“Tabù”, Giordano Tedoldi – L’anfora, il tempio e i cocci…

Di solito quando mi appresto a parlare di un libro, tendo a focalizzare l’immagine che mi ricorda la storia o anche il modo di narrare. Nel caso di “Tabù” di Tedoldi, al di là dell’abile suggerimento della Tunuè in copertina della turritella, a me vengono in mente due posti di Roma antica: il cosiddetto Tempio di Minerva Medica e il “monte dei cocci” di Testaccio. Tra i due luoghi ci sono circa 5 km di distanza e leggere “Tabù” è stato un po’ come fare una lunga passeggiata in un passato recente, in una generazione e in una serie di tabù. E visto che la storia è complessa ed è altrettanto complesso spiegarla, soprattutto senza togliere il gusto della scoperta al lettore, bisogna affrontare tutto questo percorso con il cipiglio del turista che, non solo guarda e fotografa, ma anche un po’ si informa.

Il tabù di Tedoldi ha inizio in un momento qualsiasi della vita di Piero. Non è un ragazzino, ma nemmeno un attempato signore, è un bell’uomo e insegnante di Filosofia in un liceo, che ha un unico cruccio: Emilia. Lei non è altro che la moglie del suo migliore amico che, poco prima di sposarsi con Domenico, ha avuto un attimo di debolezza e lo ha cercato per sanare le sue paure. E’ stata quell’unica volta che, vuoi per la situazione strana o vuoi per il feeling che c’era nell’aria fra i due, che in Piero è nata la necessità di averla a tutti i costi. Lei, messa di fronte al corteggiamento, si è defilata il giorno dopo e lui è tornato alla sua routine di amante di Dolly, focosa spagnola, compagna di Marco che sa di essere tradito ma che non ce la fa a lasciarla. Insomma la storia inizia così con una serie di tabù violati: lui e la voglia della moglie dell’amico, lei e la paura di legarsi all’amico e l’altra che tradisce lui con uno che lui conosce. I tabù non finiscono qui, ma con il passare del tempo si ingigantiscono o si riducono fino ad un punto in cui tutta la situazione cambia e cambia il ruolo degli attori stessi all’interno dei tabù violati.

Perché quindi partire dal Tempio di Minerva Medica? Perché nella mia memoria di studente di architettura, con quel monumento mi sono imbattuta in una tecnica costruttiva delle cupole che non conoscevo: le anfore laterizie. Nel testo che avevo in mano si diceva che alla base della cupola, oggi mancante, si poteva vedere la tecnica costruttiva per la quale la curvatura  veniva fatta grazie alle anfore laterizie infilate una nell’altra e poi ricoperte. Ecco la trama di questo libro si nutre di tre file di anfore infilate una nell’altra in salita: i tabù, l’etica e la filosofia. In questo frangente i tabù sembrano ingigantirsi man mano che si sale verso l’alto, l’etica è quella cosa che in parte ferma o dissuade dal proseguire sulla strada del tabù violato  e la filosofia è invece il mezzo per capire. Ci sono un sacco di riflessioni sul rapporto, sulla differenza tra appartenesi o possedersi o anche sulle motivazioni dell’esigenza di confessarsi. Ma in una cupola l’arco sale e, prima o poi, deve scendere così all’apice della trama tutta la situazione cambia, compresa la voce narrante. Tutto si trasforma, praticamente si semplifica e filosoficamente si complica.

Le tre costole discendenti non sono identiche alle precedenti: quel che si vede non è più quello che prima era certo. La voce narrante diventa più raffinata, la filosofia assorbe anche quella componente insita nelle generazioni italiane fino agli anni ’80, in cui la fede cattolica è un’imposizione ed è parte integrante del filtro attraverso cui si guarda al mondo. Le questioni si complicano perché l’etica non è accompagnata dall’analisi filosofica laica, avulsa da tutto il retaggio cattolico che porta con sé una miriade di regole e altrettante scappatoie ipocrite. Così una morte violenta condannabile secondo il senso laico, potrebbe non esserlo ora in funzione della motivazione che ha istigato il gesto di chi ha commesso il reato. In questo mondo nato in modo anomalo e che continua in un modo altrettanto anomalo, si arriva ad una fine insperata, per certi versi insoddisfacente. Questo perché da una costruzione così complessa uno si aspetterebbe ben altro e invece il classico colpo di scena c’è già stato e la contrazione delle azioni, da parte dell’ingresso di nuovi attori o del ritorno di quelli che non ci dovrebbero essere, fa apparire a volte la situazione confusa e le scelte insensate. Tutto quello che era chiaro diviene più opaco, le spiegazioni sono di convenienza e non eticamente e filosoficamente ponderate. E’ come se in quel punto di massima estensione della cupola la discesa sia la specchio della salita. Quello che era a sinistra ora è a destra, e via dicendo.

Perché il Monte dei cocci allora? Perché di anfora, in anfora e di tabù violato in tabù violato si costruisce questo monte dei cocci dove l’immagine di un gruppo di persone appartenenti ad una classe borghese, con una storia borghese all’apparenza e ipocrita in segreto, si sgretola. L’opacità delle situazioni, l’ampollosità quasi vuota della narrazione, la comodità dell’adattamento di regole alla bisogna e della creazione di giustificazioni opinabili, corrispondono un po’ ad una discesa negli inferi terreni dove tutti i sentimenti che c’erano nella prima parte, giustificabili o no, scemano lasciando il posto a necessità più grevi e terrene. I personaggi minori quasi spariscono, quelli predominanti invece degenerano velocemente. Quindi quel finale che sembra insoddisfacente è invece perfettamente pertinente a questa parabola discendente e diventa l’ingresso ad un cimitero che raccoglie le spoglie di una storia sociale e familiare fallimentare e deviata in cui il fallimento non è rappresentato dalla violazione del tabù, ma da come è stato vissuto il tabù stesso. Si può scegliere di vivere un tabù in piena libertà ma solo ricreando una nuova serie di regole che nascano su quella decisione oppure ci si ritroverà a violare quelle del mondo che definisce quella situazione proprio come una cosa condannabile; nessuno dirà che quest’ultima sia una strada preclusa, ma il risultato quasi certo è l’isolamento e l’annientamento di chi lo vive e di chi gli sta accanto.

Sono rimasta più volte perplessa, non lo nascondo, leggendo  questo libro. In parte perché proprio lo stile di scrittura, seppur non modernissimo, è uno di quelli che potrei definire da “comfort-zone”.  Il problema era che la costruzione di cui abbiamo parlato oggi, la vedi solo a lavoro ultimato e quindi per tutto il romanzo segui un po’ alla cieca i personaggi senza sapere benissimo dove stiate andando. In più la gestione della contrapposizione tra apparenza e realtà ti fa sentire ad un certo punto un po’ tradito perché arriva sostanzialmente tardi e senza anticipazioni. Non è piacevole ma è funzionale a dividere le costole che salgono da quelle che scendono. E’ un libro indubbiamente un po’ macchinoso dove in alcuni punti avrei gradito un po’  di leggerezza in alcune riflessioni o dialoghi, ma che mi è piaciuto. Non è di certo un libro da ombrellone ma è un lavoro che richiede attenzione. E’ come quando vai a visitare una città, se la vuoi vivere fino in fondo, non vai a giocare al parco dei divertimenti ma sistematicamente studi e utilizzi i percorsi più adatti a vedere il più possibile della zona. Ecco Tedoldi e il suo Tabù va preso così, come una città da visitare e come un luogo che potrebbe sparire e quindi necessita di tutta la tua attenzione. Attenzione di cui ti ripagherà sicuramente, come ha fatto con me.

Buone letture, Simona Scravaglieri

“Tabù”, Giordano Tedoldi – Tunué, Ed. 2017, Collana “Romanzi”, prezzo 14,90€

Tabù, Giordano Tedoldi
 Fonte: LettureSconclusionate

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