“Non è stagione”, Antonio Manzini – La storia nera della cronaca nera… #MarcoGiallini #4

E nulla. A me, le correzioni, quando tocca riscrivere un post veramente bello, non riescono bene. Quindi ricominciamo: quando a settembre vi avevo detto che avevo fatto i compiti leggendo nel giro di poco tempo tutti i romanzi/racconti legati alla prima stagione di Rocco Schiavone, ho inconsapevolmente mentito. Me ne sono accorta la scorsa settimana mentre scrivevo questo post: mi era sfuggito “Era di Maggio”. Il problema è dato dal fatto che se sulla carta i due romanzi sono molto legati, nella trasposizione televisiva lo sono ancora di più dando vita a tre episodi di particolare tensione, che un po’ ribaltano l’effetto dei libri da cui sono tratti. Così ho dovuto scindere le considerazioni fatte in quell’ambito in due post separati.

Come di consueto l’inizio è un momento di presentazione: ci sono due loschi tipi che sono su un furgone e stanno percorrendo una stradina che costeggia la montagna. Chiacchierano, uno è italiano e l’altro rumeno, parlano animatamente di qualcuno da chiamare ma una distrazione fatale mette fine alla conversazione e alla loro vita. Buio. Siamo ad Aosta in questura, c’è  una chiamata della polizia stradale che chiede supporto perché c’è stato un incidente con due morti e il problema non sarebbe quello, ma che il furgone è di proprietà dell’italiano che lo guidava, ma la targa no. Non ci sono evidenze di altri illeciti ma bisogna indagare anche se all’apparenza i due facevano lavori saltuari, come ad esempio lavorare per un ristorante campano con degli orari strani. Buio. L’indagine si è un po’ arenata, anche se Rocco ha potuto fare l’ennesimo dispetto a D’Intino e al suo collega amico inviandoli con una chiave a cercare la porta giusta di Aosta che sveli quale sia l’ultimo domicilio del rumeno, ma non c’è pace per il vicequestore che, nel bel mezzo di una cena a casa veramente venuta male, sente suonare il citofono di casa a sera tarda. È quell’ingegnere amico di Nora e della sua amica Anna ed è venuto con la figlia preoccupatissima per la sua amica del cuore che sembra svanita nel nulla. Lui, l’ingegnere, è stato a casa della ragazza e i genitori gli sono sembrati strani, hanno detto che l’hanno mandata dalla nonna, ma quando mai una diciassettenne va dalla nonna senza il telefono o tenendolo sempre spento? E, alle dieci di sera, al vice questore Rocco Schiavone, di stanza ad  Aosta da settembre, piove l’ennesima rottura di coglioni, ovvero un sospetto rapimento.

Nella precedente revisione avevo scritto che questo, nell’insieme dei libri e racconti che ha scritto fino al 2015, questo è davvero l’inizio di una serie, seppure con un’abile mossa da attempato scrittore riesca a scrivere due romanzi autoconclusivi. Il trucco sta nel puntare a quello che di solito non si vede nei libri gialli; di solito c’è il fattaccio, o viene raccontato, un’indagine che porta chi investiga a girare come una trottola o a passare lunghi momenti di riflessione mentre la vita ne interrompe in continuazione il filo conduttore, la risoluzione e l’arresto. Possono esserci anche riflessioni a monte o a margine o anche alla fine, ma il momento di quella storia è una slabbratura della quotidianità che, a fine storia tende a ricompattarsi. È raro invece, almeno per la mia esperienza di lettrice, che si prosegua con l’istruttoria del caso per il giudizio. In questo caso non è proprio un’istruttoria, più che altro una serie di strascichi di un caso a correlare i due romanzi dando la possibilità a Manzini di creare quasi in simultanea sei casi in una volta sola. È un po’ come lavorare in prospettiva, non solo perché a volte delle cose in un singolo pezzo non possono coesistere pena l’appesantimento dell’insieme generale o la confusione di ruoli e personaggi, ma anche perché stavolta l’impianto è sicuramente più complesso e articolato dei casi precedenti: intervengono fattori come la criminalità organizzata di stampo mafioso, il galeotto ex terrorista, le banche, il crimine dei colletti bianchi che sono tutti fatto che, esauriti in 300 pagine, avrebbero fatto pensare ad uno scrittore alle prime armi.

Invece Manzini conosce bene il tema, la collusione, i sotterfugi, i mezzi con i quali una mafia agisce in maniera diversa dalle altre viene trattato da persona che non sceglie a caso le ‘ndrine al posto della camorra, ad esempio, eppure non cede alla tentazione di mischiare i ruoli e confondere un po’ i suoi lettori. Schiavone parla di ‘ndrangheta, c’è un ristorante un po’ strano denominato Posillipo, con un proprietario strano che si ingegna a parlare campano ma è siciliano. Ma quel che viene a galla alla fine è una buona ricostruzione delle tecniche di collusione già utilizzate e non più così sommerse dopo tutta una serie di inchieste. Nel 2015 a Milano c’è stata l’Expo e già più di anno prima si commentavano le infiltrazioni nelle maglie della gestione degli appalti proprio delle ‘ndrine.

Quello che invece si trascura di mettere in evidenza è il momento in cui si creano le condizioni perché l’infiltrazione sia possibile e “Non è stagione”, seppur nei limiti di un libro di genere, ne è una buona ricostruzione, per nulla pesante ma articolata e ritmata che punta il dito proprio su una attività che vive di parcellizzazione di micro mosse, tutte apparentemente indipendenti fra loro, magari ignare delle altre co-presenze che agiscono per un progetto più grande. Ben curata l’indagine sul rapimento, si muove al millimetro con un vice questore che ogni tanto cede il posto alla nostalgia come al suo solito, ma che non dimentica di ricordare a collaboratori e lettori che cosa bisogna tenere presente e a cosa bisogna rispondere e, in questo caso, non è tanto chi abbia rapito la ragazzina quanto il perché.

Meglio il libro o la serie? Stavolta, come accennato, meglio il libro anche se guardando insieme i due lavori, la trasposizione in tre episodi da più spazio per trattare i tre grandi temi, di cui uno è personale, che invece nei libri hanno comunque visibilità ma con un ritmo totalmente diverso.
Del libro di oggi, negli episodi, si perde quella voce fuori dal coro, che irrompe in mezzo alla storia. Si capisce che viene da lontano, si percepisce l’odio e anche la follia di un uomo che vive per un unico scopo rispondendo alle leggi di un onore deviato e malato. 
La storia che lo riguarda si intravvede tra le maglie di quella principale e spunta fuori all’improvviso senza alcuna logica rendendo perfettamente l’idea della contemporaneità di eventi in luoghi diversi e ha un che di soluzione teatrale ed è davvero ben riuscita.

Nella trasposizione televisiva tutte le sfumature che riguardano l’indagine e che sono costruite secondo una connessione logica invece devono essere selezionate a favore di scene aggiunte e/o decurtate. E nel selezionale la connessione logica si perde un po’ e quindi, se fai come me che ho visto prima la serie e poi ho letto i libri ti ritrovi a dire “Ah ecco perché!”. Non è un bene, ma se guardi la serie tutta di seguito o con più interruzioni pubblicitarie non te ne accorgi subito.

Cambiano anche i pesi, nonostante lo svolgimento sia in tutta sostanza il medesimo, il ruolo di Rocco si arricchisce e si caratterizza a scapito di questa voce fuori campo che non c’è più ma che si materializza nel momento meno atteso. Cliffhanger all’italiana, che grazie alla clemenza della programmazione ha permesso di non attendere due anni per sapere come sarebbe andato a finire… o meglio lo ha fatto, ma con uno stile, per fortuna nostra, decisamente più elegante.

Marco Giallini. In questo ruolo ha già dato tanto, ma in questo caso si trova a dover far conto su un personaggio che in questo caso non ha altri personaggi di, diciamo, “appoggio”. C’è Marina, Italo, D’Intino, Anna, ma nessuno di quelli che lo affiancano è in questa situazione una possibilità per cambiare per essere un altro Rocco Schiavone rispetto a quello che è il vice questore. Quindi la tensione delle indagini, la sovrapposizione delle stesse e il disvelamento dei meccanismi sono tutto quello che deve portare a casa. Poteva venire fuori un’episodio alla Montalbano e invece grazie al puntuale ripescaggio di quelle frasi da grande verità, grazie al ritmo dato alla sceneggiatura, i confronti continui vanno a regalare ai telespettatori un Rocco ancora diverso. È uno che vive l’indagine come l’attore dice di vivere il ruolo: in totale immersione per il tempo dell’indagine, che deve ricercare nei ricordi e nelle sensazioni i motivi per i quali determinati indizi o risultanze non sono così come dovrebbero essere e via dicendo.

Rimane un lavorone di sceneggiatura che ha costretto l’autore e chi l’ha coadiuvato a mettere mano su una vicenda alquanto complessa cercando di tenere in piedi un sistema di tracce che fosse inattaccabile come poi alla fine risulta. La coerenza delle figure rappresentate e degli atteggiamenti tenuti, finanche alla raffinatezza di alcuni dialoghi che imitano quelli di determinati ambienti, ne fanno un lavoro davvero completo che dietro ha una pianificazione articolata e precisa.
Però una cosa la devo dire: la scena dell’intrusione con il vecchio guardiano in pensione, a video, mi è molto mancata. 


Buone letture,
Simona Scravaglieri

Gli altri articoli del percorso:

Non è Stagione
Antonio Manzini
Sellerio Editori Palermo, ed. 2015
Collana “La memoria”
Prezzo 14,00€

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