Teatro: Copenaghen, Michael Frayn

La platea del Teatro Argentina a Roma (LettureSconclusionate)

Non nasconderò che una delle cose di cui andavo più orgogliosa, prima dell’avvento nella mia vita di Marco Giallini, era di aver collezionato più ore a teatro che al cinema o davanti alla TV a guardare film, peraltro italiani e per giunta piaciuti. No, non lo nasconderò. Di TV da ragazzina ne ho vista un po’, anche se in verità l’ho più ascoltata come la radio senza guardarla, ma il teatro è davvero tutta un’altra cosa.
La magia che ti regala il teatro è quella dell’attimo, quel magico momento che non tornerà più, in cui quello che stai vedendo sta accadendo davvero e, per quanto potrai riverdere lo spettacolo, non sarà mai identico. È una cosa che il cinema non ti può assolutamente dare, per quanta innovazione possa vere nel suono, nella illogica grandezza degli schermi e con le diavolerie sonore.
Il ritmo del passo, il rumore degli oggetti spostati, la gonna che scivola in un modo e che viene illuminata con un altro. Il teatro è un altro mondo.
La storia dei biglietti di questo spettacolo si può riassumere in: dovevamo fare i biglietti per una amica per Più libri più liberi, era impossibile capire se sarebbero usciti nominali oppure no e guardando la prima pagina di Vivitickets abbiamo visto la notizia dello spettacolo e quindi, detto fatto, biglietti acquistati.

Michael Frayn Fonte: NovaraVive

Il dramma teatrale è stato tradotto da quello londinese di Michael Frayn. Frayn, ha iniziato la sua carriera come giornalista del Manchester Guardian e poi nel tempo è stato autore televisivo per la BBC, saggista e romanziere e scrive Copenaghen nel 1998Nel 1999, grazie alla traduzione di Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi,  la pièce viene portata in scena dalla Compagnia Umberto Orsini a Udine. È uno spettacolo che ritorna periodicamente, in diciotto anni, l’ultima volta è stata otto anni fa, e che riscuote sempre un discreto successo di pubblico e di critica. Potremmo dire che sono cresciuti insieme attori e storia e quella, che è in programmazione fino ad oggi al Teatro Argentina, è l’ultima riedizione è annunciata, anche se non sembra definitiva, come l’ultima volta.

Una delle immagini del libretto dello spettacolo (LettureSconclusionate)

1941, Copenaghen. La Danimarca si è vista invadere dai nazisti. In casa Bohr, Niels e Margrethe stanno attendendo una visita con una certa ansia. Werner Heisemberg deve arrivare, non lo vedono da quando a ventisei anni ha vinto la cattedra di Lipsia. Lui è tedesco ed è stato uno degli allievi preferiti di Niels, che per metà è di origine ebrea. Sul palco troviamo tre attori: Umberto Orsini (Niels) Giuliana Lojodice (Margrethe) e Massimo Popolizio (Werner). Non siamo nel 1941 ma in uno spazio a parte, sembra un’aula di fisica ma Margrethe chiarisce subito: “Ora che siamo tutti morti si potrà fare luce su quello che è successo quel giorno”. Lo spazio non cambia se non nella disposizione delle sedie e ripropone in un loop i momenti di quella storica visita volto ad analizzare minuto per minuto quello che è successo, le cose dette e non dette, le emozioni esternate o nascoste e le percezioni dei tre, quello è è accaduto quel giorno, nel 1941 che ha cambiato la storia di tutti.
Il confronto è incalzante, i personaggi ora condannatori e ora condannati passano senza soluzione di continuità dai due lati della barricata cercando di rispondere alla questione etica che si riassume in una sola domanda: “Un fisico ha il diritto morale di lavorare allo sfruttamento pratico dell’energia nucleare?

Non faccio fatica a dire che non conoscevo questa storia mentre Maria (TW @mariadicuonzo1) invece sì e, nell’attesa di vedere la pièce si è data parecchio da fare per trovare un libro, siamo sempre lettrici non ci possiamo far nulla, che ci potesse chiarire punti che riguardano questa vicenda. Detto fatto è uscito un libro pubblicato quest’anno da Salani nella sua collana dedicata ai romanzi di un’autrice, Gabriella Greison, che non conoscevo ma di cui conosco per fama uno dei precedenti libri “L’incredibile cena dei fisici quantistici“. Il libro in questione si chiama “Hotel Copenaghen” (Salani Editore, “Romanzo Salani”, 15,90€). Ne ho letta qualche pagina e narra la stessa storia anch’esso giocando sui tempi.

Non siamo come nella pièce nel momento in cui sono tutti morti, ma un po’ prima. Siamo in una casa diversa da quella in cui si svolsero i fatti narrati, Niels è morto da tre anni e Margrethe sta aspettando Werner. Da quando Niels è morto è diventata solitaria, non esce e rifiuta il mondo come se non fosse in grado di attutire questo profondo dolore che la attanaglia. Lei e Niels hanno vissuto in simbiosi da quando si sono conosciuti, lei era il suo completamento, la penna e la macchina da scrivere che trascrivevano le sue idee, la memoria per le questioni “futili” che non riguardassero le loro ricerche, la madre dei suoi allievi prediletti, l’amministratrice di quel simbolico posto che ha visto passare tutti i grandi fisici di quell’epoca. Perché tutti volevano essere ricevuti da Niels e lui non si negava mai. Così quel villino al nord, comprato con un premio ricevuto, lei lo aveva soprannominato “Hotel Copenaghen”. È nervosa Margrethe, lo è perché da quando è morto il marito ha sempre rifiutato le visite degli allievi di Niels che la volevano venire a trovare. Eppure a Werner non ha detto di no e ora se ne sta pentendo. 

“Hotel Copenaghen”, Gabriella Greison, Salani Editore – 2018 – Collana “Romanzo Salani” prezzo 15,90€ (LettureSconclusionate)

Da questo pezzo che è la vicenda fino a pagina 16, si vede che l’autrice è laureata in fisica che un narratore classico ci avrebbe messo come minimo 100 pagine, parte una serie di ricordi sui rapporti di Bohr con il mondo della fisica internazionale, gli aneddoti degli incontri e i retroscena delle scoperte fino ad arrivare a quel giorno del 1941, quando Heisemberg in visita in Danimarca con la delegazione nazista chiede, in separata sede, di poter parlare a Bohr a casa sua. L’incontro che è il punto in discussione del dramma teatrale è oggetto della stessa analisi, che è ancora un mistero per la comunità scientifica che si domanda quali fossero le reali intenzioni di Heisemberg

Werner Heisembrg e Niels Bohr (Wikipedia)

Sinceramente non so se verrà rimessa in scena quest’opera, anche se sarebbe un vero peccato, in particolare perché ambientazione e storia sono davvero perfetti per la ricostruzione della storia.
Il minimalismo in scena permette di concentrarsi su quello che dicono e l’utilizzo dello spostamento delle sedie permette di scandire con il cambio di registro il luogo e i il tempo in cui sono ambientati i ricordi che fluiscono senza soluzione di continuità. Alcuni aspetti sia per questioni legate alla tempistica che al ritmo, sono appena accennati, per esempio il fatto che Margrethe dica ad un certo punto che per stare dietro al marito abbia dovuto studiare il suo lavoro e la fisica di nascosto, non mi sarebbero state così chiare se non avessi letto le pagine di cui sopra, e, probabilmente, l’affermazione e l’atteggiamento verso Werner visibilmente ostile mi sarebbe sembrato solo protettivo come quello di una moglie che difende la vita del marito e non come in realtà viene rappresentato, come una contrapposizione partecipata alla difesa delle ricerche e del lavoro di Bohr. È un lavoro che si basa sul contrapporsi delle emozioni quello di Fryan sia per quel si svolge sul palco e sia per quello che si percepisce come spettatori, in cui condannato e condannatore cambiano spesso i ruoli mano a mano che le spiegazioni si fanno più chiare. 
Manco a dirlo non c’è una spiegazione di questo incontro, ma c’è una riduzione, per eliminazione, di elementi che potrebbero far distrarre dalla questione cardine. Sottraendo le questioni personali, le rivalse, i giudizi e anche le componenti politiche, l’unica domanda che rimane da affrontare è la sola questione etica di quanto colui che lavori in ambito scientifico, alla ricerca di risposte e di nuove domande, possa essere coinvolto e lavorare per la realizzazione di manufatti che possano essere lesivi del mondo cui appartiene e per cui lavora.

Domanda che, manco a dirlo, non credo che avrà mai una risposta univoca.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

“Copenaghen”
Michael Fryan
Regia Mauro Avogadro
Traduzione a cura di Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi
Umberto Orsini, Giuliana Lojudice Massimo Popolizio
Produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma in collaborazione con CSS Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia

Hotel Copenaghen
Gabriella Greison
Salani editore, ed 2018
Collana “Romanzo Salani”
Prezzo 15,90€

Copenaghen
Michael Fryan

attualmente disponibile solo in lingua originale
Bloomsbury Methuen Drama ed. 2003
Collana “Student editions”
Prezzo 11,80

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