“Buon Natale Rocco”, Antonio Manzini – Il sospeso sul coraggio… #MarcoGiallini #7

Mi corre l’obbligo di precisare che, essendo il percorso dedicato a #MarcoGiallini un po’ anomalo per questo che è un blog che parla di libri, letteratura e autori, in alcune recensioni, come peraltro è già successo per Castore e Polluce, come la presente si parla di un racconto e non di tutta la raccolta che verrà analizzata in seguito. In particolare in questo caso che, rispetto ai precedenti, tra racconto e trasposizione ha subito un radicale cambiamento di luogo e di tempo, di svolgimento del delitto e di situazioni a latere. Quello che hanno in comune racconto e sceneggiatura è il caso di base e null’altro.

Buon Natale Rocco: Si svolge a Roma e trova Schiavone a letto con il termometro alla mano e con un bel raffreddore da gestire. Sta decidendo che fare, da quando non c’è Marina non ha altri con cui confrontarsi e quindi la scelta sta tra lo stare tutto il giorno a casa da solo oppure prendere una Tachipirina e affrontare una giornata fuori di casa, magari al lavoro nella speranza che non succeda nulla. In un condominio da tutt’altra parte della città invece due donne stanno facendo le pulizie delle scale di un condominio e si sono divise i lavori: quella più anziana fa le scale scendendo dal primo piano a terra e quella più giovane pulisce le finestre salendo verso l’alto. Ma al terzo piano c’è qualcosa che non va una puzza senza uguali fa quasi svenire le due donne. Viene chiamato l’amministratore.
Tutta la verità: Siamo ad Aosta e Schiavone è in ufficio. Ha appena misurato la febbre e ha 37.6 e nel bel mezzo della sua preghiera laica, ovvero lo spinello della mattina, arriva D’Intino. No, non l’hanno trasferito piuttosto c’è stata una chiamata per un caso. Sale in macchina con Italo e si incamminano. In un condominio di una frazione fuori Aosta due donne delle pulizie che stavano facendo la solita manutenzione sono state fermate da una puzza senza fine. Viene da uno degli appartamenti all’ultimo piano.
Ed ecco qui il decimo livello servito.

Sebbene il caso di base, come detto sia pressoché identico, le battute siano quasi le stesse, gli indizi anche, l’inchiesta di Aosta sembra più articolata e manca il caso a latere che riguarda la vita del vicequestore: a Roma è l’attesa di una segretissima lettera di cui tutti sanno ma nessuno conosce il contenuto e che dirà a Schiavone qual è la sua nuova sede di lavoro. Ad Aosta invece è Gabriele, il quindicenne figlio dell’inquilina del piano di sopra praticamente sempre in giro e mai con il figlio, ad inaugurare la puntata con una scena che apparterrebbe a “7-7-2007”. 
Ma la di là delle possibili questioni che si possono fare (tipo: il caso rivisto per la sceneggiatura sembra meno semplice e che grazie a questa rivisitazione Manzini riesce a riproporre quella vena di polemica per le brutture della società e sul brutto vizio del pregiudizio.) in effetti si può dire che trova il modo e il tempo per accennare adeguatamente al nuovo personaggio e rivisitare una situazione che, nella formula racconto, non avrebbe trovato adeguato spazio per essere articolata in maniera diversa, ma straordinariamente riesce a riportare quasi tutte le battute del racconto adattandole, neanche tanto, ai personaggi di diversa regione.

Questo ci permette di osservare che il traino della nuova stagione non è quel che fa Schiavone o su cosa indaga ma quel che si muove attorno a lui. Quindi sì Rocco ha un nuovo amico che è una valvola di sfogo perché con lui non deve essere null’altro. Non conosce la sua storia e il suo punto di vista, come la sua altezza sono diversi da quelli delle persone che frequenta; ne riconosce la solitudine di un ragazzo che non ha nessun riferimento in casa, ne apprezza il coraggio perché non se ne lamenta e si ritrova nel suo essersi adattato alla situazione. Gabriele quindi diventa un perno e una valvola di sfogo non indifferente ed è per questo che quando a Manzini si fa notare la stranezza di questo rapporto padre/figlio fra i due corregge sempre l’interlocutore precisando “fratello maggiore/fratello minore”.

Nel racconto invece l’indagine è sicuramente più defilata ma rimane spettacolare la fantasia dello scrittore nel trovare le mille declinazioni per dire quel che in romano si riassume in “Ma un paio di cazzi tuoi, no?”. Il protagonista passa il tempo a rispondere a tutti coloro che incontra per lavoro e che gli domandano se la lettera è arrivata oppure no. In questo caso siamo a ridosso di Natale e Rocco se la deve vedere con il traffico romano di quelli che sono i ritardo o in cerca di idee per i regali e sì, c’è una descrizione che rende davvero quanto siamo pessimi quando ci organizziamo all’ultimo minuto. E se vi state chiedendo il perché questo racconto sia stato modificato e inserito la risposta è che questo rimane consequenziale al precedente mantenendo Elena, la Rispoli romana, che nel precedente episodio è stata sostituita da, diciamo, un collega uomo. Questo pone la possibilità di trovare spazio anche a Caterina per il futuro risvolto della loro amicizia e permette anche di mettere in scena quella crisi che li divide, anche se un po’ sembra una forzatura.

Il problema infatti della differenza fra serie e libro è data dal fatto che nella scrittura Manzini sembra scrivere con il metronomo; le vicende si svolgono in capitoli lunghi che portano i giorni dell’indagine e, strano a dirsi, i riferimenti dei mesi in cui si svolge la vicenda narrata escono fuori dai ricordi nostalgici che ogni tanto interrompono la vicenda e irrompono completamente casualmente stimolati da un colore, un oggetto o altro. Quindi sai sempre dove sei e in quale tempo e non hai bisogno di altre informazioni per ricostruirti l’immagine. Invece, vuoi perché c’è la consequenzialità degli episodi e che le immagini dei luoghi non richiedono ulteriori descrizioni, ma lo scorrere del tempo non è molto chiaro. Tipo  la prima stagione per cercare di capire che momento della giornata fosse – non ridete! – guardavo la lunghezza della barba di Giallini, scoprendo che però non era indicativa, visto che le riprese dei momenti che compongono l’intero episodio non sono mai consequenziali e quindi pure la barba non era un corretto indizio!

Meglio il racconto o la sceneggiatura? Mai come in questo caso si può dire entrambi, visto stessa vicenda viene svolta in modi diversi, in tempi diversi, con protagonisti e città diverse e che le vicende a latere sono differenti. La sceneggiatura è perfetta, ribatte battute e situazioni adattandole al luogo, il tempo e i personaggi, inserendone di nuovi, laddove serva, e modificando gli eventi rendendo meno facile l’indagine, anzi raffinandola e donandogli quell’aura di complicazione che tanto ci piace nei delitti manziniani. Il racconto invece conserva quel grado di abbrutimento e scocciatura da “rottura di coglioni” alla Rocco, il fatto che sia malato sottolinea anche un po’ l’ansia di questa benedetta lettera e il dialogo finale con Marina è un po’ quel peso che conferma una solitudine che non è tale, quella di un uomo che non ha mai lasciato andare il suo amore e tanto gli basta. E’ meno colpevole e più nostalgico, e vive la sua giornata nell’attesa di tornare da lei come faceva in “7-7-2007“.

Marco Giallini. In questa puntata si mette in luce per quell’unico momento in cui si trova davanti alla morte. E’ scanzonato e divertente con Gabriele, figura che evidenzia un limite: lo stress che il suo personaggio riesce a mettere con i suoi modi bruschi viene spazzato via dall’ingenuità del ragazzo. E’ divertito mentre si trova a dover gestire la bagarre fra Italo e Caterina: sebbene con i due attori ci sia un’evidente distanza di esperienza che fa sì che si senta che i due stiano recitando, la sua presenza dona un’aura di autenticità nelle situazioni e il confronto con loro fa salire di livello la prestazione di tutti. Ma è in quel momento sul ponte panoramico che l’episodio raggiunge lo stesso “peso specifico” dell’altra immagine sul Ponte Taxel (alla fine l’ho trovato questo ponte che mi piace tanto!). Il silenzio, l’immagine del panorama, il peso della colpa e di una vita che non riserva altre alternative. Pochissime battute, create apposta per l’episodio e la fine con un vicequestore che ancora una volta lascia il passo al senso di giustizia non per la vittima ma per il colpevole: non guarda, si è appena acceso una sigaretta e volta le spalle al panorama guardando invece la parete rocciosa. In questo Giallini riesce a rendere insieme all’altro attore presente nella scena tutto il limite del suo personaggio che sa come andrà a finire ed è una fine che anche lui vorrebbe fare. E con Manzini lascia aperta la porta alla domanda su chi sia il reale coraggioso.

Non speravo di trovare una quadra con questo post e invece ce l’abbiamo fatta. Vi rimando al prossimo post relativo alla terza puntata della serie.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Buon Natale Rocco
dalla raccolta di racconti 
Cinque indagini romane per Rocco Schiavone
Antonio Manzini
Sellerio Editori Palermo, ed. 2016
Collana “La memoria”
Prezzo 14,00€

 Fonte: LettureSconclusionate

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