Film: “Ride”, Valerio Mastandrea – Come un libro per chi resta…

Sono stata a vedere un film.
Un film vero, in un cinema vero, come non facevo da un sacco di tempo. Anzi, a dirla tutta, ho anche difficoltà a ricordare l’ultimo visto al cinema anni fa…
L’occasione era data da un tweet dello stesso regista che invitava ad una proiezione con discussione al Cinema Madison, a Roma, del suo primo film in questo ruolo: “Ride”.
È stata una serata un po’ strana, non ci sono state cose che mi aspettavo e invece ce ne sono state molte altre che proprio non avevo previsto, ma una cosa è certa: ho scoperto che quel tizio che ricordo come oggi, seduto su un divanetto di ferro battuto del Maurizio Costanzo Show con lo sguardo di sbieco e una grande insofferenza data, forse, dalla timidezza che gli incrinava la voce e di cui sapevo fosse un attore ma di cui non avevo mai visto un film prima di scoprire dell’esistenza di Giallini a Marzo dello scorso anno, ha un punto di vista acuto e che il suo modo di raccontare le storie ricorda il modo in cui si scrivono libri. Insomma, se ricapitasse l’occasione, questo film lo rivedrei anche più di una volta.

La trama è proprio ai minimi termini: Carolina e Bruno hanno perso rispettivamente il marito e il padre. Nelle ventiquattro ore che li separano dal funerale per “la vittima del lavoro”, tutto il mondo entrerà nella loro vita a portare consiglio, a dire cosa fare, come vestirsi, come parlare e se piangere. A questa cerchia che si materializza nell’appartamento della famiglia corrisponde una più allargata che coinvolge tutto il paese in cui vivono, Nettuno, in cui rivendicazioni sindacali, amicali e familiari si contrappongono corrose da i “se” e i “ma”, divise fra i ricordi, i sensi di colpa e l’incipiente impotenza che questi eventi generano nel singolo come nella collettività. In tutto questo Carolina non riesce a piangere e Bruno non riesce a trovare quel “modo giusto” che gli permetta di capire quale sia il comportamento corretto per affrontare questa grande prova.

(NonSoloCinema)

Un film che si guarda come si legge come un libro, uno di quelli che io ho imparato ad amare con il tempo*, che di solito sono lenti, scavano dentro il lettore e non rimangono con lui come ricordi, ma sono vere e proprie esperienze di vita. Hanno una trama semplice e in questo caso è: Mauro è morto sul lavoro in un turno notturno; Carolina e Bruno si preparano al funerale. Attorno a questo nucleo la vicenda si sviluppa attraverso le storie di quelli che si presentano sulla scena: nell’appartamento, sulla spiaggia, nelle case di Nettuno, per strada. Mauro non viene presentato, non mi sembra nemmeno che venga nominato, non c’è una sua immagine che si veda. Il Mauro che conosciamo è una percezione collettiva, di moglie, il figlio, conoscenti, dell’ex, il fratello e il padre: è un uomo che mangia un piatto di pasta, una fotografia, un ex ragazzo, la vittima predestinata di un sistema lavorativo che ha sconfitto le grandi battaglie sindacali del passato spazzandole via con il pensionamento dei vecchi lavoratori combattivi.

Anche Carolina e Bruno, nonostante siano presenti, non si raccontano: di loro parlano i rapporti con gli altri, le cose che non sanno o che non fanno, i silenzi e gli sguardi. Come in un libro, tutti i personaggi secondari hanno storie diverse che si svolgono linearmente ai loro ricordi e ai loro pensieri. Ognuno ha il suo momento, ognuno sembra dire la cosa che gli passa per la testa che viene sempre correlata ad una motivazione successivamente: così le rivendicazioni di un passato cancellato di diritti sul luogo di lavoro si alternano ai difficili rapporti familiari di un padre che non comunica con i suoi due figli, l’esperienza di una vedova si tramuta in una raccomandazione “non devi piangere al funerale!” e in una manciata di battute, accolte dal silenzio di Carolina, rivela tutto il peso degli anni di solitudine di chi resta.

Ne esce fuori una trama ricca, che dosata con sapienza, non punta al facile pietismo ma ad uno sguardo divergente non più da colui che assiste ad un dramma o ad un evento catastrofico ma di colui che lo vive. Raccontato in questo modo, l’annichilimento delle emozioni di fronte ad una perdita improvvisa diventa reale e condiviso, l’incredulità verso una morte di un giovane si trasforma in un pesante senso di impotenza e il falò davanti alla chiesa diventa il modo forse più evocativo di celebrare una perdita. Non c’è stato, non c’è credo, non c’è alcuna forma di tutela davanti ad un dolore messo in piazza e sotto le telecamere: il senso stesso di un funerale pubblico fa perdere il senso dell’elaborazione del lutto che invece richiede raccoglimento e intimità. È solo in quel luogo protetto, lontano da tutto e da tutti che può uscire questa emozione traversa che diversamente ti impedisce di respirare a fondo e ti logora da dentro. Non ci sono e non ci saranno mai parole che potrai comprendere e modi giusti per affrontarlo o per farlo uscire. Ognuno ha il suo.

Come detto i principali personaggi non si presentano direttamente ma anche gli eventi vengono riportati o attesi: quando Mauro è morto lo capiamo da frasi mozzate o urlate in una discussione e del funerale, le telecamere e che mancano ventiquattro ore, dalla preparazione a cui Carolina viene sottoposta. Ed è forse qui che si capisce la mancanza, non solo di colui che non c’è più, del baricentro dei sentimenti che diventano necessari, quasi obbligatori, per un pubblico riconoscimento del dolore funzionale a terzi ma non ai diretti interessati.
A questo ristretto ambiente fa da contraltare quello esterno del paese di Nettuno dove la concentrazione delle case impedisce al centro di immaginare spazi ampi ma il cui fronte porto e spiaggia riporta tutto in una prospettiva diversa: quindi eccolo lì, un fronte marino, il vento che alza gli aquiloni a sottolineare discorsi cui non servono risposte, ma che sembrano dovere essere pronunciati, propio come i versetti di una messa laica volti a ricordare e ricordarsi che il dolore non è una forma di battaglia sociale ma l’ennesima rinuncia ad un diritto di vita e la negazione di questo diritto passa per un cancello di una fabbrica e un turno notturno.

(Book ciack Magazine)

Tornando all’inizio di questa raccolta sparsa di riflessioni che disperavo di riuscire a riscrivere, cosa ho trovato e cosa mi è mancato? Quel che ho trovato di inaspettato è tutto quel che avete letto sin qua, quella che mi è mancata un po’ è una discussione tecnica, che è stata accennata e soverchiata da giusti ringraziamenti per aver toccato il tema con un punto di vista completamente diverso. In effetti la storia è solo in minima parte un atto di denuncia riguardo le morti bianche. Il punto di vista è focalizzato proprio su chi resta.
Mastandrea, non ricordo in quale occasione, deve aver detto che, guardando questo film, non si piange; mezza verità, non si piange ma ti si blocca il respiro. Ci sono momenti leggeri che smorzano un po’ il peso ma non sono pensati per distogliere lo spettatore dall’obiettivo che si è prefisso chi racconta la storia: in una morte c’è la perdita, il lutto collettivo ma alla fine rimane solo “chi resta”. Chi resta non ha voce in capitolo, tutto gli si svolge attorno, può provare a prendere parte ma si rende conto di essere solo una comparsa fra un passato, la morte, e un presente, la commemorazione. “Chi resta” è un futuro, quello di quando la pubblica commemorazione si sarà svolta e le luci si saranno spente: è allora che il vero lutto sarà celebrato, singolarmente come fanno Carolina e Bruno.

Sono stata a vedere un bel film insomma, pensavo ci sarebbe stata poca gente e invece c’era una sala piena fatta di persone curiose di conoscere una storia più che il personaggio (e questo è stato l’aspetto più bello dell’intera serata!). Di persone che lavorano nell’ambiente ce n’erano, stando ai suggerimenti di chi mi accompagnava e di coloro che avevo intorno, ma io, che sono à la page tipo una suora di clausura, ho riconosciuto solo Paolo Genovese – ma del perché della mia particolare ignoranza in questo campo ne avevamo già discusso a maggio, no?-.
Questa storia probabilmente non dovrebbe stare qui, posto dedicato ai libri e a tutto ciò che gli satellita attorno, ma proprio per la natura particolare di come è stato scritto e svolto sulla scena, non so perché, mi sembra perfettamente pertinente. Certo, fosse stato un libro mi sarebbe stato più semplice parlarne ma spero davvero di aver reso il senso, dopotutto non vi devo vendere ingressi ma solo raccontare perché secondo me è una storia veramente da conoscere e vedere.

Essendo un film che si dipana come fosse un libro un “buone letture” ci sta vero? Accontentatevi!
Simona Scravaglieri

*I libri cui si fa riferimento sono “The white Family“, di Maggie Gee (premio Granta) e “Il sale” Jean-Baptiste Del Amo.

Non ho idea di che riferimenti si debbano dare in questo caso e quindi vi segnalo quelli di IMDb:

“Ride”(2018)
Regia: Valerio Mastandrea
Sceneggiature: Enrico Audenino, Valerio Mastandrea
Protagonisti: Chiara Martegiani, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Arturo Marchetti.

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