“Caterina”, Vincenzo Zonno – L’annichilimento dell’eccesso…

Questa è una delle recensioni che non mi piace scrivere perché io ho già letto questo autore, in un altro libro che continuo a consigliare a chiunque mi capiti a tiro, ma questa volta purtroppo non è andato tutto per il verso giusto. Caterina è un romanzo composito con tinte un po’ gotiche e un po’ horror, che ha un’idea di fondo geniale. Si costruisce su una serie di fotografie, di quelle in bianco e nero, un po’ sbiadite e particolarmente grottesche, avete presente? Lo scorrere della storia sembra andare verso una meta e, invece, all’improvviso tutto quello che sembra in un modo non è più tutto quel che è. Il problema è la scrittura, questa volta, scelta per questo tipo di immagini; troppe parole per montare su una storia che non ha bisogno di un gran linguaggio, la bellezza sta nel meccanismo, ma si perde inesorabilmente sotto il peso delle tante, troppe parole che a volte sono anche un po’ troppo retoriche.

Siamo su un carro, nella penombra si scorge una ragazzina. Fuori non si vede poi molto e il carro che la trasporta è pieno di rumori, le pareti e il pavimento scricchiolano sotto l’ondeggiare del carro sul terreno sconnesso. Caterina non vede l’ora di arrivare, i rumori le danno il mal di testa, sono ore che deve andare in bagno ed è stanca. Una radura finalmente si trova, si decide di non proseguire e di accamparsi e, intanto, scopriamo che ci sono più carri e che Caterina lavora in un circo. Non è ancora troppo brava a fare quel che vorrebbe e così il suo impiego è più come tuttofare che come circense. Sua madre sì che era un’artista ma poi è morta e Caterina è finita nel circo dove lavorava che è gestito dal suo ex amante.

Normale storia di ragazzina senza arte e ne parte che si riscatta? Sì e anche no, non sta a me raccontarvela, ma già dal primo tintinnio di stoviglie si sente che c’è qualcosa che non va, di oscuro e che ti si appiccica addosso fino alla fine del libro.
La storia c’è come detto, è frammentata composta di inquadrature in cui bosco, radura, i rumori e gli animali, nonché la musica e il vociare delle maestranze si percepiscono distintamente. Non è raccontata a spezzoni, ma i punti cardine, in cui quella che dovrebbe essere una una storia lineare dovrebbe passare per avere una svolta decisiva, sono così grandi e pieni di colori da far sembrare i punti di congiunzione fra uno e l’altro molto più piccoli di quel che dovrebbero essere.

Il risultato è il ritmo che non viene da un alternarsi di velocità nella scrittura ma proprio dal susseguirsi dei quadri. Ci sono boschi rigogliosi, c’è il senso di comunità strana, diverso da quello che noi percepiamo come tale, perché si sta insieme per sopravvivenza e non per comunanza; c’è anche un che di grettezza che si assocerebbe ad un circo che non se la passa poi benissimo. Ci personaggi che si intravvedono attraverso la  fitta boscaglia, a volte si percepiscono solo e questo non fa che aumentare quel soffocante sentire che c’è qualcosa che non va e la gestione con quadri che rappresentano i punti di snodo, con questo ambiente ci va a nozze. Non ci sono distrazioni esterne, Zonno ha tutto lì e gioca tutto lì, gli echi del mondo lontano, che immagini ma non vedi, sono completamente assenti se non contiamo i ricordi di Caterina. In un crescendo dosato arriva al clou con una buona gestione dei ritmi e dei tempi per poi finire in maniera totalmente inaspettata, come un cerino che ha fatto la fiammata ma si spegne subito. Il suo lavoro al dunque l’ha fatto, ma ti ha lasciato lì a sorpresa.

Cosa c’è che non va quindi? La scrittura. Seguitemi che è un po’ complicato da spiegare.
È una gran storia, ha tutti i meccanismi dell’horror con questo senso di maligno che ti aleggia intorno, ma è come guardare un film di genere, la protagonista è lì davanti alla porta, urla come un’indemoniata, lei lo sa che succede ha letto il copione, noi intuiamo che se sei andata in un posto così qualcosa dovrà pur succedere e abbiamo già le nostre idee sul fatto che di sicuro la scema aprirà la porta e sarà la fine, e pure quel che sta dietro la porta, di qualsiasi natura esso sia, sa quel che succederà, perché ha tutta l’intenzione a far sì che succeda e ha letto il copione… vi siete stufati? Vi è passato l’attimo d’ansia perché aspettate che io arrivi al punto? Ecco quel che succede!

Il punto in cui molti scrittori sbagliano è che ci sono storie nate per avere una narrativa minimalista, perché tutta la forza dell’insieme non sta nel vocabolo che si sceglie ma nel meccanismo che si muove. Ogni aggiunta, ogni ricciolo magari in un aggettivo fuori luogo stride, ti disturba e distrae. Così perdi l’attimo perché stai lì a cercare di capire se tutto questo descrivere o riversare vocaboli che si sovrappongano precluda a qualcosa di grandioso e quel che si para di fronte, ovvero il meccanismo nudo e crudo, ne viene annichilito perché non sembra all’altezza delle aspettative.

Si perde quindi il senso perchè linguaggio scelto e meccanismo delle situazioni percorrono due binari in opposte direzioni e non hanno nulla in comune fra loro. Crea confusione e anche un po’ di frustrazione in chi, come me, ha già letto Zonno e sa perfettamente che c’è talento in quella maledettissima penna. Ma questo è il caso classico in cui lo scrittore trova la sua nemesi in un buon editor, che questa volta non è stato al suo ruolo evidentemente. Si sente che era una storia che andava rivista con un occhio esterno che è avulso dall’affezione al proprio scritto. Avere un occhio esterno è pernicioso, lo so, ho due amici che leggono le rare volte che scrivo qualcosa e solitamente uno dei due è l’editor cattivo che mi continua a scrivere “Taglia!”, “Taglia!” per poi, quando la storia è ridotta all’osso dirmi, “Uhm, mi sa che manca qualcosa!” (è ancora vivo perché gli voglio bene, sebbene abbia rischiato un paio di volte di non rivedere l’alba!), però avere una persona così ti da la misura di come viene percepito quello che tu non vedi. In questa ampollosità si annidano una serie di errori che potrei dire di leggerezza, ci sono delle frasi che galleggiano o che si ripetono, ci sono termini che sembrano fuori luogo il significato è corretto per l’azione, ma il vocabolo è avulso dal tono generale dello scritto.

Ripeto, è un vero peccato, ho rimandato questa recensione a lungo perché avevo promesso di scriverla, ma mi scoccia parecchio farla. Per me, il lavoro migliore di Vincenzo è e rimane Non è un vento amico e io continuerò a consigliarlo a chiunque mi capiti a tiro e Zonno rimane sempre un gran maestro nel creare le ambientazioni giuste per le giuste storie.

Buone letture,
Simona Scravaglieri  

Caterina
Vincenzo Zonno
Watson Edizioni, Ed. 2018
Collana “Ombre”
Prezzo 14,00€

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