti, perché se è vero che spesso la realtà supera la fantasia è anche vero che le pagine della Storia, messe in mani capaci, riescono a superare per bellezza e partecipazione anche il romanzo più acclamato.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Fonte: LettureSconclusionate


Prima dei riferimenti dei libri vi metto il calendario degli interventi previsti per #BlogNotesMaggio:

Librangoloacuto che ha cominciato Lunedì 

Selvaggia con il suo video Martedì mattina

Valentina de La biblioteca di Babele Martedì pomeriggio

Mercoledì eravamo qui a LettureSconclusionate

Giovedì mattina siamo stati a casa de La leggivendola
Giovedì pomeriggio da Daniela di Appunti di una lettrice
Venerdì mattina saremo da Angela Cannucciari 
Venerdì pomeriggio qui a LettureSconclusionate
Domenica sera chiudiamo la prima settimana con Paola Sabatini special guest qui a LettureSconclusionate
Vi invito a seguire sui social tutti i blog e i canali per rimanere aggiornati e in aggiunta vi segnalo anche il blog di #blognotes libri, il Tè tostato di Laura Ganzetti Maria Di Cuonzo, Andrea di Un antidoto contro la solitudine, Diana di Non riesco a saziarmi di libri, Dada who? Francesca de Gli amabili libri e ultima, ma solo in elenco, Barbara Porretta di Librinvaligia




Fonte: LettureSconclusionate

Artico nero
la lunga notte dei popoli dei ghiacci
Matteo Meschiari
Exòrma Edzioni, ed. 2016
Collana “Scritti traversi”
Prezzo 14,50€





Fonte: LettureSconclusionate








Groenlandia- Manhattan
Chloé Cruchaudet
 Fandango-Coconino Press, ed. 2010
Traduzione a cura di Donatella Pennisi Guibert
Collana “Coconino cult”
Prezzo 18,00€

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