“Il Canaro”, Luca Moretti – Delle mille sfumature dell’onore…

Per quelli che mi conoscono la lettura della storia del “Canaro” non deriva direttamente da percorso multimediale postato qualche settimana fa su Marco Giallini, anche se tange almeno per il luogo e per una citazione di Franco Giuseppucci -alias “il negro”- della banda della Magliana (cosa che ho scoperto peraltro ieri sera prima di leggerne il nome nella storia di cui parliamo oggi guardando del tutto casualmente, uno speciale di La7 su Massimo Carminati). Io, al Canaro, ci sono arrivata grazie al mio libraio, della Libreria Adeia, che ha tolto il segnalibro dal libro che stava leggendo e me lo ha porto dicendo “Lo devi leggere!”. 
L’ho acquistato con la promessa di leggerlo al più presto e dal 19 Maggio l’ho aperto questa settimana. 

Della fine degli anni ’80 io ho pochi ricordi, il più forte è quello dell’87: ricordo mia madre che, inspiegabilmente si presenta a scuola verso le dieci per riportarmi a casa. Ricordo la fatica di cercare un modo per spiegare a me e a mio fratello che c’era stato un assalto ad un portavalori e che, nello scontro a fuoco con i rapinatori, erano morti due carabinieri, uno dei quali faceva di cognome “Scravaglieri“. E siccome all’epoca quando facevano le radiocronache non erano così specifici nel dire il nome, non si chiamava come mio padre, il lavoro, mio padre non faceva il carabiniere e tantomeno  lavorava nei dintorni della Portuense. L’ansia dei miei era concentrata a tranquillizzarci e a tutelarci. Quindi io, del Canaro, il Pugile e altro non sapevo proprio nulla. E con questo spirito, ovvero la mera curiosità, ho aperto questo libello di RedStarPress di 123 pagine che, per questioni di vicende, non sono esattamente una passeggiata di salute. 

Contestualizziamo. Siamo nel quartiere della Magliana, una sorta di inferno, quello da cui nascono tutti i quartieri popolari fatti di gente che viene un po’ a dovunque. Un collega di ufficio mi ha spiegato che i primi progetti risalgono dallo sgombro massivo fatto per aprire la strada che va dal Colosseo all’Eur, per il quale, le case venivano buttate giù e la gente veniva messa in alberghi, rossi per chi avrebbe avuto al più presto un nuovo alloggio e gialli per chi sarebbe stato in attesa un po’ di più. Poi era venuto il fascismo, poi la guerra, poi il boom economico e alla fine l’arrivo dei palazzinari. 
Quello che prima dietro aveva un progetto, divenne poi luogo di sfruttamento e di deriva sia dei romani che cercavano un’altra vita e sia di chi arrivava senza arte e né parte a Roma e finiva comunque lì in cerca di un alloggio di fortuna. Dalla Magliana, una volta entrato, pare sia difficile uscire. È come fosse un grande paese dove tutti si conoscono e sanno che fa uno o l’altro ma tacciono, non tanto per senso di omertà ma di sopravvivenza. Il Canaro arriva in questo mondo da adolescente. Studia lavora, si fa persino assumere in Enel e conquista quella che sarà sua moglie e l’amore di tutta la vita. Vivono insieme e si sposano.
Ma lui ha un caratteraccio, è un uomo mite e tranquillo, ma che scatta facilmente. Non gli piacciono le prediche e i soprusi. Quando finalmente trova la sua definizione, nel negozio di toeletta per cani, il Canaro ha fatto tutta una serie di furti per trovare i soldi per aprire l’esercizio commerciale ma il suo lavoro impara a farlo talmente bene che la gente comincia ad andare a portare cani con piacere.
È con la comparsa del Pugile, il suo continuo sfottò, la violenza che il Canaro incamera rabbia cui non da sfogo per amore della sua famiglia. Ha un segreto, lui e la droga si conoscono quel tanto che gli basta a rimanere tranquillo e mai troppo per non dare nell’occhio neppure a sua moglie. Ma alla fine non ce la fa più.
E la sua vendetta si consuma mettendo fine alla vita del suo aguzzino.  

C’è anche molto altro in questo libro ma questo ve lo dovete leggere da voi. Per quanto mi riguarda però questo lavoro non avrà un’alta votazione perché ha due pecche evidenti. E’ vero, è narrato in prima persona e l’autore ci tiene a far dire più e più volte che in carcere il Canaro ha letto molto e in parte ha anche studiato grazie al “Professore” che lo ha anche istigato a scrivere come unica forma per capire a fondo quel che ha fatto e venirci a patti. Ma la forma in cui è scritto questo libro a tratti gli dona una voce troppo elevata, quasi poetica, che stride non poco con il modo con cui il Canaro si racconta.
Si vede che non è scritta per essere raccontata in prima persona e questa dicotomia rimane dalla prima all’ultima pagina.
La seconda pecca è invece nell’unico capitolo che racconta della violenza. Il Canaro fa più dichiarazioni davanti a chi lo arresta, sotto evidente effetto degli stupefacenti, e a queste ne aggiunge una serie successiva che risente delle evidenze che gli sottopongono magistrati e avvocati in cui le 7 ore di sevizie, che sono tanto piaciute ai giornalisti, si ridimensionano all’esame autoptico in un’ora circa. Il capitolo in questione è dedicato alla prima versione ed è talmente pedante nella descrizione dei particolari da vanificare quello che sembra essere, fino a quel capitolo, l’obiettivo dell’autore di questo libro, ovvero una “storia di una vendetta”.

La storia della vendetta si perde nella violenza e ai più non rimarrà uno spaccato di due vite dannate e rotte che si incontrano e da cui uno ne esce morto, cosa che fino a quel punto, è chiara, evidente e ben documentata, ma rimarrà solo la violenza. Nemmeno tutte le fasi della vicenda processuale riescono a bilanciare quel capitolo, che ha una forza a sé talmente pesante da rimanerti negli occhi per parecchio.
E questo è un peccato, perché, se l’esempio di Gomorra (il libro e non il film o serie o altro) ha insegnato qualcosa, è evidente che qui, quell’insegnamento è andato perduto e si è tornato al sensazionalismo di cui si fa condanna nella seconda parte del libro. Ti rimane solo un capitolo di pura violenza. 

Ha tuttavia dei punti di forza che si trovano nella ricerca delle radici di dannazione di queste due vite: il Canaro non è un santo, ma nemmeno un carnefice. Nasce e cresce in una condizione disagiata senza esempi autoritari che ne forgino il carattere e che limino gli spigoli. In un contesto diverso, in una famiglia diversa e presente, con un’adeguata formazione scolastica avrebbe sicuramente saputo opporre altri mezzi alla vendetta nuda e cruda e non avrebbe pensato a sé stesso con orrore mentre veniva attaccato davanti alla propria figlia, ma avrebbe pensato con orrore all’impossibilità di proteggerla. Sono sfumature, ma sono quelle in cui di percepisce un senso dell’onore, anche se non di tipo mafioso, “deviato” in cui “l’onore” del padre deve essere rispettato davanti agli occhi della propria prole ed è dello stesso stampo dell’onore che si combatte nelle beghe di quartiere fra bande o allo stadio. 
Stesso trattamento di attenzione è anche dedicato nel presentare il Pugile, al netto delle molteplici dichiarazioni della madre. Un ragazzo che era compromesso non tanto dalla sua dipendenza ma dalla sua necessità di essere riconosciuto come un uomo da rispettare. E il suo onore lo cerca nei simboli di un’era che, come Pasolini diceva nelle sue riflessioni sui cambiamenti sociali italiani, si piegava ai modelli americani insinuandosi nello strato della borghesia e creando modelli cui bisognava appartenere per farsi riconoscere socialmente (Scritti Corsari, Garzanti). Anche l’onore del Pugile è un onore malato e sbagliato, che si fonda sulla continua esigenza di essere, e non si limita solo al possedere oggetti ma anche nel consumare le droghe della borghesia, ed è un onore che ha bisogno di tanti soldi per essere mantenuto in vita. 

In questa ricostruzione quindi non si prescinde dai loro lati buoni e non si scende in un facile pietismo sulle ragioni di uno o dell’altro. Si rimane equidistanti analizzando i fattori che hanno contribuito alla creazione di un evento che ha a lungo diviso l’opinione pubblica e anche la giustizia, in particolare sul come “porsi” di fronte alla questione e sulle eventuali attenuanti di cui tener presente. 
L’altro pregio è dato dalla ricostruzione di un ambiente, come quello della Magliana, non solo nei suoi palazzoni ma anche nel vero e proprio contesto in cui si muovono i protagonisti di questa storia.
Il senso di un mondo della fine del ‘900 che oggi sembra lontano anni luce dal nostro e che però viveva secondo dinamiche che ancora oggi sono in uso e che si ripetono dalla notte dei tempi. La conoscenza, la necessità di dare un nomignolo per sapere sempre di chi si sta parlando, l’anonimato e la necessità dello scoop a tutti i costi, la pressione dell’opinione pubblica e l’utilizzo della macchina dei media per dare e avere vendetta. Tutto questo è reso perfettamente, ogni personaggio viene spiegato nelle sue caratteristiche principali come vengono spiegate le sue azioni e i suoi comportamenti. 

Libro da leggere, dunque? Sì, tenendo conto del capitolo in questione che si può spizzicare saltando le descrizioni più truci almeno per chi non riesce a sopportare in scioltezza la violenza, e avendo ben presente per tutto il libro che “Storia di una vendetta” non è guardare solo alla violenza ma a come nasce e quello che poi pregiudica la scelta stessa di vendicarsi.E’ sicuramente una storia da conoscere, al di là dei trafiletti sensazionalistici, e alle ricostruzioni filmiche, che per gli stessi motivi degli articoli dell’epoca, potrebbero non avere gli stessi approfondimenti sociali e culturali che qui, invece, vengono perfettamente spiegati.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 

IL CANARO
Magliana 1988: storia di una vendetta
Luca Moretti
RedStarPress, Ed . 2018
Collana “Tutte le strade”
Prezzo 13,00€  

Fonte: LettureSconclusionate

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