"Giorni tranquilli a Clichy", Henry Miller – Più nero che bianco…

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Il libro di oggi è uno dei regali di compleanno, graditissimi peraltro, che ho ricevuto per il compleanno di quest’anno e si inserisce perfettamente in un percorso di lettura a zig zag che seguo da anni – sei per la precisione – relativo al primo novecento francese che tanto ha dato, nelle varie discipline artistiche dalla scrittura alla nascente arte filmica, alla cultura mondiale successiva. Tutti andavano a Parigi e Parigi era il crocevia per tutti e il punto di riferimento per vivere le nuove tendenze culturali. È qui che Henry Miller ambienta intorno al 1924 un paio di racconti lunghi raccolti nel libro “Giorni tranquilli a Clichy” ambientato nei vicoli di Montmartre fra quelle stradine strette e tortuose che si nascondono dietro i boulevard nei cui bar si raggruppavano artisti spiantati in cerca di fortuna e di amore e prostitute in cerca di spiantati facoltosi da spennare.
È una Parigi decisamente differente da quella raccontata dalla Monnier, la Beach e la Sterne, ma anche dalla Cohen (nel suo excursus parigino in Un incontro casuale) è quello che avviene quando le serrande delle librerie si abbassano per la chiusura e i salotti culturali finiscono e gli artisti tornano verso le loro case.
 
Joey e Carl sono due scrittori, il primo è americano, l’altro si foraggia lavorando per un giornale. E queste storie raccontano le loro scorribande amorose e alcoliche  nelle fredde nottate parigine fra l’umanità di ogni genere che rinasce al calar del sole popolando le strade, i bar e i ristoranti della città. Perdizione, amori futili e ricerca di quella scintilla che possa farli scrivere “Il Romanzo” che li porterà alla fama.
Non c’è altro che possa dirvi se non che a commento della storia compaiono numerosissime immagini di Brassaï in bianco e nero che sono davvero  intense.
Il libro è stato scritto nel 1940 quando Miller tornò dal suo soggiorno parigino in America ed evidentemente la “metafora” è una cosa che non interessa l’autore. quello che c’è qui è più una lunga galleria di quadri di mostri in cui l’umanità mettendo in mostra il peggio di se mostra anche la propria vulnerabilità quasi fosse l’unica cosa vera che ci contraddistingue e ci rende più veri. Le donne che si alternano fra lenzuola e pranzi sono perdute e sono vinte. Alcune hanno scelto la vita che fanno perché non hanno alternative e altre hanno rinunciato a combattere per cercare un amore perché la sopravvivenza viene prima.
Le scene si seguono una via l’altra e nemmeno l’accenno frequente allo scolo o ad altre malattie veneree ferma l’attenzione dell’autore fra questi due fronti, chi ha e chi chiede, si ferma.
Ha solo un attimo di tentennamento su immagini di donne che stanno pericolosamente camminando oltre il confine degli ultimi. EÈ un po’ come se il guardare in faccia queste donne di cui non riesce a decifrare nemmeno un secondo di pensiero gli permettesse di guardare un “oltre” che può conoscere solo chi muore.
 
Mi sono interrogata perché questo androne dell’inferno io lo trovi mille volte meglio de “Il factotum” e la risposta è articolata e non legata al percorso di lettura che sto seguendo in maniera discontinua. L’androne dell’inferno di Miller non mi fa sentire presa in giro. Bukowski ha un modo di scrivere che invece mi fa sentire l’ennesima allocca che è finita nella rete di coloro che finanzieranno la prossima bevuta e le prossime immagini sconce che decreteranno come capolavori. Per Miller l’atto sessuale, ripetuto, ricercato è l’ennesima morte. Una morte temporanea che però svuota il corpo di quell’anima pesante che l’artista si porta dietro lontano da casa. La coscienza si alleggerisce ed è di nuovo pronta ad affrontare un’altra giornata come se fosse appena atterrata in terra straniera. L’atto è confuso e volutamente greve e breve proprio perché, in fondo, è solo un tramite.
In questo modo l’umanità di chi riversa e di chi prende si perde dentro la notte e si confonde con il buio nella speranza che il giorno non arrivi presto ad illuminare le miserie degli androni delle case.
Ha anche una qualità questo libro, che pochi imitatori sanno cogliere. È scritto in maniera scorrevole, evita la pedanteria, e ha un ritmo ben preciso ma mai disuguale. È davvero come se stessi camminando e ti capitasse di vedere una scena dietro l’altra senza fermarti. Ti permette di scrutare nei bar, nei ristoranti e nelle strade senza che quel che succede modifichi la tua traiettoria sensuale o personale, ma che ti rimanga solo come esperienza, quella di aver visto quel che si nasconde nell’ombra.
 
Un libro davvero bello e piacevole, per quel che si può, da leggere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri
 
Giorni Tranquilli a Clichy
Henry Miller
Adelphi Edizioni, ed. 2018
Traduzione a cura di Katia Bagnoli
Collana “Piccola Biblioteca Adelphi”
Prezzo 18,00€
Fonte: LettureSconclusionate
 

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