“La costola di Adamo”, Antonio Manzini – Il delitto perfetto… #MarcoGiallini #2

Nel post precedente avrei voluto inserire questa foto, ma purtroppo il libro che ha fra le mani è quello di oggi e quindi ho dovuto soprassedere. Qui Manzini sembra molto rassicurante e l’immagine che da di sé è in contrasto, invece, con quello che si trova ad affrontare il suo protagonista nella storia che ci apprestiamo ad analizzare. Spicca anche un altro aspetto di Schiavone, il suo protagonista, e il fare sottile ed elegante dell’autore gli regala, nelle presentazioni che mi è capitato di trovare in rete – e che giuro cercherò di inserirvi prossimamente-, un grande apprezzamento proprio dal pubblico femminile. 

Il libro di oggi parla di donne, di violenze domestiche e della solitudine che ne deriva; si occupa anche di immigrazione e di forme di integrazione che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e non ci soffermiamo nemmeno a considerare. Parla anche un po’ dell’autore, attraverso l’amore per i libri e la lettura, ma anche molto della generazione degli anni sessanta e di uomini che guardano al mondo ancora con fare gentile, anche se non sempre, all’apparenza, “gentile” è il primo aggettivo che ti fanno venire in mente.

In questa storia ci sono tre donne protagoniste tutte con storie personali diverse: c’è Ester la vittima, la sua amica libraria e la domestica di Ester della bielorussia. Sono tre donne molto diverse che entrano in contatto per motivi diversi ma che hanno ampio spazio in questo romanzo.

Irina è in Italia da qualche anno e fa la domestica, il suo compagno è un musulmano che viene da un luogo completamente opposto a quello in cui lei è vissuta, lui ha un banco di frutta e verdura al mercato. Insieme vorrebbero costruirsi un futuro insieme, e in parte hanno già cominciato convivendo, ma non si possono sposare. La religione glielo impedisce; i parenti di entrambi non gradirebbero la rinuncia al credo religioso in favore dell’amore. Irina, una mattina come tante apre questa storia. Sta andando a casa di Ester in bicicletta anche se c’è ancora neve ai bordi della strada. Arriva, parcheggia, sale ed entra in casa. Il caos regna sovrano in salotto, ma è in cucina che Irina capisce che non è frutto di una litigata o di una festa e corre fuori spaventatissima urlando che ci sono i ladri. È un maresciallo dei carabinieri a venirle, suo malgrado, in aiuto, chiamando la polizia e attendendo l’arrivo delle forze dell’ordine.

Quando Schiavone entra i ladri non ci sono, ma nello studio c’è Ester che pare essersi impiccata. “Pare”, perché in effetti ci sono alcune incongruenze in questo suicidio e Schiavone se ne accorge dopo un po’. Non ci mette tanto perché da subito sente che c’è qualcosa che non va e mentre cammina verso un bar, nel libro, o mentre aspetta l’arrivo della scientifica con Fumagalli (il medico legale) nel film ripercorre in continuazione quei pochi secondi della scoperta del corpo ossessivamente. Il punto è il cortocircuito e sarà quello che si domanderà e ci domanderà praticamente per tutto il libro.
C’è anche l’amica di Ester, ma la sua storia la dovete scoprire da soli.

Una delle cose che chiedono più spesso a Manzini, se non contiamo la curiosità su cosa e quanto ci sia dell’autore nel vice questore, è se, prima o poi, Schiavone si innamorerà di nuovo. Io mi aspetto sempre che, stufo di sentirselo chiedere, prima o poi risponda alla maniera della protagonista della serie di video di Educazione cinica. Ma lui non è il tipo ed educazione vuole che si sia disposti e disponibili verso i propri lettori anche quando ti verrebbe da chiedere: ma di tutto il giallo costruito ad arte, di tutte le declinazioni noir inserite in incastri perfetti, dello sguardo al sociale così profondo e che cerca di tirare fuori le emozioni dietro la cortina di omertà e silenzi, lei, davvero sente solo la mancanza dell’attimo rosa? Che poi, nota di colore, a quanto pare è Il Problema di buona parte dei giallisti, thrilleristi e scrittori noir italiani contemporanei a quanto pare.

In fondo la situazione del protagonista è proprio quel riferimento di base che permette di confrontare quello che dovrebbe essere normalità, ovvero il rapporto tra due persone che si amano, con quanto di brutto si possa nascondere oltre la porta di casa. Mettere Schiavone in condizione di vivere una normalità diversa e reale lo esporrebbe ai soliti litigi, perché non c’è, perché non ha risposto al telefono, non ha fatto la spesa e via dicendo, situazioni che smorzerebbero in buona parte la forza del personaggio. Quindi questa necessità di romanticismo è un po’ tanto fuori luogo (magari poi scopro che l’ha fatto ed è riuscito nell’impresa di non deludere le mie aspettative e quelle delle lettrici succitate!).

Anche se poi Rocco ha comunque delle storie disastrose, che evidentemente sono l’ennesimo metro di misura per poter osservare un uomo che sopravvive in un mondo che non gli appartiene più; con Nora, la donna che frequenta ad Aosta, è scostante, assente e distante. Identifica persino il rimanere a dormire con lei come appendere il cappello. C’è solo in quell’unico attimo di appartenenza nel sesso, ma per la restante parte del tempo rifugge da una donna che pensa di ricoprire nella sua vita un ruolo diverso da quello dell’amante. 

A far da contraltare arriva il caso di Ester, suicida, che sembra essersi ritirata da un po’ dal mondo. Se uno fa la somma di lei si sa poco, sia chiudendo il libro che alla fine del film. Sai che è sposata, è una donna che ancora non ha raggiunto la mezza età. Si aggiunge anche quell’amica libraia che svela quanto amasse leggere e della sua passione per i gialli, che le avevano fatto venire la voglia di scrivere un libro con un delitto perfetto, e quale dolore sia stato il suo ritiro dal gruppo di lettura per un marito geloso. A far da contorno a tutto ciò, c’è Irina, che venuta dalla fredda Bielorussia ha trovato non solo il lavoro in Italia ma anche l’amore. I due sono presenti il giusto ma non sono tanto visibili, nel libro però esce la semplicità della loro vita, una normalità strappata alla loro provenienza e alle convenienze religiose; la loro casa è povera ma pulita ma il loro amore si esplicita nel tenersi per mano in alcune scene del filmato. Il figlio di lui è un poco di buono, le sue amicizie sono ancor meno raccomandabili e non lo è perché figlio di uno straniero ma come un ragazzo qualunque che nell’età dell’adolescenza ha un rifiuto verso quello che vive e che sceglie di percorrere la strada sbagliata; lo sguardo attento di Schiavone capisce al volo la situazione ma non si sofferma più del consentito, dopotutto è un giallo che richiede indagini. 

Ma è lo sguardo alla storia di Ester che mette a nudo le debolezze che Schiavone nasconde a tutti, l’attenzione verso il gentil sesso, il senso di sconfitta per la mancata prevenzione di un sopruso domestico, quel pugno dato a punizione di quelle botte inferte da un marito che si dichiara “educatore” della propria compagna di vita, è qui che, come donna, ti senti un po’ vendicata sebbene l’atteggiamento sia più virile di quanto certe femministe “accetterebbero”. Non è così marcato ed è veramente interessante vedere questo apparente contrasto fra la concezione dei rapporti universali, una donna non si tocca e va rispettata, con un senso di poco rispetto percepito da Nora ma non compreso da Rocco. Nora non sembra sapere di Marina, il marito di Ester non sa di quel che scrive la moglie, l’amica libraia non sa se si può fidare del vicequestore e c’è qualcosa che rimane sospeso nelle loro chiacchierate e quest’ultimo come al solito sente il peso degli incastri recependolo e dichiarandolo come l’ennesima rottura di coglioni.

Meglio il libro o la puntata? Entrambi, se in “Pista nera” era un problema di indizi, che nella trasposizione televisiva si smarrivano in mezzo a tante occorrenze che passano tutte insieme e quindi per poter cogliere la raffinatezza dell’incastro e dell’orchestrazione dell’omicidio te lo dovevi leggere e/o guardare più volte, qui invece l’incastro perfetto è ben visibile ma più complesso diventa carpire l’atteggiamento del protagonista. Se l’altra volta la dicotomia era il vicequestore diviso fra legalità e illegalità, qui il rapporto con il mondo femminile, la questione sociale del rispetto del ruolo femminile su tutti i piani fisico, spirituale e morale fa, all’apparenza, a cazzotti sul comportamento di Schiavone ed è più chiaro solo ed esclusivamente se si tiene in considerazione il ruolo di Nora come amante. D’altronde lo Schiavone virile, con un’immagine ben precisa della donna in testa, lo avevamo già visto in precedenza quando in un interrogatorio si scontra con chi seppur donna, e benché incinta, ha potuto progettare  un crimine violento senza pari. Perché se da un uomo tanta ferocia si può associare, anche se non puoi capirla, il sapere che una donna possa solo pensarlo è un peso che Schiavone non riesce ad accettare. Ed è uno spirito che io associo alla generazione della decade precedente alla mia. Me lo ha fatto ricordare un libro, tra i milioni visto che mi piace complicarmi la vita da lettrice, che ho al momento sottomano: “La nuova generazione perduta” (David Leavitt, trad. Delfina Vezzoli, Mondadori, 1998). E’ una raccolta di saggi dell’autore, e nel primo di questi, che da il nome alla raccolta, del 1985 racconta un’immagine della generazione degli anni sessanta che mi ha un po’ ricordato una serie di persone che conosco e che a quella decade appartengono. Un po’ a dire che se sei nato negli anni sessanta sei un con un piede nel passato e un altro nel futuro e la tua formazione passata è stata forte e non sbiadita. Per quanto tu possa dover rincorrere la tecnologia che hai visto nascere con il Commodore 64, tu hai qualcosa che le generazioni successive hanno perso: delle radici certe e solide; è da qui che parti, che contesti, cui rifiuti l’apparenza e persino l’identificazione. E’ chiaro che sono diversi i nostri attuali cinquantenni da quelli americani, ma non perché da noi tutto veniva percepito diversamente o arrivava più tardi, ma proprio perché gravava questo pesante retaggio culturale.

Una nota di folclore la possiamo svelare però: nell’episodio, ma nessun riferimento nel libro, ad un certo punto il vice questore si ritrova davanti la libreria personale di Ester, molto fornita, visto che anche il marito conferma che fosse una grande lettrice e quale libro esce fuori? L’amica geniale di Elena Ferrante (Edizioni E/O), che io non ho letto ma che amici che lo hanno fatto mi confermano riportare qualche caso di violenza domestica. Ebbene sì, aderenti fino all’ultimo, al tono della storia.

E Giallini? Giallini ha recentemente (Agosto) rilasciato un’intervista all’ennesima giornalista – che non ritroverò mai!- che lo ha raggiunto nel luogo di vacanza e, a una domanda che non ricordo, ha dato una risposta lapidaria che mi è rimasta impressa e che, riassunta in breve, corrispondeva a: la vita dei personaggi che interpreta nasce sul set e finisce con la chiusura delle riprese. Lui non porta mai il lavoro a casa o oltre la lavorazione del film.  Mi è rimasta particolarmente impressa non perché non me lo aspettassi ma spiegherebbe il perché, quando gli domandano ogni volta se gli è piaciuto interpretare questo o quel ruolo e cosa pensa abbia in comune con il personaggio o se si rispecchia  in quel tipo di vita, lui abbia un secondo di tentennamento, assuma un’espressione corrucciata e poi dia una risposta, che molto spesso si racchiude con sì o no – molti più no che sì-, e con qualche frase a commento. Sembra così estraneo al ruolo di cui si parla, come se fosse uno che è stato tirato dentro mentre passava fuori per la strada a parlare di una cosa che non gli appartenga. Invece è un’evidenza del distacco avvenuto da quel ruolo, e la distanza dalle fasi del set e della lavorazione alla messa in onda, non siano sempre d’aiuto almeno a questo attore. 

Nei panni di Rocco ci sta benissimo, Rocco è anch’egli degli anni 60, come anche Manzini. Hanno visto le stesse cose, hanno probabilmente giocato agli stessi giochi e magari storpiato l’italiano creando o attribuendo nuovi significati alle parole. Questo gli permette quindi di mantenere quel piglio che ben ricorda, quel passo sfacciato e leggermente ondulato, da ex spaccone educato e cresciuto, quello sguardo ad un mondo che solo per età sembra allontanarsi dalla giovinezza ma che fa a cazzotti con la tua testa che ancora ragiona come un trentenne. E’ divertente vederlo con uno sguardo paterno a volte e divertito in altre quando prende in giro Italo e trova la sua nemesi con Massimo Reale, il cui atteggiamento, prima ancora che il testo della sceneggiatura a lui destinato, è perfettamente in linea con quello del vicequestore. Strafottenza che non è solo quella del toscanaccio ad Aosta, ma anche quella del tramezzino all’obitorio, l’attaccamento ad un grembiule che sembra suggerire uno sgozzamento in una camera, dove c’è i corpo di Ester sterilizzata e pulita, che porta sempre.

C’è del cameratismo inaspettato fra i due nel prendere in giro Italo, ma si percepisce più nei consigli di Fumagalli a Schiavone, non richiesti, su come si dovrebbe vivere, parlare e accettare una vita possibile lì, in quella città fredda. 

Gli altri post di questa serie:

Buone letture,
Simona Scravaglieri

La costola di Adamo
Antonio Manzini
Sellerio Editori Palermo, ed. 2014
Collana “La memoria”
Prezzo 14,00€

3 thoughts on ““La costola di Adamo”, Antonio Manzini – Il delitto perfetto… #MarcoGiallini #2

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