“Negli occhi di Timea”, Luca Poldemengo – L’altro Tripaldi…

Abbiamo parlato la scorsa settimana del fatto che questa serie sia giocata tutta sul dilemma etico dell’utilizzo di tecniche invasive di interrogatorio ai fini della ragion di stato, ve lo ricordate no? Era “Nel posto sbagliato“, quell’intreccio, mi aveva intrigato non poco e con “Negli occhi di Timea“, che è l’ultima fatica di Luca Poldelmengo, l’autore fa una mossa molto intelligente rendendo il nuovo libro completo e indipendente dal precedente, conservando però la scorrevolezza nella scrittura e nello svolgimento degli eventi cosicché  “presente e ricordo” non confondono i suoi lettori. Attori principali e secondari rimangono caratterizzati al millimetro, tanto che, se non si è già letto della squadra RED, rimane sempre quella sensazione di conoscerli profondamente.
Come detto l’altra volta, sebbene luoghi e paesi siano a volte nominati, non sono importanti perché, il nominarli, serve solo a dare un metro di misura delle distanze e dei possibili tempi di percorrenza, un po’ come quando si citano i mesi per far capire più o meno che tipo di tempo aspettarsi.

Questa vicenda si svolge fra la metropoli che è il centro di potere italiano e l’Albania e il protagonista indiscusso è Vincent Tripaldi: si è rifugiato al di là del Tirreno per sfuggire alla cattura e, quando torna nella metropoli, dopo un anno molte cose sono cambiate.
C’è un giovane uomo intenzionato a cambiare il suo paese, a partire dall’eliminazione delle mafie, quelle che hanno fatto consegnare nella sua patria tutti gli scarti di una città sommergendola di immondizia. Questa giovane promessa della politica sta arrivando alla metropoli per incontrare il premier italiano e, sul suo percorso il gruppo di  macchine che lo stanno accompagnando passano accanto ad una chiesa.
Dentro la chiesa c’è un prete con altri due uomini e c’è anche una bambina. Uno dei due si china, dice qualche parola alla bimba ma vengono interrotti da raffiche di spari. La bimba impaurita corre dietro l’altare in cerca di rifugio. Buio.
Ci sono stati altri spari, persone incappucciate e ora non c’è più anima viva, rimane solo la bimba con il suo coccodrillo di pezza. Cinque anni e testimone di un massacro. Al premier non rimane che risolvere il caso di questo increscioso incidente.

La scelta che Poldelmengo fa in questo secondo capitolo è un po’ diversa dalle soluzioni dei libri che di solito frequento: solitamente infatti o si sceglie di trattare all’americana con tanti colpi di scena, a volte anche poco credibili, oppure lo si fa all’italiana, in maniera molto più contorta contando sull’effetto finale. Qui invece si mixano i due generi e ricavandone un prodotto molto più affascinante, utilizzando i punti di forza dei due approcci. Da un lato infatti l’autore rimane fedele al suo stile, fatto di costruzioni minuziose delle scene sia fisiche che emotive che rendono le vicende verosimili e facili da ricostruire dai lettori che se le vedono svolgere praticamente davanti agli occhi e, dall’altra, costruisce in intreccio che è diverso dal consueto perché si gioca su un colpo di scena che si trova quasi alla metà del libro. Avrebbe potuto esaltarlo ma, nonostante la trama non sia circolare -niente scherzi temporali quindi-, quel momento è il perno di tutta la vicenda attorno al quale dipartono o arrivano tutte le vicende ivi svolte. Differentemente da come avrebbe fatto un autore americano, sceglie di non darle risalto, anzi la scena ha un che di defilato come fosse veramente un “di più”, utilizzando questa soluzione per continuare a tenere la tensione alta e giocare su quella generata dal pensiero di quel che avverrà dopo.

Ne esce un lavoro potenzialmente altalenante? No, perché i possibili “tempi morti”, quelli fatti di attesa e preparazione, sono arricchiti dalle informazioni relative a vicende de “Il posto sbagliato” in modo da rendere più chiare le motivazioni e più definiti i caratteri dei personaggi. In questo modo la trama non si appesantisce e le informazioni in mano ai lettori, come nella migliore tradizione di Poldelmengo, ci sono tutte.
Al contempo, l’esercizio del ricordo è funzionale anche a spiegare alcuni cambiamenti di personalità dei personaggi, come ad esempio Tripaldi che risulta certamente più umano e meno impettito, permette di fare mille confronti fra figure paterne e il loro rapporto con i figlie e infine raffina e rende verosimili questi personaggi che, nel primo capitolo sembravano vivere solo per il lavoro e per i potenti. Ne escono quindi più veri, forgiati da un’esperienza devastante che li ha resi edotti che la vita è un attimo e che forse quella normalità da cui hanno sempre rifuggito è l’unico modo per poter affrontare il mondo. Alcuni la accettano e altri, tipo proprio il protagonista, invece no. La normalità è un qualcosa che si costruisce ogni giorno con motivazioni e modi sempre diversi per evitare che sia scontata cosa che per lui sembra essere destabilizzante.

L’uomo che prima avevamo conosciuto come un paladino della “Giustizia a tutti i costi”, continua, nonostante la vita gli metta di fronte alternative come il fratello, Sara e Timea, a perseguire il suo obiettivo di un “senso di giustizia”  più personale, anche a scapito della sua integrità. Il suo senso di giustizia si arricchisce di tutto quell’odio covato nella latitanza mentre gli spigoli si smussano grazie alla convivenza forzata con un personaggio che nel primo libro. Anche per il lettore cambia il punto di vista verso il personaggio attraverso lo scorrere dei suoi ricordi sembra quasi di capire perché abbia scelto di diventare così e quasi quasi ti viene da giustificare anche le sue azioni. Tripaldi non è abbastanza cieco da non comprendere più la differenza fra bene e male ma è abbastanza intelligente da capire quanto è complesso demolire il complesso castello di bugie costruite sulla sua figura e su quella di coloro che in qualche modo hanno lavorato nella RED.
Si potrebbe continuare a declinare all’infinito tutte le sfumature realistiche che Poldelmengo aggiunge sottolineando qui e lì situazioni e rapporti, mettendo a confronto l’approccio di tutti i protagonisti fra la loro immagine pubblica e quella priva, ma sembrerebbe di togliere a chi non lo ha ancora letto buona parte dell’architettura del sistema congegnato dall’autore.
Rimane un romanzo d’effetto che riporta in auge i temi già affrontati contando sulla destabilizzazione del potere che sembrava invincibile. Chi controlla il controllore, qui diventa semplicemente il controllore può essere controllato da chi conosce il lavoro; ma, in fondo, non è importante chi vinca ma come lo fa, per la trama di superficie, e perché lo fa per continuare ad alimentare i vari significanti secondario che popolano queste pagine. È un libro da leggere proprio per questo, sebbene semplice e scorrevole, interessante anche coinvolgente, è e rimane un lavoro la cui complessità è tutta sotto gli occhi dei lettori che possono mettersi alla prova nel confronto delle varie scelte e alla ricerca dei vari indizi. 

Un libro sicuramente da leggere che come il predente ti intrattiene e ti lascia con il senso di aver letto una storia completa, un bel film e ti lascia l’unica remora di sperare che non sia l’ultimo capitolo, ma che Poldelmengo continui a rimanere innamorato anche di questa storia.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Negli occhi di Timea
Luca Poldelmengo
Edzioni E/O, ed. 2018
Collana “Sabot/Age”
Prezzo 16,50€

Fonte: LettureSconclusionate

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