“Castore e polluce” e “L’anello mancante”, Antonio Manzini – La denuncia in giallo… #MarcoGiallini #3

Il problema vero sapete qual è? È che Schiavone non sia stato concepito come Giallini, l’attore infatti non era nei pensieri dell’autore, ma che Giallini ci stia come in un guanto dentro. E così, anche quando quelli che sono i testi originali, un po’ lo mettono da parte, lui comunque rimane rilevante e, manco a dirlo, irriverente. Siamo alla terza puntata della serie dedicata a #MarcoGiallini e Antonio Manzini – ci credevate voi che sarei stata così puntuale? io no!- e ai gialli scritti e poi sceneggiati da quest’ultimo. La puntata è associata a due racconti del 2015, usciti in due raccolte diverse rispettivamente “Castore e Polluce” in “Turisti in giallo” e “L’anello mancante” ne “La crisi in giallo”, e non credo che Manzini abbia pensato che l’amalgama che ne è risultata accoppiandoli sarebbe riuscita così naturalmente conservando, però, le caratteristiche peculiari di ogni storia, anzi valorizzandole in una sorta di contrapposizione. Lo dice anche il vice questore verso la fine dell’episodio mentre parla, con fare paterno, ad una Caterina commossa che riesce a malapena a dire che “non è giusto” e le chiede che cosa non sia giusto: che ci sia gente che nonostante abbia tanti soldi voglia accaparrarsi anche quelli degli altri, o che la società si dimentichi di chi per una vita ha lavorato e che oggi non riesce a sopravvivere. E’ in questa frase che si può racchiudere tutto il senso dell’episodio costruito abilmente da Manzini perché qui la forma della discussione e dello sguardo sulla società si fa più evidente e mirato grazie anche al tema di fondo delle raccolte a cui i racconti appartengono.

Da un lato infatti, nella raccolta “Turisti in giallo” – che vi anticipo già di non aver letto in toto perché, santa Sellerio ha previsto un e-book solo per il racconto di Manzini-, la storia di “Castore e Polluce” parte con una vacanza del tutto particolare: siamo in alta montagna e dal rifugio in alta quota stanno uscendo tre alpinisti, sono tre architetti, soci del medesimo studio, che si sono presi una meritata pausa per festeggiare la vincita di un appalto che porterà a tutti un sacco di soldi. Merito del lavoro di gruppo, anche con la collaborazione di Ludovico, il più giovane dei tre, quello che si impunta sempre quando si fanno le cose solo per far contenta la committenza. Ludovico ci tiene all’aderenza allo spirito architettonico che ha sposato per la vita. Ha anche un altro difetto, ha sempre la gomma in bocca e, infatti, mentre escono dal rifugio, dopo una foto di rito, la prima cosa che fa, prima di rimettersi i guanti per ripararsi dal freddo, è prendere e offrire una gomma da masticare. Ma in alta montagna il tempo cambia presto e siccome la fase principale di questa vacanza di festa è portare anche il novellino dello studio alla conquista del Polluce, i tre si incamminano. Nel contempo, e qui siamo nel secondo racconto “L’anello mancante” che è inserito in una raccolta che invece ho letto completamente – “La crisi in giallo”-, non c’è una sola crisi, ma più di una. La morte di un illustre cittadino di Aosta scatena una serie di situazioni che portano ad una débâcle totale: la scoperta di un cadavere nella tomba e sulla bara della donna amata da Brionati, l’illustre di cui sopra, e con la quale aveva il desiderio di ricongiungersi almeno nell’eterno sonno, la corona di fiori che Rocco ordina per non andare al funerale che lo mette in ulteriore difficoltà con Nora che lo vede uscire dal fioraio e con la quale ha già avuto una violenta lite, la soluzione del caso che lo pone nuovamente in quella posizione di giudice prima che Vice Questore.

Che poi a dirla tutta, nel redigere tutti questi post e a fare le pulci a Manzini, io non sono molto d’accordo con il giudice Baldi che tiene a sottolineare al Vice Questore che il suo ruolo non è quello di giudice. Perché in fondo anche nel rilevare un atto illecito, comunque, si diventa giudici, nel prendere in considerazione lo svolgimento e le eventuali attenuanti che lo hanno scatenato. Sì, nell’idea di Baldi c’è che, queste valutazioni, possano essere accettabili solo nel giudizio in aula, ma Manzini riesce comunque a farti venire il dubbio che non sempre quel che succede sia roba da tribunale. Comunque apriamo una piccola digressione – piccola lo prometto!- sulla raccolta che ho letto, “La crisi in giallo”: ci sono tanti autori e ottime prove, alcune forse un po’ lunghe altre un po’ meno coinvolgenti, ma a me oltre Manzini, sono piaciuti Gaetano Savatteri, Francesco Recami. Questa lettura non prevista mi ha dato modo di capire perché con Malvaldi non vado d’accordo, o almeno di formulare un’ipotesi, i suoi nonnetti, le chiacchiere da bar fatte sui casi che sconvolgono la cittadina sono per me un vero e proprio rumore di fondo, per una che come me che non ha letto null’altro su quel mondo. In un romanzo magari si può fare, in un racconto forse sono eccessivi.

“L’anello mancante” è una vera e propria denuncia sociale e contrappone già così due mondi: quello ricco e quello dei nuovi poveri. I nuovi poveri sono quelli per i quali il loro status è un atto di colpevolezza dello stato: sono quelli che hanno lavorato per una vita e che, nonostante tutto, ora percepiscono una pensione da fame. E’ un campanello d’allarme che spesso si ignora sperando che quel momento per noi non arrivi mai e che invece è sempre una realtà dietro l’angolo, anche dentro il caseggiato davanti cui, magari, distrattamente passiamo ogni mattina. E la povertà alza un’altra cortina di silenzi come succedeva anche per la violenza domestica.

Ed è qui che Manzini diventa Schiavone, non si sostituisce a Baldi ma a qualcuno più su che renda almeno in parte giustizia dove non c’è. La famiglia che si contrappone ai poveri di cui sopra è un gruppo completamente sfasciato: il figlio che non ha visto la madre che rare volte e attaccata al braccio di uomini che non erano suo padre, che odia anche dopo la morte perché gli ha tolto quel bersaglio contro cui puntare tutta la sua rabbia. Un padre lontano e poi morto anche lui. L’unico superstite rimane lui, un uomo non più giovane, in compagnia di un gatto pieno di rancore e solo. Per contro il lato povero della storia è unito anche oltre la morte e la rosa bianca ne è il simbolo: “si può vivere anche senza speranza, ma nella morte la dignità la dobbiamo pur avere” dice la donna ad uno Schiavone che fatica a rimanere saldo nel suo ruolo. Credo che sia la scena, sia nel libro che nella puntata e forse nella serie, più forte e intensa.

Per contro in “Castore e Polluce”, che è il racconto che si contrappone alla denuncia de “L’anello mancante”, la questione è molto più facile da gestire, il problema è dimostrare il modo in cui si siano svolti i fatti e il movente che ha generato l’irreparabile gesto. Non c’è un attimo di dubbio e come di consueto ogni omicidio o presunto tale ha un particolare squadrato rispetto l’immagine generale, sul Polluce manca un orologio e nel cimitero di Aosta manca un anello. Sottile ma decisamente raffinato il riferimento al mito classico: Castore e Polluce erano considerati da greci e romani come gli dei del soccorso, ma erano anche quei due fratelli inseparabili che, quando uno muore, l’altro che al padre di poter rinunciare al dono dell’immortalità per poter raggiungere il fratello. In questo caso non ci sono fratelli ma una simbiosi di opportunità fra due dei tre personaggi.

Meglio i racconti o la puntata? Mettiamola così, il lavoro fatto da Manzini per amalgamare i due racconti insieme è magistrale, le contrapposizioni sono evidenti, la formula di raccontarli in simultanea è vincente e le battute dei racconti, nella quasi totalità riportate in sceneggiatura sembrano nate proprio per essere pronunciate prima che scritte. Mi rimane solo un dubbio sul numero di pensioni del secondo racconto: c’è una coppia di domestici presentati come tali, c’è un custode andato in pensione e una sola pensione riconosciuta, quando dovrebbero essere due. Ma mi si potrebbe obiettare che non tutti ti pagano i contributi, e io potrei anche accettarlo ma, in tutta l’attenzione maniacale di Manzini, la non specifica mi squadra il quadro generale e mi sento un po’ Schiavone anche io. Quindi, non avrei mai creduto di scriverlo, questa volta meglio la puntata anche se, e bisogna specificarlo, la mancanza di spazio per la vicenda personale di Schiavone e Nora, l’ho gradita nei racconti perché non lo mette in condizione di gestire una situazione di disturbo.

Giallini vs Schiavone. Quando all’inizio della recensione dicevo che Giallini nei panni di Schiavone ci sta benissimo è perché, in particolare in questo episodio, mette in luce tutti quei particolari che nell’immaginario di ogni romano, e forse anche non, appartengono ad uno cresciuto nel rione, Trastevere o Nomentano non ha importanza, e che sono sfumature ma che rendono il personaggio rotondo, veritiero. Tra queste, a parte la gestione delle milioni di sigarette e canne con il suo particolare modo di fumare, c’è l’andatura un po’ da ragazzotto figo – non mi viene un termine più altolocato perdonatemi! -, c’è un mood generale romano più persistente in parole, tradotte da Italo, in azioni, i confronti con i sottoposti stupidi, in confronti quello con Caterina dove c’è un contatto, un abbraccio e un bacio paterno, che di solito al Nord non è così marcato e poco discreto.

Sicuramente il lato drammatico delle vicende le gestisce in scioltezza, ma in particolare il confronto comico con D’Intino è davvero irresistibile. Ed è un peccato che D’Intino non stia un granché simpatico manco al suo creatore: da buon abruzzese è di coccio e non è mai sceso a patti con Manzini, mai si è svelato per la sua storia personale e lo scrittore non ha gradito, tanto che in un paio di presentazioni, de “La costola di Adamo”, sentenziava, fra le risate generali, che per questo motivo avrebbe volentieri fatto fuori D’Intino vendicandosi dello sgarbo.

Detto questo, credo che recupererò anche la raccolta che non ho letto, giusto per onor di completezza, ma, per oggi, vi metto però i riferimenti di quello di cui vi ho parlato.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Gli altri post di questa serie:

Castore e Polluce
Antonio Manzini
Sellerio Editori Palermo, Ed. 2017 (solo ebook)
Prezzo 2,99€


La crisi in Giallo
Antonio Manzini, Nicola Fantini, Laura Pariani, Dominique Manotti, Francesco Recami e Gaetano Savatteri
Sellerio Editori Palermo, Ed. 2015
Collana “La memoria”
Prezzo 14,00€

3 thoughts on ““Castore e polluce” e “L’anello mancante”, Antonio Manzini – La denuncia in giallo… #MarcoGiallini #3

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