"Guasti", Giorgia Tribuiani – Sottomissione volontaria…

Guasti, Giorgia Tribuiani, Pxhere
E’ la decima volta che riscrivo questa recensione. È la dannazione dei libri che ti sono piaciuti talmente tanto che nessuno dei resoconti che scrivo e riscrivo sembra adeguato. Anche questo è un guasto, perché io è una settimana che tento di spiegare al mondo delle mie amicizie perché dovrebbero leggerlo e,” è bello”, non sembra una definizione che lo racchiuda perfettamente, anzi, gli sta stretta come quelle magliette che dopo il lavaggio si sono ristrette al punto tale da farti venire il dubbio che non siano mai state della tua taglia. Ecco, “Guasti” è un libro piccino che però avrebbe una  taglia extralarge, perché in un piccolo spazio tocca temi di un certo peso, in una ambientazione a dir poco drammatica, ma che viene narrato in una maniera così accattivante che tu non gli puoi rimanere indifferente. È come vedere una pièce teatrale da un punto di vista inconsueto: invece di essere uno spettatore fermo in poltrona, tu, sei al contempo dentro la testa della protagonista e fuori. Non ti è permesso sederti, perché nelle mostre non è mai permesso sedersi è previsto solo che tu guardi e scorri. Ed è proprio quello che Giada non riesce a fare: i suoi guasti non le permettono di scorrere, la fermano in una sala.

Contestualizziamo: Roma, mostra di plastilinazione artistica, ovvero una mostra di corpi umani, o di loro parti, che sono stati trattati con una tecnica che li rende rigidi, inodori e anche eterni. I corpi perdono la pelle, ma si sceglie, a volte, di metterli in posa come stessero ancora facendo il lavoro che facevano in vita.  C’è ad esempio una ballerina, chissà in che posizione l’hanno messa? Ma questo non è per noi interessante, quanto una “rappresentazione” viva di una delle sale al piano di sopra. L’autrice non lo dice, ma da come si svolgono i fatti sembra che la sala in questione sia una di quelle a fine giro. Quelle in cui arrivi all’ultimo e il tuo occhio oramai si è abituato a quello che all’inizio lo stupiva. In questa sala ci sono una teca con quattro polmoni che testimoniano gli stadi dell’inquinamento da fumo, un’entrata da un’altra sala, un’uscita da cui si intravedono le scale e magari un simbolo dei bagni. C’è anche uno di questi corpi, colto nell’attimo in cui sta per fotografare qualcosa, e una donna. È lì dall’apertura e rimarrà tutti i giorni della mostra. È Giada e sta ampliando il concetto di arte portandolo ad un livello superiore. Lei e l’uomo congelato nell’atto di fotografare hanno un rapporto, anzi lo avevano. Una storia seria, lei ne sembra convinta, anche se non si sono mai sposati. Ed è forse qui quello che sembra il guasto principale: lei, quando lui è morto, non ha avuto nessuna delle eredità che l’avrebbero lasciata andare, perché lui se n’è andato ma c’è. E lei è ancora una sua proprietà, come la foto sull’altalena. Non ha avuto una lapide su cui piangere e che segnasse, con la sua chiusura, la fine di qualcosa da rimpiangere e a cui pensare con nostalgia. Lui non c’è, ma c’è è lì e lei è ancora sua.

Ma allora perché “Guasti” e non “Guasto”? Semplice, perché come spesso succede il guasto che ci ferma, è quello finale che deriva da altri precedenti. I guasti, nella cosmologia tutta particolare di questa storia, non ti fermano ma deviano la natura delle persone e la via che si percorre, ti adatti e diventi una persona diversa a seconda dei percorsi che ti trovi a fare e alle persone che incontri e con le quali hai un rapporto. L’elevazione a potenza di questa storia sta appunto qui. Una coppia di due persone una congelata e l’altra viva e vegeta, che non si possono dire addio ma che non possono stare insieme. Sono anche due persone che vivono un rapporto in buona parte malato, lei preferisce lo stato di gregario sotto la luce di lui e lui, in un atto di leggerezza, toglie a lei l’unica eredità vera. È nello scorrere delle giornate di mostra che si svolge questa storia che potenzialmente è ferma lì e se uno va a guardare nelle sfumature, Giada, non è mai dal lato dello spettatore bensì del mostrato. È come se entrambi fossero in mostra e la gente che passa è solo una scusa per interrompere i momenti di introspezione troppo violenti. In questo inferno in cui Giada si è ritrovata non c’è pace perché nel confronto non c’è risposta e così questa Analisi che scava sempre più in profondità, di guasto in guasto, risalendo alle origini è un percorso lento ma inesorabile.

Ma non significa solo questo, lo stare entrambi in vetrina. Va oltre, è la definizione di una volontà; due innamorati si guarderebbero negli occhi, un gregario e il suo riferimento no. È il gregario che guarda il leader e non il contrario. In questa storia che Giada fatica a lasciar andare l’idea dell’amore ha colorato la sopraffazione emotiva e l’ammirazione trasformando un rapporto già nato “rotto” in una convivenza di facciata. Ma è solo quando il leader smette di rispondere che Giada si trova di fronte una libertà che stenta a riconoscere e seguire. Questo perché i gradi di sottomissione hanno costituito gli strati che sono serviti a modellarsi in funzione di quello che Giada pensava ci si aspettasse da lei. E l’ideale a cui si spingeva era proprio quello che odiava di più: una foto.
È una sottomissione volontaria, mai richiesta ma che ha sentito di dovere, e’  l’ennesimo dramma ma anche comodo. Perché in questa sottomissione la nostra protagonista ha potuto trovare un porto sicuro, un’accettazione facile da raggiungere perchè è un’accettazione che si ottiene con atteggiamenti e comportamenti chiari, definibili.

Nel momento in cui cessa l’intercalare di un dialogo, la sicurezza di una presenza, il porto sicuro scompare e ci si ritrova a doversi confrontare con il mondo in cerca di un nuovo porto, di una nuova sicurezza. È a questo punto che i gradi della separazione dalla libertà diventano infidi e perversi: nelle persone che hanno una reale difficoltà di rapportarsi con gli altri e di riconoscere i comportamenti codificati che ci garantiscano l’accettazione il mondo è davvero un posto difficile e per chi si ritrova a doverci rifare i conti è un po’ come tornare bambini e imparare a camminare. Sapere di chi fidarsi, imparare a contare sulle persone non aspettandosi che queste si comportino esattamente come vogliamo noi e via dicendo sono questioni con le quali facciamo i conti tutti i giorni. L’umana necessità di aggregazione cozza sempre contro l’individualità sfacciata nel singolo.

Dopo tutta questa riflessione, a me viene una domanda che verrebbe a chiunque: perché pubblicare un libro così d’impatto, e in un certo senso, di peso in una stagione da ombrellone. Ecco, questo non è propriamente un libro da ombrellone, perché dopo che lo hai letto, fatichi a regalarlo al vicino, anche se non puoi resistere dal consigliarglielo. Perché questo lavoro, nonostante ci trasformi in quello che racconta – il libro è la statua e il lettore che se ne innamora la protagonista, e con lo stesso cipiglio della statua anche il libro ci tiene un po’ a distanza- è scritto nella stessa tensione e ritmo degli umori della protagonista. In questa narrazione che passa dal pensiero alla parola detta senza soluzione di continuità, avviluppa il lettore in una spirale perversa da cui quando si riemerge si rimane con il fiato in gola. Ti verrebbe da dire che magari avrebbe potuto allungarsi un po’ sul finale o narrare che succede dopo ma, poi, fermandoti, ti renderai che è perfetto così, perché come è nato narrando di un fotografo congelato nell’attimo di fotografare, il finale così pensato e scritto è una foto, è quell’attimo che il fotografo stesso, se fosse stato in vita, avrebbe voluto fermare.
E una foto, da che mondo e mondo, e come dice anche Giada non racconta il prima e il dopo di chi sei, ma solo quel secondo, perfetto e irripetibile e lo ferma a memoria futura.
È sicuramente per questo che il libro non lo cederete.
Un libro davvero consigliatissimo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Guasti
Giorgia Tribuiani
Voland Edizioni, ed. 2018
Collana “Amazzoni”

Prezzo 14,00€

Fonte: LettureSconclusionate

2 thoughts on “"Guasti", Giorgia Tribuiani – Sottomissione volontaria…

  1. Non lo conoscevo. E' senza dubbio particolare, devo ammettere che tutta la situazione della mostra mi ha lasciato un po' interdetta, ma l'introspezione della protagonista invece mi convince di più. Hai ragione, non mi pare una lettura estiva, ma alla fine non tutti i libri pubblicati in questa stagione devono essere per forza frivoli o leggeri.
    Capisco la tua sensazione di non riuscire a trovare le parole adeguate per un libro che hai amato, ma in questo caso hai reso bene l'idea del romanzo.

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  2. Grazie! È stata un'impresa scriverla anche per evitare troppe anticipazioni. Sono felice che abbia reso l'idea! Dacci uno sguardo se ti capita vedrai che ti catturerà!
    Buone letture,Simona

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